Capitolo 16

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Esco dall'aula rilassata e soddisfatta. Sono riuscita ad inserirmi tra gli studenti per un brevissimo stage di circa quaranta ore che si terrà online, utile per il percorso di studi in legge che sto seguendo.
«Ci vediamo!» mi saluta una collega entusiasta per il periodo di vacanze che ormai ha davanti.
«Si, ciao!» ricambio stringendo il raccoglitore tra le braccia poco prima di fermarmi dinanzi una macchinetta piena di bibite per prendere un tè freddo.
In una giornata torrida come questa è meglio assumere qualcosa di liquido e fresco per non svenire in mezzo alla strada.
Inserisco le monete dentro il distributore, digito il codice e dopo avere dato una spinta cerco di fare uscire la bottiglia che come al solito si è incastrata.
Un collega notandomi in difficoltà mi aiuta prendendo per sé una seconda bottiglia. «Buona giornata Emma», esclama passandomi la mia.
«Grazie, buona giornata anche a te», replico abbozzando un sorriso prima di aprire la bottiglia per bere subito un sorso di te'. Poso la bottiglia dentro la borsa e recupero una confezione di cracker.
Mi volto e rimango impietrita. Guardo ovunque cercando di metterlo bene a fuoco e lui si avvicina deciso. Non ho via di scampo.
«Ciao»
Irritata perché so che mi ha seguita lo supero ma afferrandomi per un braccio mi trascina fuori, in un angolo tranquillo del polo universitario. Il cuore inizia a battere forsennato e mi sento parecchio in agitazione.
«Non, scappare», sibila a fatica trattenendo a stento la rabbia.
Scrollo la sua mano ancora troppo stretta al polso spingendolo. «Vattene!» strillo.
Nega avvicinandosi a me. «Emma, dobbiamo parlare», prende il mio viso tra le mani provando a baciarmi e ancora una volta riesco ad allontanarlo disgustata.
«Non azzardarti a toccarmi o giuro che inizierò ad urlare fino a quando non arriveranno le guardie del campus a trascinarti fuori!» minaccio rabbiosa.
Non sente ragione e avvicinandosi prende ancora il mio viso tra le mani. «Che cosa vuoi farmi, eh? Emma, sei la mia ragazza...»
Nego. «Non più», le mie parole inizialmente sembrano colpirlo, infatti si allontana lentamente permettendomi di tornare a respirare normalmente e non più con affanno.
Stringo il raccoglitore al petto evitando di guardarlo. Mi fa rabbia. Tanta, troppa rabbia. Davvero non si rende conto di ciò che mi ha fatto?
«Non più», ripete guardandomi sorpreso. «E quando me lo avresti detto?»
«Te lo sto dicendo adesso quindi lasciami in pace», provo a superarlo ma, facendo un passo verso destra mi sbarra la strada.
Alza il labbro. «Dove pensi di andare?»
Prendo aria. «Lontana da te. Adesso lasciami andare, ho da fare», esclamo sempre più agitata dentro.
Scrolla lentamente la testa sorridendomi. «Andiamo, facciamo pace. Non ti sembra esagerato?»
Lo guardo male. «Esagerato? Scott, mi hai picchiata!» strillo. «Mi hai fatto male e mi hai ferita nel profondo mentendomi spudoratamente sulle presunte chiamate notturne che ricevi costantemente da Sasha.»
Porto una mano sulla fronte. Sto per esplodere. «Sasha. Non una ragazza qualunque ma lei. La nostra amica, la nostra collega!» urlo spingendolo. «Io ci stavo cascando, che idiota!» continuo sempre più nervosa. «Ti sembra esagerato questo? Mi hai profondamente delusa e tradita», gesticolo tenendo a bada l'affanno e il panico crescente.
Si avvicina nuovamente. «Mi dispiace, ok? Mi chiamava perché aveva bisogno di aiuto con il suo ex.»
Perché le sue parole mi sanno tanto di bugia?
Infilo la cartella dentro la borsa incrociando le braccia. «E io adesso dovrei crederci? Potevi dirlo prima.»
«Si», urla. «Devi perché sei la mia ragazza, cazzo. Lo sei e ti sto dicendo la verità. E se devo conquistare la tua fiducia, lo farò», continua facendosi sempre più vicino.
Giro il viso. Non riesco a credergli. «Ti chiamava solo per quello?»
Passa una mano tra i capelli. Un gesto che mi fa ripensare tanto a Ethan. Mi irrigidisco.
«No, non voleva rimanere sola in casa così... le ho permesso di...»
Metto la mano davanti per fermarlo. «Ok, ho sentito abbastanza. Vaffanculo Scott!»
Provo a superarlo ma ancora una volta mi sbarra la strada. La sua mano avanza sulla mia guancia per una carezza. «Non starai mai con lui, questo lo sai?»
Strabuzzo gli occhi. «Scott, che cosa stai dicendo? Hai preso qualcosa per caso?»
Ride accendendosi una sigaretta, appoggiandosi con un piede al muro. «Non fare la finta tonta adesso, non ti si addice», sibila sprezzante. «Ho visto come lo guardi.»
Batto ancora le palpebre. «Scott sei proprio fuori di testa. Stai dicendo delle cose assurde!»
