Capitolo 28

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In questo periodo sono parecchio emotiva e instabile. Ho il morale a terra e non sempre riesco a sorridere mostrando di essere contenta per un gesto o una parola carina nei miei confronti. Non sempre riesco a mascherare ciò che sento dentro, nel profondo del mio cuore rotto in piccole schegge taglienti, tenuto insieme da tanti cerotti che rischiano di staccarsi strappando via ciò che resta di me.
Dopo quello che è successo per il mio compleanno, non ho ancora avuto modo di razionalizzare il tutto. La busta, la mia impulsività, il gesto disperato per eliminare ogni traccia di dolore dalla mia mente ferita dal ricordo.
È un periodo complicato. La mia vita lo è sempre stata d'altronde. Sempre a combattere contro qualcosa o qualcuno. Sempre a lottare per raggiungere un pezzo di felicità che, effimero, si dissolve in un battito di ciglia.
Adesso c'è anche qualcuno a rendere le cose difficili: Ethan.
Un attimo prima ho voglia di prenderlo a schiaffi per qualcosa che ha detto o per essersi preso gioco di me trattandomi come una ragazzina, trascinandomi in un posto lontano solo per tenermi d'occhio, mentre quello dopo ho solo bisogno di abbracciarlo, stringermi forte a lui, così forte da non lasciare andare neanche un respiro. Tanto forte da non lasciarlo andare.
In questi mesi, da quando ci siamo conosciuti, non ha fatto altro che deludermi; ma è anche vero che ogni volta ha sempre cercato di rimediare. Adesso si sta prendendo cura di me. Proprio come aveva promesso l'altra notte che, appare ormai lontana.
So solo una cosa attualmente: in così poco tempo è riuscito a provocarmi emozioni forti, che non sapevo di potere provare verso una persona estranea, così diversa.
Lui ha fiducia in me anche quando io non ne ho perché non mi fido del mio istinto. Continuo ad inciampare e cadere, a fare scelte sbagliate che, si concludono spesso in gesti estremi. L'ultimo è questo viaggio.
Mi volto a guardarlo. Così concentrato. Così attento. Così deciso a portarmi lontano da tutto e tutti. Mi chiedo se non sia stato proprio questo il suo piano sin dall'inizio. Da quella notte clandestina quando si è fermato ad aiutarmi senza neanche sapere chi fossi.
Mi fa arrabbiare. Mi fa piangere. In ogni caso riesce comunque a farmi ritrovare il sorriso, ad emozionarmi. Riesco a sentirmi bene e in pace con il mondo. Una cosa importante per cui probabilmente gli sarò grata: mi fa sentire viva.
Quando lo guardo, quando si avvicina o anche solo posa i suoi incantevoli occhi su di me, sento di essere forte, di potermi fidare ancora delle persone e della vita. Sento di poter essere una persona migliore e non solo per gli altri, principalmente per me stessa.
In così poco tempo sta diventando la mia valvola di sfogo; il mio centro di gravità.
Adesso che posso guardarlo da vicino senza il timore di essere rincorsa, torturata o peggio: giudicata. Ora che posso vivere questo strano momento con lui, lontano da pressioni esterne, mi rendo conto di non essere davvero pronta. Non voglio lasciarlo andare. Perché io non gli voglio bene. Non posso. Non potrei mai, neanche volendo. Io provo quel di più per lui che mi blocca quando sento di non dovere rischiare, di non dovere abbassare la guardia.
Ciò che mi fa stare male è che mi rendo conto di non riuscire a vederlo come un amico che mi sta dando una mano; perché io provo molto di più. Anche se non riesco a lasciarlo uscire. Anche se non permetto a me stessa di rischiare.
«Terra chiama Emma!»
Batto le palpebre accorgendomi di avere gli occhi fissi su di lui. La nebbia si allontana e metto a fuoco nell'esatto istante in cui pizzicandomi una guancia esclama: «ma insomma, si può sapere dove sei? Non vedi che siamo arrivati?», indica davanti a sé.
So perché lo continua a fare. Vuole suscitarmi una qualche reazione. Qualcosa che gli dimostri che posso andare avanti. Attualmente sto tenendo duro. Non reagirò.
