Capitolo 27

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Le prime ore di viaggio sembrano essere le più dure. Eppure mi sono concessa un breve sonnellino. Questo almeno fino a quando la mano delicata di Ethan non si posa sulla mia guancia per una carezza in grado di risvegliare ogni piccola particella di me.
Apro lentamente gli occhi prima di chiuderli per mettermi comoda. Rimangono ancora tante, troppe ore da superare mentre le miglia iniziano a separarmi da New York, ormai lontana.
«Svegliati dormigliona», mi prende in giro quando scaccio la sua mano come se fosse una mosca. «Altri due minuti», mugugno.
Non mi è difficile immaginare il suo sorriso, quel ghigno divertito e quello sguardo da stronzo pronto a combinarne una delle sue. «Due minuti?»
Annuisco tenendo la sua mano premuta sulla mia guancia. «Si», mi lamento poco prima di rendermi conto di ciò che sto facendo. Lascio andare la presa aprendo le palpebre poi le stropiccio guardandomi attorno più che spaesata.
«A Las Vegas voglio una camera tutta mia con le vetrate in grado di abbassarsi. Voglio il buio e... silenzio», mi lamento cercando di mettere a fuoco la zona in cui ci troviamo visto che siamo fermi.
«Una camera tutta tua? Sul serio?»
Lo guardo male e lui finge di pensarci su. «Vedrò quello che posso fare per accontentarti», replica aprendo lo sportello.
«Hai promesso di trattarmi come una regina, ricordi?»
«Già», sorride.
Ci troviamo in un piccolo paesino circondato da montagne, costellato da catene di fastfood e motel a poca distanza l'uno dall'altro con delle grosse insegne super invitanti e dai costi super convenienti, come da cartelli pubblicitari. Questi si trovano ovunque.
Scendo dall'auto. Siamo fermi in un parcheggio ad ore. Quando usciamo dalla rampa di scale ci ritroviamo in un vicolo che odora di pane appena sfornato, caffè e fumo. Il sole è fortissimo. Questo mi spinge a pensare di avere bisogno di una crema solare per evitare le scottature.
Ethan tiene un sacco nero caricato in spalla. Non appena adocchia una lavanderia a gettoni mi ci indirizza e, una volta al suo interno parla velocemente con la proprietaria, una donna anziana con una cuffia color Tiffany a coprirle i capelli pieni di bigodini, accompagnata dai suoi nove gatti tutti appollaiati sul pavimento, sulle lavatrici o nei loro cuscini, prima di condurmi davanti una lavatrice enorme.
«Vuoi fare il bucato senza separare gli indumenti?», chiedo scettica notando che sta già infilando tutto dentro il cestello, più che smanioso di finire in fretta.
Facendo un passo indietro gratta la tempia tenendo con una mano un paio di boxer neri. Si volta come un bambino e afferro in fretta il messaggio. «Non dirmi...», sorrido. «Ethan Evans non ha mai fatto una lavatrice in vita sua, davvero?»
«Ti sembra strano?», riprendendosi tira di nuovo fuori i suoi indumenti. «Spiegami come funziona sapientona, imparo in fretta», appare a disagio.
Il non sapere fare qualcosa deve metterlo alle strette. Mi fa quasi tenerezza questa sua reazione. Non avevo ancora visto questo suo lato.
Recupero tre cestini colorati. Divido gli indumenti scegliendo i giusti detersivi. «Colorati, neri, intimo», dico indicando i tre mucchietti poi i diversi detersivi liquidi e in polvere da usare per ogni lavaggio. Alla fine uso tre lavatrici approfittando della temporanea e silenziosa calma presente dentro questo locale.
I gatti non si muovono nemmeno, qualcuno miagola di tanto in tanto interrompendo la parlantina dell'uomo in tivù impegnato in una televendita.
Qui dentro si sta bene grazie all'aria condizionata e al piccolo tavolo pieno di bevande e dolciumi gentilmente offerti dalla proprietaria che, sembra tenere parecchio alla sua clientela.
«Non era poi così difficile», ammette.