Ride ancora lanciando la sigaretta per terra avvicinandosi, sbattendomi contro la parete. «Stammi bene a sentire, non accetterò mai che tu e lui...»
Gli mollo uno schiaffo abbastanza sonoro in grado di allontanarlo da me. «Non toccarmi mai più», gli urlo spostandomi verso la strada agitata.
Corro dentro l'università dirigendomi verso il bagno. Dopo essermi accertata di essere sola chiudo a chiave la porta appoggiandomi al ripiano del lavandino. Mi guardo allo specchio. Sono in preda al panico.
Il telefono vibra facendomi sobbalzare. Lo pesco dalla borsa con mani che tremano.
«Anya, tutto bene?» la voce mi esce terribilmente stridula.
«Emma, stavo pensando... un momento: perché sei agitata?»
Prendo un grosso respiro. «No, non lo sono. Come mai mi hai chiamata?»
«Emma, che cosa succede?»
Gli occhi pizzicano. Apro il rubinetto sciacquando i polsi e con il telefono tra la spalla e l'orecchio replico. «Niente, ho solo avuto un battibecco con Scott che ha avuto la brillante idea di presentarsi qui», balbetto asciugando le mani, guardandomi avanti e indietro smarrita.
Anya per poco non si strozza. Emette un verso stridulo. «Vengo a prenderti», sbotta urlando a gran voce per chiamare Mark.
In questo somiglia tanto al fratello. Hanno quel tratto che li contraddistingue.
Merda. «No, è andato via. Non preoccuparti. Sto bene», non ne sono neanche tanto convinta.
Lei se ne accorge. «Che cosa ti ha fatto?» abbasso gli occhi mortificata sul polso rosso dove vi è già un segno. Lo sfioro con il polpastrello.
«Niente, voleva solo parlare ma gli ho chiesto di andare via», mento con un po' di sicurezza.
Ovviamente non mi crede. «Emma, quando smetterai di coprire ogni cattiva azione? Che cosa voleva, perché è lì? E perché sei così spaventata?»
Scivolo a terra e lei sentendo il tonfo si agita. «Emma, parlami!»
Tengo a freno le lacrime e anche la paura. Sto avendo una ricaduta e lo sento. «È stato un po' brusco, ma alla fine credo abbia capito che non era il momento giusto. Gli ho mollato uno schiaffo e... e ho un grosso livido sul polso. Niente che non passi», provo a rassicurare lei e indirettamente anche me.
«Lurido... Sicura di stare bene? Posso prendere l'auto e raggiungerti...»
Nego come se potesse vedermi. «Ho un miliardo di cose a cui pensare e da fare. Non preoccuparti. Starò bene», ripeto interrompendola.
Sento la voce di Mark che le bisbiglia qualcosa. «Ok, se hai bisogno chiama e non rimanere sola in posti isolati. Io sarò da Mark oggi, ma sarò disponibile in ogni momento
Sorrido. «Ok, grazie Anya»
«Sta attenta, ok?»
Mordo il labbro. «Anya»
«Si, Emma?»
«Non dirlo a tuo fratello.»
Lei trattiene il fiato ovviamente nel panico. «Ok, a dopo»
«Ok», premo il tasto per terminare la chiamata e dandomi una sistemata esco dal bagno.
In corridoio non c'è nessuno pertanto esco dirigendomi in biblioteca per delle ricerche, poi mi fermo in libreria ad acquistare qualche altro libro voluminoso e infine in caffetteria per prendere qualcosa da mangiare.
Ordino un sandwich e una bottiglia d'acqua sedendomi al tavolo accanto alla vetrata. Dietro di me la vetrina piena di dolci.
Apro il libro godendomi il breve momento di tranquillità; anche se non faccio altro che pensare a Scott, alle sue parole e al suo sguardo.
Sospiro chiudendo il libro e allontanando il piatto ancora pieno passo le mani tra i capelli.
Un collega arrivando con un gran sorriso, vedendomi sola chiede il permesso sedendosi subito accanto a me. «Posso?» sbircia gli appunti aperti sul tavolo.
Glieli passo avvicinando di nuovo il piatto mentre lui si gusta la sua lasagna copiando qualche pezzo dai miei appunti.
«Sembri tesa», mi fa notare. «Paura dell'esame?»
Nego. «Abbiamo del tempo per studiare e a me non manca di certo», sorrido mordendo un pezzo del sandwich controvoglia.
«I tuoi appunti sono sempre perfetti. Dovrai farti ringraziare con una cena prima o poi», sorride. «Sai che l'invito è sempre valido», continua pulendosi le labbra.
«Mi pagherai un panino la prossima volta che ci vedremo», rispondo sorridendogli.
«Oh io non lo farei proprio!»
Il mio collega sta per replicare quando sentiamo una voce. Alzo gli occhi e per la seconda volta raggelo.
Mi alzo immediatamente, pronta a fare una scenata ma Scott mette le mani avanti. «Ti rubo solo due minuti», guarda male il ragazzo che salutandomi e guardando in tralice Scott va a sedersi al tavolo accanto tenendomi d'occhio. Forse pronto a difendermi se necessario.
«Che cosa vuoi?» non mi siedo, lo guardo fisso negli occhi incrociando le braccia.