Ci troviamo in un parcheggio affollato su una strana dritta costellata da palme, lampioni, marciapiedi ampi pieni di persone, vocio, rumori e odori forti che riempiono l'abitacolo prima ancora che Ethan possa chiudere i finestrini.
Vengo abbagliata dalle numerose luci al neon già accese anche se è ancora giorno.
Ethan scende velocemente dall'auto. La maglietta attaccata al corpo sudato dopo ore incastrati nel traffico, sotto il sole cocente e la rabbia degli automobilisti.
Apre il cofano prendendo i nostri bagagli mentre esco fuori mettendo finalmente piede su Las Vegas in una strada piena di negozi. Mi volto: una fontana al centro stratosferica i cui spruzzi d'acqua raggiungono altezze inimmaginabili. Questa si trova dinanzi all'hotel in cui pernotteremo.
Il Plaza Hotel, be', è come tutti lo immaginano. Enorme struttura piena di finestre. Altissima, lussuosa, movimentata.
Sono a bocca aperta.
Ethan picchietta un dito sul mio braccio facendomi cenno di non perdermi e di seguirlo proprio dentro.
Con la coda dell'occhio noto un vicolo pieno di negozi tra cui un sexy shop parecchio affollato da turiste sorridenti.
Ethan non sembra particolarmente interessato o se lo nota non mostra alcuna emozione o reazione. I suoi occhi sono fissi sulla meta.
Un ragazzo circa della mia età, vedendoci arrivare, ci apre subito la porta. «Benvenuti al Plaza Hotel signori». Indossa una divisa apparentemente costosa. Odora in modo gradevole e tenue mentre vengo investita dall'inconfondibile fragranza dell'ambiente ricco che mai potrei permettermi. Non senza prima avere lavorato facendo il doppio turno.
Mi guardo sentendomi in imbarazzo. Non ho l'aspetto di una persona come quelle che si trovano nell'immensa hall simile ad una reggia. Tutte in tiro con tubini e cardigan dall'aspetto morbido.
Mi giro intorno sorridendo. È davvero uno spettacolo qui dentro.
Di colpo mi assale un dubbio quando noto i due uomini dietro la scrivania impegnati a digitare ordinazioni sui computer mentre alcuni ragazzi cordiali ed efficienti continuano a trasportare da una parte all'altra della hall valige di ogni dimensione. Mi chiedo se dormiremo in stanze diverse o se in stanza insieme ma con letti separati. Questo mi permette di distrarmi dal senso di imbarazzo. Non mi sento a mio agio qui dentro. Non sono la persona adatta. Non lo sono mai stata.
Guardo Ethan. Non è vero che preferirei stare da sola in una stanza d'hotel. Chi voglio prendere in giro?
La verità è che voglio dormire ancora tra le sue braccia perché mi fa stare bene. Perché lui è in grado di scacciare via ogni incubo, ogni demone che continua a cogliermi di sorpresa.
Erano anni che non riuscivo a sentirmi sollevata e serena. Senza incubi.
L'uomo dietro l'enorme scrivania lucida ordinata ci attende paziente con un sorriso.
Curiosi i suoi baffi pieni di fili grigi e la piccola aureola di capelli. Quando sorride i suoi occhietti a mandorla si strizzano formando delle rughe sotto le palpebre.
«Benvenuti al Plaza Hotel», saluta con energia. «Avete una prenotazione?», chiede e senza attendere guarda lo schermo in attesa.
Ethan fa un passo avanti. È così disinvolto da farmi paura. «Una a nome di Evans», dice pacato tenendo stretto il manico della valigia su cui sopra ha appoggiato i due borsoni identici. Non mi ha permesso di aiutarlo.
L'uomo controlla velocemente sul computer poi sulla superficie posa una chiave elettronica bianca con un numero color oro e la scritta Plaza sopra. Somiglia tanto ad una carta di credito del centro commerciale. Quella per i premi fedeltà.
«Ecco a lei signore. Le auguro una buona permanenza», chiama uno dei ragazzi. «Aiuta i signori con i bagagli poi fermati al nono piano per la signora Land», ordina.