«No, a volte ti perdi in un bicchiere», dico distratta.
«Solo se è mezzo pieno», esclama.
Alzo gli occhi al cielo e quando i primi lavaggi sono pronti passo tutto dentro l'asciugatrice. «Sai almeno stirare?» chiedo curiosa.
Infila le mani dentro le tasche. «Non mi è mai servito».
«Ma come?»
Gratta la nuca. «Si è sempre occupato papà dei miei indumenti sporchi mandandoli in lavanderia o mia sorella prendendomene di nuovi. Prima ancora mia madre», contrae la mandibola.
Anya sa fare il bucato?
«Ok», dico in fretta notando il suo improvviso cambiamento d'umore, evitando di perdermi in stupide domande. Conosco già la risposta. Anya non ha mai fatto il bucato. Una volta l'ho trovata mentre infilava alcuni tubini, indossati una sola volta, dentro un sacco nero. Erano destinati ai poveri mi ha detto con un sorriso carico di imbarazzo. Per questa ragione mi sono sempre occupata io di queste cose pratiche, senza mai sentire il bisogno di un ringraziamento.
«Allora va a farti un giro, qui ci penso io», dico passando ai miei indumenti.
«No, voglio aiutarti», notando il mio sguardo contrariato alza subito le mani in alto. «Ok, vado a prenderti un frullato, ti va?»
Sorrido. «Ottima idea. Cioccolato mi raccomando», facendogli una linguaccia torno a ripiegare i suoi indumenti dopo averli stirati.
Lo vedo allontanarsi e una volta sola abbasso le spalle. Mi sento strana quando sono con lui. Non so, sento tutto in modo diverso. È come se non avessi paura di deluderlo ancora. Mi preoccupa tutto questo. Mi fa paura. Mi fa paura quando si avvicina e l'aria si carica elettricamente rischiando di folgorarmi il cuore. Mi fa paura il modo in cui inizia a battere privo di ogni controllo facendomi sentire euforica. Mi fa paura il suo sguardo magnetico. Perché ci sono sguardi che non vedono l'ora di diventare brividi. E si sa, certi brividi portano dietro molteplici lividi.
Quando torna, le poche clienti che si trovano dentro questo locale dalla pavimentazione a scacchi e dalle pareti grigio chiaro, si voltano a guardarlo.
Loro vedono solo un bel viso concentrato, muscoli che guizzano e un portamento da ragazzo per bene. Vedono un trofeo da conquistare. Il tipo da manipolare, da attirare nella loro rete piena di maliziosi sguardi e pessime battute fatte in un bar dove cercherebbero di abbordarlo.
Non vedono di certo quello che c'è dentro. Il carattere a tratti come un mare in tempesta a tratti un mare calmo e caldo d'estate. Un posto solitario e tranquillo che sa essere un luogo oscuro e pieno di insidie. Ethan è un ragazzo con problemi che non riesce ancora ad affrontare del tutto perché non vuole ammettere di averne. Ethan, il ragazzo che stanno tutte fissando, anche la proprietaria, non è altro che una facciata usata per nascondere un cuore che batte e che rischia di essere ferito.
«Cioccolato, niente panna, niente granella alla nocciola, niente cannella, solo fondente, come da sua richiesta», beve la sua bibita energetica interrompendo ogni mio pensiero o teoria su di lui.
«Te ne sei ricordato», piego le labbra in un sorriso spensierato sorseggiando la bevanda che ha un gusto a dir poco divino. Infatti emetto un verso di apprezzamento e lui soddisfatto si siede sulla panca. «Come dimenticarlo?», mi scocca un'occhiata complice. Stiamo pensando entrambi alla stessa cosa. Il gelato da gusti discutibili di Scott.
Impiego circa mezz'ora per finire. Quando sistemo finalmente l'ultima maglietta, lui si alza dalla poltrona sollevando delicatamente tutto il mio lavoro.
Dopo avere pagato un extra per avere usato l'asciugatrice, dopo i ringraziamenti e i complimenti alla proprietaria sulla pulizia del locale e sulla gentilezza dimostrata, portiamo tutto in auto.