«Sto sbagliando tutto e mi dispiace», dice a disagio notando che tutti i presenti ci stanno guardando.
«Si, ma è tardi per le scuse e io non ho tempo per...»
«Per me?»
Alzo gli occhi al cielo. «Non mi fido più di te. Quello che hai fatto e detto mi ha bloccata», ammetto passando una mano tra i capelli. «Devi fartene una ragione e lasciarmi in pace. Non ho nessun altro e non voglio avere problemi al lavoro.»
Scuote la testa stringendo i denti. «Vuoi del tempo per capire?»
Che cosa rispondo?
«Si», sussurro flebile. Forse lo faccio per allontanarlo il più possibile da me. Direi quasi per istinto di sopravvivenza, pur sapendo che niente cambierà le cose.
Annuisce ficcando i pugni dentro le tasche. «Ok», gira sui tacchi allontanandosi.
Abbasso le spalle e raccogliendo tutte le mie cose senza guardare nessuno in faccia ritorno a casa.
Quando finalmente mi ritrovo tra le mura del mio rifugio, sentendomi sfinita tolgo le scarpe lasciandole all'angolo e cado per qualche istante sul letto.
Ho trascorso una pessima giornata. Per non parlare del fatto che ho chiesto del tempo a Scott. Ho commesso l'ennesimo di una lunga serie di errori che, con ogni probabilità mi condurranno al dolore. Perché, sappiamo tutti cosa significa avere bisogno di tempo. Abbiamo troppa paura di dire invece che non torneremo più indietro ma non lo facciamo per non ferire l'altro che ha ancora delle aspettative.
Mi alzo dal letto, faccio una doccia per togliere di dosso non solo quel live filo di sudore ma anche ogni sensazione generata dall'ultimo incontro avuto con una persona che mi ha ferita.
Indosso una canottiera lunga e un paio di leggings neri molto comodi. Lego i capelli in una crocchia scomposta per non averli sul viso ed evito di guardarmi allo specchio per non dovermi sentire ancora una volta un relitto.
In casa non fa poi così caldo grazie ai condizionatori gentilmente comprati da Anya. Quella ragazza, è davvero un mito.
Passo in cucina dove preparo accompagnata dalle note inconfondibili di Sia: del filetto di manzo con del pomodoro, peperoncino e olive. Inforno delle patatine e poi tosto del pane.
Nell'ambiente circostante si respira un profumo invitante, questo raggiunge anche il corridoio. Peccato per il mio scarso appetito.
Faccio un piccolo sforzo per mangiare guardando una puntata di The Vampire Diaries, imprecando contro Demon che non ne fa mai una giusta. Mi rendo conto di essere ridicola ma i telefilm sono la mia via d'uscita.
Dopo il telefilm, prendo il libro Orgoglio e Pregiudizio, iniziando a leggere attentamente ogni pagina.
La storia mi sembra assurda e allo stesso tempo così attuale.
Come fanno due persone a non capire quanto si amano se non alla fine?
Mi appassiono tanto e in meno di un'ora ho già divorato metà libro. Alzo gli occhi dal libro guardando l'orologio e mi accorgo che sono le dodici e mezzo passate. Mi stiracchio e alzandomi vado a prendere qualcosa da mangiare.
Il telefono lasciato sul bancone vibra e lo schermo rimane illuminato segnalandomi una chiamata in arrivo.
Merda!
Anya ha chiamato cinque volte nell'ultima mezz'ora. Proprio mentre sto per richiamarla vedo il suo nome sullo schermo. Mi affretto a rispondere.
«Pronto? Pronto? Anya?»
Alle orecchie mi arriva la musica e un gran fracasso. «Em..ma dove sei? dobresti proprio veni..re, ci stiamo divertendo un casino», biascica Ethan.
Che ci fa con il cellulare di sua sorella? Nello stesso istante, arriva un'altra chiamata.
«Ethan aspetta un momento», rispondo all'altra chiamata alzando gli occhi al cielo.
«Emma sono Anya, mio fratello dopo che abbiamo parlato deve avere scambiato il telefono e non so dove sia», è agitata.
Io lo so dov'è quel cretino. Mordo le labbra. «Anya, calmati. È in linea con me in questo momento, ma non so dove sia. E' ubriaco.» Sento dei rumori in sottofondo, Anya che impreca. «Che cosa succede?», le domando allarmata.
«Emma, potresti parlare con lui? Ti ascolta e al momento sembri l'unica a farlo ragionare. Dobbiamo sapere dove si trova. Questa sera dopo che abbiamo parlato è uscito nervoso se non arrabbiato poi deve avere litigato con Tara e uno dei suoi vecchi amici per chissà quale altro motivo. Deve proprio avere raggiunto il limite se è crollato.»
Raggelo schiarendo nervosa la voce. «Ok, ti richiamo», stacco. «Ethan ci sei?», domando sentendo troppo baccano.
«Credevi che avrei staccato o che me ne sarei andato e invece no. Sono ancora in attesa di una tua risposta. Con chi parlavi?», biascica ridacchiando.
Evito di dargli delle inutili spiegazioni o di rimproverarlo perché sono l'ultima persona che in questo momento può farlo. «Perchè hai bevuto? Dove sei?», corro in camera a cambiarmi.
