Pillole d'ortografia

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La strage del congiuntivo

Buonasera a tutti e bentrovati alla nostra dose settimanale di grammatica italiana. In piccole quantità, ovviamente, sia mai che se ne faccia indigestione. Preparatevi, perché siamo di fronte al più frequente degli errori, anzi orrori, linguistici, nello scritto e nel parlato, in novellini che si approcciano per la prima volta alla scrittura e in esperti giornalisti. Basta qualche parola, un nonostante, chiunque, dovunque e lui, ogni volta viene barbaramente ucciso, provocando un'enorme sofferenza in tutti noi che leggiamo o ascoltiamo. Eccoci dunque al punto, a grande richiesta, vi parlerò della strage del congiuntivo.

Innanzitutto vi avverto, essendo un argomento molto articolato, ho deciso di suddividerlo in due parti e di lasciare la nostra tanto amata consecutio temporum al prossimo appuntamento, proprio perché si tratta di pillole di ortografia, non di un'overdose. Come al solito, cerchiamo di partire dai casi più semplici, quelli che dovrebbero essere trasparenti, ma che, ahimè, non lo sono mai. Nulla è scontato in questo caso, poveri noi! Andando per gradi, ciò da cui mi pare opportuno cominciare è il cosiddetto congiuntivo esortativo. Ah già, dimenticavo, ovviamente i nostri amici anglosassoni hanno eliminato il problema, ma noi non ci arrendiamo e vinceremo la nostra battaglia. Questa è Sparta!!!

Ok, torniamo seri. Congiuntivo esortativo, come dice il nome, è quello che si utilizza per esortare, per dare consigli, avvertimenti, talvolta anche ordini, specialmente alla terza persona singolare e plurale, dove l'imperativo non può accorrere in nostro aiuto. Lo troviamo solitamente in frasi esclamative, ma non lasciatevi ingannare, può celarsi anche in altri contesti. "Vuole imparare a scrivere? Che faccia più pratica allora!". Chiaro, no? Allo stesso modo è altrettanto semplice individuare l'utilizzo del congiuntivo in frasi che esprimono dubbi, nei pensieri di chi sta parlando. "Che sia il caso di approfondire la questione?" in questo caso parleremo di congiuntivo dubitativo, molto originale, devo ammetterlo.

Passiamo a qualcosa di più stimolante, per il quale è necessario avere un minimo di nozioni di analisi del periodo. Che noia, tutte queste etichette, non possiamo proprio farne a meno? No, se vogliamo capirci. Prima tra tutte la nostra cara concessiva, ovvero colei che è introdotta da sebbene, seppure, nonostante, benché. Vi basterà formulare una frase di questo tipo per comprendere che proprio l'indicativo non ci può stare, nonostante sia un errore diffuso. E qui c'è tutto il discorso sulla consecutio temporum, tornano alla mente gli incubi sulle versioni di latino, ma li affronterò per voi, la prossima settimana.

Punto numero due, proposizione finale esplicita. Si dicono esplicite le proposizioni rette da verbi nei modi finiti, indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo (definizione degna di un manuale). Bene, la finale indica lo scopo che vogliamo raggiungere e, poiché è introdotta da affinchè, perché, vuole proprio il congiuntivo, affinchè il discorso sia leggibile.

Generalmente, ci viene detto che la differenza tra indicativo e congiuntivo è il grado di oggettività, di certezza della proposizione. Ma poi, che ne sappiamo noi del grado di certezza? Dunque, vediamo di capirci qualcosa. A questo proposito dobbiamo rispolverare la differenza tra reggente e subordinata, ci siamo tutti? Prima di tutto, se la subordinata contiene un verbo che indica un giudizio, una percezione, qualcosa di cui, teoricamente, siamo sicuri, possiamo utilizzare l'indicativo (sento che qualcosa non va), a meno che... La reggente non sia negativa (non dico che sia facile). In secondo luogo, il congiuntivo si utilizza in vari casi:

- Con interrogative retoriche: che sia in grado di arrivare puntuale?

- Con verbi che esprimono opinioni: credo, ritengo, mi sembra che...

- Con verbi che esprimono desiderio: vorrei che, desidero che, mi piacerebbe che...

- Con espressioni impersonali nella reggente: è necessario che, si dice che, pare che...

- Nei periodi ipotetici (vi scongiuro, mai più "se avrei")

- Per sottolineare l'incertezza (si dice che sia un uomo poco affidabile, sottinteso, ma non l'ho appurato personalmente)

- Se la subordinata precede la reggente: che sia complicato, non v'è dubbio

- Verbi che esprimono una richiesta o un'aspettativa: chiedo che, prego che, spero che, mi aspetto che...

Nelle interrogative indirette la questione si fa più complessa, sono ammessi entrambi i modi verbali, indicativo o congiuntivo, a seconda di ciò che si vuole trasmettere. Se vogliamo esprimere un dubbio si utilizza il congiuntivo, "mi chiedo dove sia andato", "non so se abbia capito", ma non ripugniamo "non so se ha capito", c'è solamente una sfumatura differente nel significato.

Direi che per oggi possiamo fermarci qui, detesto gli elenchi puntati, ne memorizzo a centinaia nei manuali, a forza di ripeterli e non c'è dubbio che alcuni possano essere evitati. Tuttavia, in questi casi, proprio non possiamo farne a meno. Dunque, che fare? Preparatevi una lista portatile se avete difficoltà in questo campo, non rischierete di far accapponare la pelle ai vostri lettori.

Grazie per l'attenzione, cari lettori. A presto!

Martina

Autrice della Harris Series

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