Ethan appare subito contrariato. «Preferisco salire da solo i nostri bagagli. Grazie lo stesso», dice sfilando la carta dalla scrivania.
Si incammina senza neanche attendere verso l'ascensore premendo il tasto rotondo color oro. Inizialmente non succede nulla poi il cerchio da rosso diventa verde, infine le porte scorrevoli ampie si aprono dopo un trillo sonoro.
L'odore che mi investe è quello del tabacco, dello spray per ambienti alla vaniglia. L'ascensore è ampio. Potrebbe contenere più di quindici persone. Un corrimano dove si trova lo specchio mentre ai lati vi sono dei pannelli di cui uno elettronico con telecamera e tasti che conducono ad ogni piano presente in questo posto meraviglioso. Un faro è puntato sulle nostre teste.
Non appena le porte si chiudono con un rumore di ruote che scorrono su un rullo vengo impossessata dalla paranoia, dal dubbio. Mi agito immediatamente.
C'è solo una chiave. Ethan aveva già prenotato da tempo o è stato il caso a fargli prendere questa decisione? Chi farà la doccia per primo? Ci saranno due letti separati?
Mordo il labbro sentendomi ansiosa. Si lamenterà delle mie strane manie?
Il pensiero mi fa sorridere e per pochi istanti rilasso le spalle perché non appena ci fermiamo ritrovandoci in un corridoio ampio quanto la mia stanza torno in apnea.
Il corridoio ha il pavimento in legno con decorazioni particolari al centro di colore più chiaro. Le pareti sono rosse e oro, riempite e adornate da statue e vasi meravigliosi. Il silenzio è piacevole e inquietante allo stesso tempo.
Il mio stomaco si contorce mentre raggiungiamo l'ultima porta, quella in fondo. Infila la chiave dentro il quadrante elettronico per farla leggere e dopo uno scatto la porta si apre.
Ethan mettendosi da parte mi lascia passare. Prima accende la luce.
Una ad una queste illuminano la suite.
Una suite. Non una semplice camera d'albergo ma una suite: immensa, enorme quanto un appartamento, stupenda.
Spalanco gli occhi e mi casca persino la mandibola quando i miei occhi vagando timidi ovunque si posano davanti, sulla vetrata che offre la vista mozzafiato della città, di tutta la città di Las Vegas. Tutte quelle luci che ormai si stanno accendendo una dietro l'altra. La strada, le auto, le persone. Uno spettacolo tutto da ammirare.
Corro verso questa come una bambina il giorno di Natale. Mi appoggio al corrimano della prima vetrata prima di aprire la finestra per uscire fuori, sul balcone con i divani ad L apparentemente comodi. Mi appoggio all'inferriata, accanto a me una pianta alta, inspiro e sorriso. Non mi sembra vero.
Vorrei strillare e saltellare come una ragazzina ma rimango immobile continuando a sorridere con contegno.
Poi mi volto e lo guardo. Non so come, ma ho voglia di abbracciarlo. Questi saranno dei giorni da non perdere.
Mi volto ancora, guardo tutte le luci e arrossisco. Devo calmarmi, mi dico. Las Vegas è solo il luogo della perdizione. Lo dicono tutti. E io non voglio perdermi.
«È così bello qui», dico quando sento che si sta avvicinando.
Ethan non sembra preso quanto me. Corrugo la fronte. «Sei già stato qui, vero?».
Mi abbraccio. Inizio ad avere qualche dubbio. E se... non è stato qui con Tara, spero. Ti prego, non con lei.
«Si, non è la prima volta», replica fissando davanti a sé prima di entrare.
Lo seguo. «Da solo?», oso chiedere.
Valuta il mio sguardo. «No», replica di proposito. So che ha capito così continuo a fissarlo. «Con alcuni amici», aggiunge sistemando i bagagli su un pouf ai piedi del letto ultramoderno con le coperte bianche e grigie.
Dal mobile all'angolo prende una bottiglia d'acqua porgendomene una di succo all'arancia rossa.