«Che cosa stai facendo?», domanda a sua volta in modo distorto e mi viene da ridere però mi trattengo per non turbarlo o farlo staccare prima ancora di avere scoperto dove si trova.
Per essere ubriaco però: è molto attento.
«Mi sto cambiando. Allora? Mi dici dove sei?», metto in vivavoce per infilare dei pantaloncini e le scarpe.
«Perchè ti stai cambiando? Dove vai? Non dirmi... stai uscendo per vederti con quel coglione di Scott, vero? Sai, oggi ho saputo che vi siete incontrati e mi hai deluso anzi no... no, lui mi ha proprio fatto incazzare mentre tu...», si interrompe dopo avere usato un tono brusco poi lo sento imprecare.
Anya gli ha detto tutto. Tipico!
«Sto venendo alla festa così mi mostri come ti diverti. Devi solo dirmi dove si trova», mordo il labbro, recupero la borsa e, mentre cammino spengo tutte le luci dell'appartamento.
Ethan scoppia a ridere. «Sei così divertente Emma. Vieni alla festa? Davvero? E che ci vieni a fare senza il tuo fottuto ragazzo che non fa altro che metterti le mani addosso? Dio, che rabbia! Se lo vedo lo ammazzo. Ah ah», sghignazza. «Se lo vedo non so come reagisco quindi non venire con lui se sei così innamorata da portartelo dietro.»
Mi sento ferita dalle sue parole ma lascio correre proprio perché è inutile combattere con un ubriaco. «In realtà sto venendo perché mi avevi invitata. Non ti ricordi? Non mi vuoi li con te?», domando quasi stizzita e in ansia per un'altra delle sue risposte. Esco di corsa dall'appartamento.
«Mi chiedi se ti voglio qui con me? Sul serio, Emma?»
«Ti sembra così assurdo? Dico sul serio, Ethan», rispondo con una calma che attualmente non mi si addice.
Si allontana per pochi istanti dal frastuono. «Emma, tu proprio non lo capisci. Non è così?»
Corrugo la fronte. «Capire che cosa? Sei sempre così criptico», esclamo incapace di trattenermi. Mordo una pellicina.
Sospira. «Criptico... mi ritieni così
Trattengo una risata isterica uscendo dall'appartamento. «Si, spesso lo sei con me.»
Perché sento di potergli dire di tutto?
«Ok, non voglio esserlo con te. Ti voglio qui con me. Sai, si sta bene quando ci sei tu a riempire l'aria con la tua presenza. Ora capisco perché quell'idiota ti vuole nella sua vita, ma non ti avrà perché non glielo permetterò.» Sghignazza ancora parlando con qualcuno prima di sbraitargli qualcosa di incomprensibile contro.
Decido di sbrigarmi. Non c'è tempo da perdere.
«Ethan, ascolta solo me. Dimmi dove sei. Sono appena uscita dall'appartamento», dico in tono serio e con le palpitazioni per ciò che ha appena detto.
«Dove sono? Davvero stai venendo alla festa
«Si», rispondo esasperata.
«Ok, non arrabbiarti. Mi fa un effetto strano quando alzi la voce. Sono da Star's Club. Fai in fretta Emma, gira tutto ed è fantastico!», ridacchia staccandomi in faccia.
Il mio cuore perde un battito e richiamo Anya ma è troppo lontana per arrivarci ed è bloccata a casa di Mark.
Allora a sangue freddo trovo una soluzione e decido di agire. Mi collego su internet cercando il percorso. Non è molto distante e a piedi arriverò in cinque minuti. So di forzare la gamba ma Anya mi ha chiesto di andarlo a recuperare e non voglio deluderla. In fondo sono solo pochi passi e poche strade nuove da visitare, mi dico mentre avanzo frettolosa.
Quando arrivo dinanzi l'enorme magazzino, sono a corto di fiato. Mi appoggio per un momento al muro massaggiando la gamba, poi entro dentro chiedendo al buttafuori di fare una piccola eccezione.
La puzza di alcol stantio, investe immediatamente le mie narici. Capisco subito di non essere ad una semplice festa ma ad un rave vero e proprio quando vedo: gente che urla giocando con dei bracciali fluorescenti, ragazzi che ridono barcollando, spingendosi e strattonandosi e tanto altro con sguardi stupidi.
Avanzo a disagio cercando di vedere Ethan da qualche parte anche se le luci a laser mi danno fastidio così come la calotta di fumo che blocca l'aria. Per non parlare della musica troppo alta e assordate. Vengo sbalzata più volte da ubriachi troppo in estasi per rimanere in piedi. Supero una pila di bicchieri tutti rovesciati sul pavimento di cemento presente e mi sento in ansia. Trovare Ethan in mezzo a tutta questa gente: è come cercare un ago dentro un pagliaio. Passo oltre una tenda di cellophane chiamandolo al telefono di Anya.
Uno, due, tre squilli.
«Emma
«Sono qui non ti vedo», cerco di alzarmi sulle punte ma la gente è troppo alta ed io mi sento una bambina. Ho il cuore in gola e ho paura che qualche ubriaco mi travolga nella sua rissa facendomi male.