«È stato divertente», ammette.
«Non hai stirato tu con quaranta gradi», mi lamento accaldata.
«C'era l'aria condizionata», mi fa notare.
Sbuffo. «Guastafeste», brontolo.
Sorride dandomi un pizzicotto sulla guancia. Lo spingo. «Ehi», mi lamento.
«Che c'è?»
«Smettila», minaccio.
Ride. «Di fare cosa?», infila gli indumenti puliti dentro una valigia nuova.
Gli mollo un colpetto. «Di pizzicarmi le guance».
Alza il mento. «Ti dà fastidio?», chiede chiudendo il cofano.
Sollevo le spalle. «No, però...»
Si posiziona davanti a me. «Però cosa?»
Gli mollo un altro colpo allontanandomi da lui. «Occhio per occhio Evans», dico seria prima di sorridere.
Fa una smorfia per nascondere un sorriso poi però lo sfodera con sfrontatezza facendomi imbambolare e mancare l'aria dentro il petto.
Riscuotendomi entro in auto insolitamente serena e a mio agio. Sto cercando di adattarmi. Ormai sono lontana da New York e non posso fermarmi a pensare. Perché se solo oso farlo, ricadrò sicuramente nel baratro di tutte le mie incertezze e pessime decisioni prese.
Ethan mette in moto ma non parte. Rimane per pochi istanti a fissare il panorama davanti a sé. L'insieme di montagne, l'autostrada e le auto ferme a circondarci. «Hai fame?», chiede dopo un po' riscuotendosi.
«Giusto un po'», ammetto per non rifiutare l'ennesimo abbondante pasto. So cosa sta cercando di fare e non voglio di certo deluderlo o peggio: farlo sentire inutile.
In sole poche ore mi sta già facendo dimenticare di tutto, anche delle cose più insignificanti facendomi focalizzare su cose che apparentemente faccio quotidianamente ma che, per assurdo, non ho mai realmente apprezzato come quando sono con lui.
Mi sto sentendo una persona e non l'ombra di una ragazza tormentata dal passato e dai problemi in continuo aumento. Mi sto sentendo serena e libera. Una delle sensazioni che non provavo da tempo.
«Emma»
Mi volto e lui dopo avere cambiato corsia, decelerando per non farmi andare nel panico, quando ci troviamo tra una fila di auto in mezzo al traffico rumoroso e persistente, si volta scoccandomi un'occhiata furtiva.
Mi ricompongo drizzando la schiena. «Dicevi?», chiedo.
«Hai voglia di qualcosa di salutare o passiamo dal solito fastfood?», ripete con molta pazienza del necessario. Atteggiamento che non gli si addice. Infatti sta stringendo la presa sul volante.
Batto le palpebre in fretta riprendendo il controllo. «Troviamo un locale di quelli biologici o vegani non so, proviamo qualcosa di nuovo. Ti va?», propongo.
Annuisce. Da sotto le lenti scure che indossa non riesco più a cogliere i suoi cambiamenti d'umore. Tranne quando corruga la fronte o inarca il sopracciglio perché in quel caso mi è impossibile non notarlo. La sua mano quando ci fermiamo a causa dell'ingorgo, si posa sullo schermo. Le dita digitano qualcosa e compare subito sulla mappa un simbolo rosso posto sul locale in cui è possibile mangiare "sano". Leggo di sfuggita qualche recensione positiva, poi quando usciamo finalmente dalla fila di auto riprendo a respirare.
Un altro segnale sonoro ci indica di essere vicini alla meta e, quando arriviamo ci troviamo davanti un piccolo locale tra due alti palazzi. La differenza è sostanziale. In qualche modo questa caratteristica lo rende originale.
Fa davvero caldo. L'aria è resa irrespirabile dalla scarsa presenza del vento. Non c'è nessuna corrente a scacciare via l'afa lasciando il posto ad un clima mite.
Ethan apre la porta del locale di mattoni rossi con le ampie vetrate e la scritta "La casa del cibo sano" lasciandomi passare.