Qui dentro fa davvero caldo. Notando la mia mano sulla nuca sudata pesca un telecomando dallo stesso mobile e premendo uno dei piccoli tasti grigi accende l'enorme schermo piatto posto sulla parete davanti scegliendo il canale musicale. Sistema l'impianto poi si occupa dell'aria condizionata. La stanza rinfresca in un attimo.
Mi guardo solo ora intorno e raggelo. C'è solo un letto. Uno solo. Deglutisco distogliendo subito lo sguardo prima che lui si accorga della mia espressione.
Un salotto, una sala giochi, la camera da letto e altre due porte.
«Ci sono due bagni. Scegli pure il tuo», indica proprio queste. «So che hai voglia di una doccia e di un po' di tranquillità».
Distratta dalla serie di pensieri che si affollano dentro la mia testa, sollevo il borsone e più che in fretta mi chiudo la porta del sontuoso bagno alle spalle.
Poso il borsone sullo sgabello bianco e appoggiata alla lastra piena di piastrelle, davanti al lavandino, alzo gli occhi sullo specchio.
Ho un aspetto davvero orribile. I giorni passati hanno avuto un impatto devastante su di me.
Passo i palmi tra i capelli prima di slegarli poi mi spoglio e dopo avere aperto la porta satinata e scorrevole della doccia provo a rilassarmi sotto la doccia.
Ci metto pochi secondi a capire come miscelare l'acqua, alla fine mi ritrovo sotto la cascata calda, coccolata dal doppio getto del soffione. Prelevo una noce di bagnoschiuma massaggiando le gambe e i muscoli indolenziti. E rimango così, sotto il getto. Quando sono sufficientemente rilassata e pulita esco dalla doccia lasciandomi avvolgere dal morbido e monouso asciugamano dell'hotel. È bianco con le iniziali color oro. Avvolgo i capelli in un turbante e apro il borsone per cercare qualcosa da indossare.
Purtroppo mi accorgo solo adesso di avere scambiato i borsoni. È proprio da me entrare nel panico e sbagliare. Alzo gli occhi al cielo ed uscendo dal bagno cerco Ethan che, avrà sicuramente il mio.
Di lui nessuna traccia. Solo il suono della musica bassa e quello della doccia proveniente dall'altro bagno dove lui sta fischiettando.
«Merda!», sussurro avanzando verso la porta.
Schiarisco la gola. Busso una sola volta. Il rumore dell'acqua smette per qualche istante. Capisco che ha la mia attenzione. In questo momento vorrei sparire. Sono davvero imbarazzata.
«Ethan», chiamo.
«Puoi entrare», replica tranquillo.
Lascio scorrere la porta tappandomi gli occhi. «Abbiamo scambiato i borsoni. Mi serve la mia crema. Non posso usare la tua», dico alzando il tono mentre lascio scivolare a terra il suo borsone. Sto tenendo chiusi gli occhi. Non voglio sbirciare.
«In effetti non potrei mai indossare queste», esclama divertito. «Per la cronaca sono davvero sexy».
Lo guardo e mi manca il fiato. Sta tenendo in mano le mie mutandine di pizzo. Mi blocco. Avvampo. Mi agito. «Potresti ridarmele?», mi mantengo a debita distanza.
È davvero troppo vederlo a torso nudo, bagnato, avvolto da un asciugamano in vita, i capelli scompigliati, le mie mutandine in mano e lo sguardo divertito, direi quasi famelico. «Prendile», mi provoca.
Gliele strappo dalle mani mentre si concede una risata cristallina. Quando lo spingo leggermente mi sfiora un braccio provando ad afferrarmi per finta e rischio quasi di perdere il mio asciugamano facendo una pessima figura.
Recupero in fretta il borsone e pestando i piedi sul parquet torno nel mio bagno con le guance ormai in fiamme.
Passo una mano sulla condensa depositata sullo specchio. Asciugo leggermente i capelli cercando di togliermi dalla testa l'immagine di lui in quel modo.
Mordo il labbro spalmando la crema sulle gambe che hanno risentito delle ore passate immobile dentro l'auto.
Sto indossando l'intimo quando bussa. «Usciamo. Perché non indossi quel vestitino», propone rimanendo dietro la porta.