«Merda! Sei venuta davvero?» impreca lucidamente. Sembra anche avere riacquistato un pò di autocontrollo. «Sta ferma lì, ti raggiungo io», tronca la chiamata.
Dopo un paio di minuti interminabili, tra il fumo e le luci stroboscopiche vedo avvicinarsi una figura. Barcolla leggermente e sorride come un cretino. Ma, non è Ethan; è Scott. Raggelo ancora cercando subito di distogliere lo sguardo. Purtroppo si accorge di me e in poche e semplici falcate mi raggiunge.
«Ehi, che ci fai qui», si guarda attorno.
Non rispondo e lo supero pronta ad uscire da questo stupido posto, ma artiglia il mio braccio sorridendo in modo strano, inquietante.
«No, non ti lascio andare da nessuna parte. Ti voglio tutta per me questa notte», cerca di avvicinarsi.
Rabbrividisco e lo spingo via disgustata. Puzza di erba e alcol, di quelli pesanti, che bruciano lo stomaco con un solo sorso. I suoi occhi sono rossi e fissi sulle mie labbra.
«Lasciami andare Scott, non ho intenzione di stare con te!», strillo ma non so se riesce realmente a sentirmi. Il suo sguardo è distante, mentre dalle sue labbra si apre un sorriso prima della risata maligna che rimbomba dentro le mie orecchie spaventandomi.
Mi pento di essere corsa in questo posto senza prima avere avuto un piano di emergenza per questo genere di situazioni.
«Sei solo mia, lo sai? Voglio scoparti», biascica ancora avventandomisi addosso.
«Scott NO!», urlo dandogli uno schiaffo ma ciò non serve e continua a stringermi, a toccarmi. «Scott smettila!», urlo ancora evitando le sue labbra, sentendomi in preda al panico.
«Ci divertiremo. Perché sai che cosa faremo adesso? Adesso andremo a casa e finalmente scoperemo! Ti voglio così tanto dolcezza», ringhia palpandomi il sedere, avvicinandomi a sé.
Mi sento male ed i miei occhi si riempiono di lacrime che bruciano come tizzoni ardenti sulle palpebre.
Presa dall'angoscia mi divincolo dalla sua ferrea presa e per istinto di sopravvivenza arretro di un passo calmando l'affanno e i singhiozzi che rischiano di soffocarmi.
«Non ti avvicinare», gli urlo quando tenta di farsi di nuovo vicino.
Lecca le labbra ghignando come un clown prima di scattare in avanti.
Non è più lui. Non è in sé. Chiudo gli occhi preparandomi al suo attacco, ma nessuno mi si avventa addosso. Il frastuono della musica non cessa e quando sbircio, Scott si sta rialzando da terra tenendo il palmo sulle labbra da cui esce copioso del sangue. I miei occhi catturano anche l'immagine del ragazzo che lo ha appena colpito.
Ethan se ne sta immobile, le spalle tese, pronto a ridargli un altro pugno in faccia.
Scott ricambia lo sguardo leccandosi le labbra imbrattare di sangue. «Non sono affari che ti riguardano. Non ti impicciare, Ethan Evans!», dice aggressivo passando il palmo sul labbro dopo avere fatto una smorfia e avere sputato di lato.
Rabbrividisco abbracciandomi istintivamente. Non l'ho mai visto ridotto in questo stato.
Ethan sbuffa dalle narici. È parecchio teso. «Sapevo che l'avresti fatta soffrire. Lo sapevo. Come sapevo che l'avresti spaventata. Sei proprio un coglione», risponde con gli occhi rossi ed il viso contorto dalla furia.
«Non è tua! Stavamo giusto andando a casa, vero Emma?» gli sorride provando ad afferrarmi.
Spalanco gli occhi scoppiando in lacrime. Non lo riconosco più. E' di questo che parlavano tutti quando lo nominavo? Per questo la gente continuava a mettermi in guardia? Il mio cuore si spezza ancora una volta alla vista del ragazzo di cui mi sarei potuta innamorare e fidare. Ancora una volta: ho conosciuto un mostro.
Metto una mano sulla bocca quando Ethan gli sferra un altro pugno. «Non toccarla!» gli urla contro facendolo cadere a terra, iniziando a pestarlo. «Ti avevo avvertito. Sei finito!», iniziano a colpirsi e nessuno interviene.
«Smettetela!», mi fiondo nel mezzo ancora in lacrime aspettando di essere colpita ancora una volta da uno di loro.
Per fortuna si fermano immediatamente. I loro petti si alzano ed abbassano velocemente a causa dell'affanno. Sbuffano dalle narici ed i loro occhi sono rossi, iniettati di sangue.
«Diglielo allora, digli che mi ami e che andremo a casa a...»
Guardo Scott con distacco e disgusto. La mia testa si muove dicendogli di no, rifiutandolo. «Ethan, per favore andiamocene prima che io ti permetta di uccidere questo animale», distolgo lo sguardo e afferrando il suo braccio mi incammino per uscire dal posto.
Una volta fuori lascio la presa e singhiozzo così sonoramente da spaventarmi.
Ethan si aggiusta la maglietta poi mi abbraccia o almeno ci prova perché non appena le sue braccia mi circondano il mio corpo agisce da solo staccandosi, asciugo le lacrime con rabbia. Tiro su con il naso e sentendo il telefono vibrare ripetutamente mi affretto a rispondere alla chiamata.