Ogni cosa sembra studiata nel dettaglio qua dentro. Ci sono piante praticamente ovunque, odore di cibo e legno riciclato, pietanze fresche e appetitose. Le pareti sono color lime mentre i tavoli di legno in netto contrasto con il resto come: mensole e banconi, appaiono come qualcosa a sé.
Prendiamo posto ad un tavolo libero. Un cameriere viene subito a sistemare tovaglia, piatti e bicchieri che rispecchiano rispettivamente lo stile di vita del locale e forse anche di coloro che ci lavorano. Hanno strani sorrisi stampati in faccia; sembrano quasi su di giri.
C'è un gran via vai di gente hippie mentre io inizio a sentirmi l'unico tappo di sughero in mezzo alle belle bottiglie.
Dopo avere ricevuto dei graziosi menù con i pasti del giorno e qualche extra, attendiamo curiosi di vedere come comporranno i nostri piatti.
«Non ti sembrano...»
«Sotto effetto di sostanze? Già», replico trattenendo un sorriso.
Ethan passa una mano sulle palpebre poi appoggiandosi al divano mi fissa. I suoi occhi ancora una volta mi trafiggono e precipito nel suo mare pieno di incognite.
«Che te ne pare?»
Mi riprendo. «Spero si mangi bene o rimpiangerò i soliti hamburger e patatine di cui ci siamo nutriti nelle ultime ore di viaggio», gioco con il disegno del legno.
Beve un sorso di birra. «Come stai?»
«Passiamo alla prossima domanda», dico incrociando le braccia sul tavolo. «Che cosa devi andare a prendere di preciso a Las Vegas?», chiedo.
«Dei pezzi di ricambio per le auto», replica ringraziando il cameriere distratto forse dal mio cambio di discussione.
«Grazie», dico al ragazzo che mi versa altra acqua dopo essersi accorto del mio bicchiere mezzo vuoto. «Ma non avevi detto che...», mi fermo piegando la testa. Ethan sta fissando in cagnesco il cameriere. La cosa mi fa sorridere e mentre assaggio il pasto che ho davanti lo indico con la forchetta. «Sei geloso?»
Si riscuote in fretta. «Geloso? Preferirei che non guardassi nessuno in quel modo», dice a denti stretti masticando lentamente.
Spalanco gli occhi. «Perché? Come guardo le persone?»
Sospira. «Smetti di essere così buona con tutti. Quel ragazzo non aveva di certo intenzioni...», cerca la parola e io rido. «Ethan, stai delirando», replico svuotando il piatto.
«Allora dimostra che ho torto», mi sfida proprio quando il ragazzo torna per prendere i piatti vuoti. «Il secondo arriva subito», mi dice.
«Grazie», mordo il labbro arrossendo mentre Ethan scuote la testa guardandomi come per dire: "vedi? Ho ragione!". Ma non ha senso!
Quando il ragazzo si allontana sospiro, anzi sbuffo. «Dicevi sul serio?», gesticolo.
Stringe il manico del coltello. «Non hai notato come ti guardano tutti? Evidentemente no», sbotta innervosendosi.
Prendo fiato provando a rispondere ma la sua occhiataccia mi fa ammutolire. Mi sento un po' frastornata. Non sono abituata a viaggi così lunghi, tantomeno a determinati comportamenti da parte sua. Insomma: non siamo niente io e lui. Siamo solo due amici che stanno affrontando un viaggio insieme.
Amici... che brutta parola per un sentimento che non si avvicina minimamente a quello che provano due che si vogliono solo bene.
Mi ritrovo a sospirare. Ethan staccandosi dallo schienale scivola dal mio lato mettendo un braccio dietro la mia schiena. «Che succede?»
Mi sento colta alla sprovvista. «Mi confondi», ammetto. «O è questo locale a darti alla testa o... non lo so».
«Perché ti ho chiesto di non guardare tutti come se fossi una sirena?»
Corrugo la fronte stupita e lui si volta per qualche istante prima di affrontarmi con le guance rosee. Quando il cameriere porta a tavola i piatti e un'altra brocca d'acqua per versarne un po' sul mio bicchiere sbotta: «Potresti lasciare direttamente la brocca? Grazie».