Lo immagino. Sta sorridendo. Starà pensando a prima?
Mi guardo allo specchio. Adesso sa che cosa indosso sotto gli indumenti. Che imbarazzo!
«Va bene», replico.
Come fa a sapere quello che c'è dentro il borsone?
Scommetto che ci avrà frugato dentro. Mi sembra ovvio. Poi penso che è stato proprio lui a farmi il bagaglio e arrossisco maggiormente. Ha scelto l'intimo e il vestitino che mi ha regalato. Che cosa ha in mente?
Indossare il suo regalo di compleanno per la prima volta, mi fa uno strano effetto. Sfioro i dettagli oscillando lievemente. È unico e solo mio. Ricordo ancora le parole del suo biglietto e sorrido.
Per non distrarmi passo al trucco poi sistemo anche i capelli in una crocchia scomposta perché fa troppo caldo per lasciarli sulle spalle. Rischierei di impazzire se si appiccicassero dietro le spalle a causa del sudore.
Spruzzo due gocce di profumo, uno dei miei preferiti "Amor Amor", nonché l'unico presente nel mio borsone ed esco dal bagno dopo avere messo in ordine.
Mi fermo sulla soglia. Lo osservo. Se ne sta di fronte alla vetrata, quella accanto al letto. Il viso illuminato a metà: dalla notte, dalle luci. Lo sguardo perso nel cuore di Las Vegas. È elegante. Indossa pantaloni neri stretti e una camicia bianca. Quando muove la mano noto che ha al collo un papillon. Davvero?
Dio, è perfetto!
Percependo la mia vicinanza si volta. Mi sorride beccandomi a contemplarlo come una stalker.
«Hai dei piani per la serata?», spezzo la tensione che inizia ad aleggiare nell'aria.
Si avvicina eliminando la distanza. «Forse. Andiamo, è ora di cena», mi offre la sua mano.
Osservo le sue dita immaginandole sulla mia pelle e un brivido mi attraversa. «Forse?», balbetto continuando a sentirmi in alto mare persa come sono nei suoi occhi. Due pozzi che nascondono qualcosa. Poso la mano sulla sua lasciandomi portare fuori dalla stanza. «E mi assicurerò che nessuno si avvicini a te», aggiunge contro l'orecchio quando siamo vicini. Troppo. «Non dopo avere visto che razza di intimo indossi sotto i vestiti», ghigna persino facendo dello spirito.
Perché il suo essere autoritario e il suo tenere sotto controllo tutto mi piace così tanto?
Quando mi posa il palmo sulla schiena, il contatto caldo delle sue dita per poco non rischia di farmi cadere al suolo senza forza di volontà.
Per fortuna intuisco che lo fa per allontanarmi solo quando in ascensore entra qualcuno. Dei ragazzi chiassosi fanno il loro ingresso. Deve essere la loro prima gita. Sembrano ubriachi ed euforici. Mi salutano facendo cenni e stupide espressioni.
L'ascensore ben presto inizia a puzzare di alcol ed erba. Un odore che mi provoca una strana nausea.
Li ignoro stringendomi ad Ethan sempre più impaziente. Controlla a stento la voglia di minacciarli. Sposta la mano dalla schiena alla vita appoggiandomi al suo petto.
La sua vicinanza mi rassicura e non poco. Per un momento tutto si allontana. Ogni cosa si affievolisce, svanisce.
Sento il suo fiato sulla nuca e drizzo lievemente le spalle incurvando la schiena.
Dopo l'ennesima battuta scocca finalmente la sua occhiataccia al ragazzo che sembra rimpicciolire.
Una volta fuori dall'ascensore mi conduce al ristornate dell'hotel, qualche piano sotto la nostra bellissima suite.
Mi fa strano pensarlo, che sia nostra.
«Buona sera», saluta un ragazzo con un tovagliolo sulla manica.
«Un tavolo appartato per due», dice in fretta Ethan guardando il ragazzo dritto negli occhi. Sembra ancora parecchio teso per prima. Mi piacerebbe avere lo stesso effetto su di lui. Calmarlo. Chiedergli di godersi questo momento con me.
«Ha una prenotazione?»