«Dimmi che hai trovato mio fratello?»
Singhiozzo. «Si è qui con me, lo porto all'appartamento», tiro su con il naso e sospiro. Devo calmarmi prima di avere una brutta crisi di nervi.
«Emma, che cosa è successo?»
Scoppio di nuovo a piangere come una ragazzina. «Ne parliamo domani, ok? Goditi la serata con Mark e sta tranquilla, tuo fratello sta bene.»
Stacco iniziando a camminare per sbollire questo amaro senso di delusione che mi lacera le vene ad ogni respiro.
«La mia auto», Ethan la indica posteggiata a poca distanza.
Penso subito ad una soluzione. «Conosci a memoria il numero di Seth o Anya ce l'ha memorizzato?», domando.
Ethan me lo detta e dopo due squilli Seth risponde assonnato. «Scusa se ti disturbo Seth, sono Emma. Non avrei chiamato ma è un'urgenza. Potresti passare a prendere l'auto di Ethan allo Star's Club? Non può guidare perché è ubriaco ed io non ho la patente.»
Seth accetta, ringrazio e stacco la chiamata perché non riesco neanche più a parlare; tanto il nodo che sento in gola continua a stringersi.
Ethan cammina accanto senza aprire bocca ed io gliene sono immensamente grata. Scoppierei in lacrime ed è l'ultima cosa che voglio. Non mi è mai piaciuto dimostrare agli altri di essere tanto fragile. Quando lo vedo barcollare guardandosi intorno frastornato, lo sostengo fino all'appartamento per evitare che qualcuno lo investa.
«Sono pesante?»
«Giusto qualche chilo in più rispetto a me», prova ad alleggerire il peso forse perché nel suo stato di ebbrezza nota che sto zoppicando.
Quando arriviamo a casa, apro la porta della camera libera che Anya usa sempre per gli ospiti e che io definisco la camera di Ethan e lo faccio sdraiare sul letto.
Si sistema mettendo un braccio sul viso respirando lentamente.
«Sei arrabbiata con me?», biascica mormorando.
«Non capisco proprio perché hai scelto quel posto anziché un semplicissimo bar in cui ubriacarti e rimanere seduto, magari ritrovandoti con la testa su un piatto pieno di pizza», sbotto.
Ride. «Si, sei arrabbiata con me.»
«Sssh, adesso dormi», cerco di trattenere ancora le lacrime ormai perenni e sulla soglia.
Gli tolgo le scarpe e vado a cercare una coperta. Mi rendo conto che questa è una delle stanze più fredde.
Sistemo il plaid su di lui poi poso sul comodino delle asprinine e un bicchiere di succo nel caso in cui si risvegliasse assetato e con un gran mal di testa.
«Non sono una persona orribile», sussurra come un bambino. «L'ho solo fatto per proteggerti.»
«No, non lo sei. E grazie. Adesso però dormi.»
Spinta da uno strano istinito accarezzo i suoi capelli neri sudati. Anche da ubriaco è un bellissimo ragazzo.
Ancora una volta mi ha protetta facendomi sentire tanto fragile quanto al sicuro. Distolgo lo sguardo per non perdermi.
Dopo qualche minuto si alza a metà busto con il viso pallido. Fa una smorfia e capisco. Ma, non ho il tempo di passargli un cestino perché con la mano sulla bocca scappa in bagno.
Gli corro dietro aiutandolo. Bagno un piccolo asciugamano tenendolo premuto sulla sua fronte.
«Per favore va via», tossisce prima di appoggiare la testa sulle piastrelle fredde alzandola, rimanendo ad occhi chiusi.
«Tua sorella mi ammazza se ti trova in coma etilico. Devi assolutamente scaricare la sbronza. Dimmi quando hai finito.»
Sollevandomi corro in camera perché il telefono sta squillando.
Anya mi spiega che è bloccata da Mark ma che arriverà il prima possibile. Non fa altre domande sul perchè io sia sulla soglia del pianto. Le spiego solo che sto aiutando suo fratello e la rassicuro più volte che sta bene.
Quando torno in bagno, lo trovo seduto sullo stesso punto, se ne sta ad occhi chiusi, il respiro leggero.
Quando mi inginocchio accanto a lui, apre un occhio e lo richiude provando fastidio a causa dell'intensa luce posta sul lavandino.
Lo osservo attentamente: ha le nocche insanguinate, il labbro tumefatto e qualche altro livido sul collo.
Prendo del disinfettante e dei batuffoli di cotone. Con un pò d'acqua pulisco le ferite poi le disinfetto una ad una.
Non emette un fiato. Non si lamenta. Osserva solo attentamente ogni mio gesto.
«Non lo merito», sussurra sfiorandomi il polso, guardando a lungo il livido.
«Stai mai un pò zitto?», domando urtata aiutandolo a rialzarsi. Barcolla e rischiamo di cadere. Per fortuna si aggrappa appena in tempo alla porta della doccia.
«Mi sa che prima di stendermi devo fare una doccia.»
Arrossisco quando inizia a spogliarsi con disinvoltura. Distolgo lo sguardo spostandomi in camera per prendergli dei vestiti puliti. Dentro l'armadio, non ne ha molti. A parte il fatto che non abita da noi.