Mimo al ragazzo un semplice "scusalo" e, quando è lontano mi preparo ad affrontarlo ma la sua espressione è così strana da bloccarmi. «Che ti prende?»
«Te l'ho detto», soffia fuori come un gatto arrabbiato. «Non puoi guardare tutti allo stesso modo e...», si ferma.
Unisco le mani. «Hai preso troppo sole durante il viaggio o cosa?», alzo il tono.
Si irrigidisce. «No, dovresti solo intuire cosa non va in me quando ci troviamo vicini e tu continui a respingermi», sibila scivolando via dal divano e dal tavolo per dirigersi alla cassa.
Lo seguo parecchio confusa. «Posso almeno...», mi fermo evitando un litigio.
Paga e io prendo il dolce che, a quanto pare mangeremo fuori, lontano dalla gente.
«Ti vergogni di me?»
Mi guarda come se lo avessi appena deriso. Si avvicina così tanto da spingermi contro la parete. Non ho più fiato. Tanto è vicino. «Io ti dico che mi piacerebbe essere guardato in quel modo da te e tu mi chiedi...», allontana il viso soffiando dalle narici. «Incredibile», esclama. «Sei davvero assurda, Emma».
Quando si stacca riprendo fiato. «Ethan, sei davvero strano quando ti comporti così», ammetto sincera.
Si ferma riflettendo sulle mie parole. «Forse, ma non vederlo come qualcosa di negativo».
«Perché non lo è», concludo per lui.
Annuisce e aprendo il contenitore, sedendosi su uno dei gradini di una casa apparentemente deserta, mi passa una forchetta. «Sono nervoso anch'io e tu... ascolta: devi solo fidarti di me, ok?»
«È per la domanda che ti ho fatto sulle auto, non è vero?»
Annuisce ancora una volta abbassando la testa. Mordo la guancia. «Ok», sussurro infine e lui si rilassa.
Perché è così importante per lui che io non sappia niente di tutto questo? Non ci sono ormai dentro?
Vedendomi distratta mi pizzica una guancia. «Ti sei ammutolita di nuovo».
«Voglio solo sapere una cosa», inizio insicura. Le sue spalle diventano rigide. «Spara», mi fa cenno di continuare. Mi avvicino. «Lo fai per proteggermi, vero? Per questo non vuoi dirmi niente».
«Se ti dico di sì la smetterai di fare domande su questo argomento?» appare esasperato.
Deglutisco a fatica. C'è qualcosa di losco sotto. Ecco perché non vuole che io sappia. «Si», confermo.
Lancia il contenitore vuoto dentro un cassonetto aperto facendo centro poi procede anche con le forchette. Ha una mira precisa. C'è qualcosa che non sa fare?
«La questione delle auto è una questione delicata e non voglio che indaghi o altro perché è molto pericoloso. Quindi si, voglio proteggerti e tu, da adesso, non dovrai più chiedere...»
«Va bene», rispondo interrompendolo prima di alzarmi. «Starò a debita distanza dai tuoi affari loschi».
Mi segue fino a quando non supero il vicolo. Poi, afferra la mia mano intrecciando le nostre dita così saldamente da farmi sentire nell'immediato in alto mare. Sto galleggiando tra i pensieri e lui è come un'onda improvvisa in grado di capovolgere tutto.
Cammina in modo sicuro tra la gente sul marciapiede costellato di ciottoli, lampioni e piante. Di tanto in tanto c'è anche qualche albero rigoglioso accanto ad una panchina di cemento o legno dove alcuni anziani stanno leggendo tranquillamente il giornale.
«Dove stiamo andando?»
Si muove come se conoscesse il posto mentre io rischio di perdermi ad ogni fermata. «Ho notato che durante il viaggio ti sei agitata di meno quando avevamo gli snack. Dobbiamo fare scorta», si volta con un lieve sorriso dolce.
«E vuoi tenermi buona facendomi ingozzare di porcherie super caloriche? Grazie tante», replico con finta indignazione.