«Evans»
«Signor Evans, prego», dice conducendoci dietro un divisorio dove si trova un tavolo quadrato coperto da una tovaglia raffinata su cui vi sono piatti e posate disposti accuratamente ai posti l'uno di fronte all'altro. C'è anche un secchio con il ghiaccio e una bottiglia da chissà quanti dollari. È champagne. Non un prosecco o uno spumante da quattro soldi preso al supermercato ma champagne. Quanto sta spendendo per regalarmi un sorriso? Sta facendo davvero tutto questo per me o sono solo un rimpiazzo?
Mi siedo sulla comoda poltrona color panna con un cuscino dietro. Non hanno badato a spese per questo posto, mi dico vagando con lo sguardo come una turista giapponese.
Ethan è già stato in questo posto con alcuni amici. Inoltre alcuni dipendenti sembrano conoscerlo e si comportano con un po' troppa cordialità nei suoi confronti.
Osservo il menù posto accanto al vaso di cristallo con delle rigogliose rose bianche. Non hanno girasoli o papaveri? Presumo di no. Darebbero un bel tocco di colore a questo posto.
«Fanno dell'ottimo pesce e una crema catalana che è la fine del mondo», esordisce a proprio agio mettendosi comodo dopo avere ammonito silenziosamente il tizio che dal bar continua a fissarmi.
Il cameriere di prima, occhi verdi, capelli castani, alto quanto un giocatore di basket apre la bottiglia facendole emettere un rumore quasi assordante poi la lascia direttamente a Ethan.
«Conosce i tuoi vizi?»
Sorride. «Presumo di sì».
Inarco un sopracciglio. Riempie i bicchieri poi posando la bottiglia di nuovo in mezzo al ghiaccio, alzando il calice, dice: «Odio essere servito e anche se è il loro lavoro preferisco versarmi da bere da solo e mangiare in santa pace», spiega alzando un tablet. «Allora, che cosa vuoi mangiare?», chiede digitando qualcosa sullo schermo.
«Insalata di mare e la crema catalana».
Non ho poi così tanto fame. A dire il vero vorrei uscire il prima possibile da questo posto così ampolloso, pieno. Ho voglia di andare in esplorazione, magari troverò un negozio di souvenir all'angolo dove comprerò le statuine di Elvis per Anya e Camille.
Il pensiero mi fa sorridere.
«Ottima scelta», solleva di nuovo il calice. «Allora, a cosa brindiamo?»
«Mi preme ringraziarti quindi io brindo a te», replico sollevando di più il calice per farlo tintinnare con il suo.
Sorride grattandosi la tempia prima di bere. «Non ho fatto niente».
«Sei modesto», ringrazio il cameriere che sta già servendo la nostra cena
Assaggio. Il pesce è delizioso.
Mangiamo tranquillamente senza tante interruzioni. Sospetto che sia stato proprio lui ad avvisare il personale di non interromperci. La cosa non mi dispiace. È il primo pasto consistente che stiamo facendo dopo circa quattro giorni di viaggio.
Durante la breve pausa guardo fuori dalla vetrata. Tamburello un paio di volte con le dita.
Il soffitto pieno di luci e dipinti mi mette una strana inquietudine addosso. Ci sono angeli che sembrano fissarmi in modo cattivo, come se mi stessero giudicando inadatta a questo paradiso.
Il tetto a volta, le colonne alte bianche, i quadri praticamente ovunque come se stessimo mangiando in mezzo ad un museo e poi le persone, le chiacchiere, le risate.
Sono così distratta da sobbalzare quando le sue dita sfiorano le mie. Unisce i nostri palmi fissandomi poi le mani. Per fortuna le mie unghie sono curate, laccate di smalto lucido. Le sue mani sono più grandi delle mie, lisce e calde; in grado di mandarmi una scarica elettrica pazzesca.
Osservo i suoi movimenti. Avvicina la mia mano alle sue labbra baciando delicatamente le nocche.
Tremo. Il mio cuore scoppia senza più controllo. Avvampo. Vorrei ritirarmi ma sono folgorata dalla sua strana dolcezza e calma apparente.
Lo conosco. Si sta trattenendo abbastanza.