Trovo una canottiera nera, dei boxer di marca grigi e dei pantaloni neri della tuta. Quando arrivo in bagno mi guarda intensamente. Sembra stare meglio. In forma direi quasi.
Se ne sta a torso nudo con addosso solo i boxer. E' difficile non guardarlo. Non ammirarlo. Ha dei bellissimi lineamenti e quei tatuaggi in bella mostra non fanno altro che stuzzicare la mia curiosità oltre che la fantasia.
Mi porge la mano e gli passo i suoi vestiti pronta ad allontanarmi per lasciarlo un pò solo, ma in un attimo vengo strattonata e me lo ritrovo a pochi centimetri dal viso. Il suo alito, sa di menta. Saetto con lo sguardo sul lavandino notando che c'è del dentifricio sul bordo.
Si è lavato i denti?
Continua a sorprendermi. È sempre così attento. Come ci riesce?
«Mi aiuti?», domanda fissandomi intensamente. «Potrei scivolare e farmi male», aggiunge con finta innocenza.
Dove sta la fregatura?
Deglutisco aprendo il soffione e mi affretto ad uscire dalla doccia ma, ancora una volta riesce in qualche modo a chiudermi dentro e in un batter d'occhi, sono tutta fradicia.
Scoppia a ridere come un bambino per la sua marachella mentre io stupita tolgo i capelli dal viso affrettandomi a strappargli dalle mani il soffione. «Non è divertente», brontolo trattenendo un sorriso che ad ogni respiro si apre sulle mie labbra tenute tra i denti.
«E dai piccola, divertiti un pò», ridacchia circondandomi la vita con le braccia facendomi ansimare.
Lo spintono con il broncio e lui si blocca senza però allentare la presa. «Ti prego no», mi ammonisce sporgendosi.
Tremo schiudendo le labbra. Lui le guarda famelico. Non so che effetto gli provoca il mio broncio ma trovo divertente torturarlo così. «No cosa? Prima o poi dovrai dirmelo», sorrido timidamente cercando di riprendere il pieno controllo del mio corpo e di ogni piccola sensazione.
Gratta la tempia appoggiandosi alle piastrelle allentando di poco la presa che si sposta sui miei fianchi. «Vuoi davvero saperlo?»
Sporgendomi prendo una spugna nuova e del bagnoschiuma aiutandolo a lavarsi. Toccare la sua pelle è davvero una strana sensazione. Non mi dispiace affatto. Anche se cerco di essere delicata nonostante dentro sento crescere la voglia di toccare ogni singolo tatuaggio che mi attira come una sirena in mezzo al mare. «Tu che dici?» balbetto arrossendo, guardandolo da sotto le ciglia.
Non so perchè sto facendo questi pensieri ma devo smetterla. Lui è... no, non posso.
«Ok, sei pulito», prendo un asciugamano e glielo passo più in fretta che posso.
Esco di corsa dalla doccia abbracciandomi. Sono zuppa e quando si metterà a letto andrò immediatamente a cambiarmi e a rintanarmi nella mia stanza, lontana da lui.
Dopo essersi asciugato, Ethan si sdraia sul letto rimanendo a petto nudo ad occhi chiusi. La mano sull'addome, l'altra stesa sul materasso.
«Emma», mi chiama alzando il tono della voce forse credendomi lontana.
«Sono qui», mi siedo accanto a lui ancora un po' infreddolita ma con un accappatoio morbido bianco ad avvolgermi. Devo togliere i vestiti zuppi o mi verrà un raffreddore qui dentro.
«Non andare via», bisbiglia sbadigliando. «Non farlo.»
Deve proprio avere passato una brutta serata. Mi dispiace per lui e mi dispiace anche per me stessa, vorrei tanto potere essere forte come lui.
«Posso almeno cambiarmi?»
Mi alzo dal letto provando ad uscire dalla stanza per raggiungere la mia, ma lui scatta subito in piedi abbracciandomi per la vita, trascinandomi indietro, sul letto dove torna sdraiato come se avesse appena visto tutto nero. «Non andare», piagnucola con un tono che mi fa venire la pelle d'oca.
Guardo le sue braccia sulla vita e tremo. «Non vado via. Non vado da nessuna parte, ma devo togliere i vestiti bagnati o mi beccherò un raffreddore in piena estate e non so se hai notato ma qui dentro fa freddo», gli parlo con molta calma, come se avessi davanti un bambino pronto a rispondere con dei dispetti.
«Ti cambi qui?», molla lentamente la presa dal mio polso guardandomi per avere la certezza.
«Se mi prometti che non mi guardi mentre mi cambio si», sbuffo. Ora inizia pure a fare i capricci. Però è dolce, mi viene da ridere e vorrei tanto... abbracciarlo. Mi manca il fiato al pensiero.
Si sdraia di nuovo mettendo il braccio sul viso. «Ok non guardo, ti do la mia parola Emma», sorride. «Hai davvero un bel nome.»
Non so perché ma adoro quando le sue labbra si muovono pronunciandolo.