«Lo vedo come un sedativo. Solo così posso evitare di fermarmi ogni due metri», replica riferendosi alle prime ore di viaggio quando non ero ancora sicura di potere affrontare tutto questo.
«Non è grazie agli snack che mi sono calmata», rispondo alzando il mento.
Mi guarda scettico. «Chi vuoi prendere in giro?»
«Ho mantenuto i nervi saldi e l'ansia da parte perché altrimenti quattro giorni di viaggio sarebbero un inferno», confesso.
Si ferma sulle strisce e sto già trattenendo il fiato. Continua a mettermi alla prova. Trova un modo. Sempre.
«E non volevo vederti cambiare umore di continuo», aggiungo insicura.
Non replica. Semplicemente attraversiamo la strada fino a giungere davanti un negozio pieno di snack di ogni tipo. "Il paradiso dei golosi", così si chiama.
«Tu ti occupi degli snack mentre io prendo qualcosa da bere. E se qualcuno ti importuna... be', digli che hai un fidanzato geloso e parecchio irascibile», trattiene a stento una risata quando mi vede impallidire.
«Sei strano forte oggi. Chi mai ci proverebbe con me in un negozio come questo?», scuotendo la testa lascio andare la sua mano dirigendomi tra i vari reparti dopo avere preso un cestino rosso dalla cassa.
Mentre lo riempio rifletto sul fatto che queste merendine farebbero ingrassare persino un elefante. Ma se Ethan le vede come un sedativo o un modo per tenermi buona, non posso far altro che assecondarlo. In fondo lui si sta prendendo cura di me tenendomi costantemente d'occhio.
Anche se per pochi istanti, ho paura che mi veda come una sorella da proteggere.
Scuoto la testa osservando la fila di m&m davanti. Con un sospiro lascio cadere dentro il cestino qualche confezione al cioccolato.
Quando arrivo alla cassa, avvistando le gomme Brooklyn bianche ne prendo due confezioni. Con il tempo credo di avere assunto una dipendenza. Inoltre masticare mi aiuta a non sentire la nausea durante il viaggio.
Non vedendo Ethan da nessuna parte, pago tutto quello che ho preso sentendomi in qualche modo libera di farlo.
Il commesso incarta ogni acquisto tranquillamente. «Viaggio lungo?», chiede curioso guardandomi con i suoi occhi nocciola nascosti dietro un ciuffo ribelle di capelli.
«Direi proprio di sì», rispondo con un sorriso.
Quando mi volto, notando la sua espressione improvvisamente pallida e concentrata sulla busta, ritrovo Ethan a pochi passi. Mi sta letteralmente fulminando con gli occhi.
«Lo so», inizio. «So che non lo sopporti, ma questo credimi, è il minimo», dico afferrando i sacchetti, tornando indietro dove abbiamo lasciato l'auto.
Al contrario, raggiungendomi mentre sto sistemando gli acquisti, chiede: «Serve altro?», passa in rassegna le nostre cose.
Rifletto un momento di troppo poi mi allontano da lui senza dire una parola. Entro in una caffetteria graziosa dalle pareti piastrellate e decorate all'italiana. Qui dovrebbero fare un buonissimo espresso. Prendo due caffè da portare via e il proprietario mi regala due dolcetti da assaggiare.
Quando torno verso l'auto Ethan appare contrariato. Incrocia persino le braccia fissandomi in cagnesco; proprio come se volesse annientarmi.
Mantengo lo sguardo. «Ti servirà la giusta dose di caffeina per guidare, testone. Non ho la patente, non so se ricordi», dico passandogli il primo bicchiere mentre l'altro lo sistemo dentro, nell'apposito porta bevande di cui quest'auto da corsa è dotata.
«Mi sedi con la caffeina, mi sembra la giusta vendetta», replica entrando in auto compiaciuto. «E hai anche preso gli m&m assortiti», ghigna.
«Emma 1, Ethan 0», esclamo allacciandomi la cintura con un sorriso tutto denti stampato sulle labbra.

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