Scuoto la testa alzandomi. Tolgo il più velocemente possibile i pantaloncini attaccati come piovre alla pelle e la maglietta zuppa. Rimetto l'accappatoio e torno a sedermi sul letto appoggiando la schiena alla testiera del letto prima di scivolare ritrovandomi stesa come lui.
Ethan cerca la mia mano intrecciando le nostre dita. «Sei gelata. Perché sei così fredda?», sospira turbato portando la mia mano alle labbra, riscaldandola.
Mi sento un po' a disagio. Non voglio di certo avere altri problemi. Lui sembra tranquillo ma non voglio commettere errori di cui potrei pentirmi. E ora come ora, ne farei. Tanti. Troppi.
«Emma?»
«Hmm?»
Lo guardo e mi sta fissando intensamente. A cosa starà pensando nella sua mente da ubriaco?
«Hai notato anche tu che hai una mano fatta apposta per essere intrecciata alla mia?»
Abbasso gli occhi e lui la solleva per mostrarmela poi gioca con le mie dita sorridendo. «Su questo dito, ci farei un tatuaggio, magari una stella. Su questo polso invece...», si irrigidisce sfiorando il livido. «Sai che prima o poi lui pagherà», si assopisce.
Quando sfiora l'anulare vengo colpita da un brivido. Mordo subito il labbro. So che a parlare è un ragazzo ubriaco.
Sorrido consapevole di essere arrossita e per fortuna lui non se ne accorge.
Spengo la luce avviandomi alla porta. Spero riesca a dormire perché io al contrario sono ancora sulla soglia del pianto. Ultimamente ne sto passando davvero troppe e non so fino a quanto riuscirò a resistere.
«Emma, no! No, non andare. Rimani.»
Quasi getto un urlo. È ancora sveglio? Come fa? Mi coglierà sempre alla sprovvista questo ragazzo?
«Vuoi che rimanga fino a quando non ti addormenti?», sono incerta.
Nega. «No, rimani a dormire con me Emma», parla con sicurezza facendomi spazio sul letto battendo il palmo sullo spazio vuoto. «Vieni qui. Non ti toccherò, non preoccuparti».
Mi arrendo. Per una strana ragione mi avvicino a lui. Mi stendo un po' distante chiudendo gli occhi. Lo sento, sta sorridendo mentre il letto si muove. Si fa vicino non rispettando il confine che io stessa ho cercato di creare. Il suo braccio mi circonda avvicinandomi. Sento i suoi battiti. Ancora di più sento i miei impazzire.
Dovrei insultarlo, ma non mi lamento. Mi godo la sensazione generata dal suo tocco protettivo, dal suo fiato caldo sulla nuca, dalla sua fragranza ad inebriare ogni senso.
«Buona notte», sussurra posando un bacio sulla spalla dopo avere spostato il bordo dell'asciugamano. «Hai un buonissimo odore», annusa regalandomi un'altra serie infinita di brividi.
«Notte», è tutto ciò che dico travolta dalle sensazioni e dalla sferzata fredda che mi attraversa come un filmine da capo a piedi.
Chiudo gli occhi. «Anche tu hai un buon odore.» Non so che cosa mi succede o come sia possibile, ma prendo subito sonno.
Sogno un posto stretto, non riesco a muovermi. Cerco di urlare ma dalla bocca non esce alcun suono, al contrario rischio di soffocare. C'è odore di benzina, di alcol. Fa caldo forse troppo. Spalanco gli occhi battendo ripetutamente le palpebre per capire dove mi trovo.
Ethan russa leggermente tenendomi stretta sotto il peso del suo braccio pieno di inchiostro. Ha la testa appoggiata sul mio petto e un'espressione dolce dipinta sul viso.
Se solo abbasso il viso le mie labbra sfioreranno la sua fronte lasciandogli un altro breve bacio.
Scaccio via il pensiero e con molta cautela divincolandomi dalla sua stretta mi alzo. Sgattaiolo fuori dalla stanza correndo verso la mia. Mi infilo dentro la doccia lasciando scorrere tutto quanto sotto il getto dell'acqua calda. Asciugati i capelli, infilo una tuta comoda e abbasso finalmente le spalle.
Quando però sento la porta principale aprirsi, trovandomi in corridoio mi blocco. Non so più se ho davvero voglia di andare in cucina.
Anya entra cercando di non fare rumore e vedendomi impalata come un topo pronto a scappare, anche lei si ferma, mi sorride poi corre ad abbracciarmi. «Grazie per quello che hai fatto».
Mi sento improvvisamente stanca e parecchio giù di morale. Come se avessi portato sulle spalle un peso di troppo e avessi faticato pur di tenere duro.
Crollo. Scoppio in lacrime e singhiozzi proprio davanti a lei. Non so più come e non riesco proprio a trattenermi. Perché è bastato vederla per sentirmi distrutta e completamente spaesata.
Anya mi trascina sul divano dandomi una spinta per parlare. So che è stanca ma non riesco a fermarmi, mi fido di lei.
Le racconto tutto: la mia giornata, le mie preoccupazioni, l'incontro con Scott all'Università poi la corsa per recuperare Ethan, il litigio con Scott in quel locale, le sue parole, i suoi gesti, le mie paure, i miei pensieri. Mando giù come pioggia ogni cosa. Alla fine sono così sfinita che crollo tra le sue braccia.

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