«Qualcosa non va?», chiede e la sua palpebra destra vibra. Strizza sempre l'occhio quando prova a leggermi dentro.
«Perché?», la voce mi esce stridula. Sono sulla difensiva. Ritraggo persino le mani.
Corruga la fronte. Chiamando il ragazzo gli passa la sua carta. «Sei stranamente silenziosa, più del normale. Sembri... a disagio, nervosa», riprende la sua carta senza guardare il poveretto che si dilegua.
«No, è solo che è... è tutto così nuovo per me», mi stringo nelle spalle sorridendo in modo finto e tirato. Saetto ovunque con lo sguardo per non incrociare i suoi occhi.
«Sai cosa ti ci vuole?», dice alzandosi. «Hai bisogno di rilassarti e divertiti, piccola», mi conduce fuori.
Piccola?
Arrossico. «Adesso dove andiamo?», chiedo elettrizzata al pensiero di uscire dell'hotel.
Quando finalmente raggiungiamo l'esterno torno a respirare. L'aria calda odora di profumi mescolati tra loro. Le strade sono piene di gente. C'è una grandissima confusione. Colori, luci, suoni. Scatto qualche foto come ricordo e, prima che possa perdermi Ethan, posando i palmi sulle mie spalle mi guida tra le varie strade costellate da auto, case e locali.
Nota il mio stupore infantile. Sorride facendomi battere forte il cuore.
Lo guardo di sottecchi. È rilassato, direi quasi divertito. Mi chiedo: in così poco tempo si può diventare dipendenti di una persona?
Io lo sono, non è un bene.
«Hai dimenticato di scattare una foto anche con me», mi prende in giro mettendo il finto broncio mentre sto girando un video cercando di mostrare il grande Casinò che ho davanti non appena superiamo un cancello.
Giro subito la fotocamera del telefono iniziando una raffica di scatti partendo da semplici facce buffe fino a sorrisi mai mostrati.
Quando lo becco ridacchiare scatto ancora fino a quando la sua mano non tappa l'obiettivo facendomi smettere.
Prende il telefono, mi avvicina e scatta l'ultima foto prima di sequestrarlo. «Andiamo», mi conduce dentro il Casinò.
È proprio come nei film. Macchine del gioco, tavoli pieni di persone, carte, soldi, urla, musica. Macchine esposte, cubiste e fumo che aleggia nell'aria insieme all'odore dei popcorn, della frutta esotica e di qualcos'altro.
Ethan, fermandosi al bar ordina due cocktail che ci vengono offerti dal barman dopo una serie di acrobazie. I bicchieri di plastica sono un miscuglio di colori ma il gusto è simile ad un succo di frutta con scaglie al cocco e un retrogusto di liquore dolciastro.
Ci spostiamo verso uno dei tavoli in cui si sta formando una folla dietro a degli uomini impegnati in una partita a poker. Ognuno di loro è vestito bene e ha una donna al suo fianco. Donne più giovani, in abiti succinti, i capelli cotonati, pieni di lacca e le ciglia finte a muoversi ad ogni battito dei loro occhi lucidi. Sorridono, passando dei drink ai loro uomini e di tanto in tanto li baciano con sorrisi ampi.
Guardo intorno. Hanno tutti diverse espressioni. Chi ride, chi si dispera, chi si sente sconfitto. Chi vince. Chi perde. Tutto dipende da una moneta, una fiches, uno sguardo del partner. Ci sono anche coloro che escono dalla discoteca ubriachi, completamente andati.
Mi sembra irreale. Assurdo.
Ethan si siede ad un tavolo giocando una partita. Mi affianco. Lo osservo senza dire una parola mentre lancia al centro del tavolo un dischetto colorato che ha scambiato con una banconota allo stesso tavolo. Sfida un uomo, forse a poker.
Si concentra per pochi istanti mentre un ragazzo distribuisce le carte davanti a loro. Punta poi attende mentre l'avversario fa una smorfia. «Vedo», dice scuotendo la testa.
Ethan alza il labbro e più che soddisfatto replica: «Il prossimo giro lo offro io», mostrando le carte.
Si alza in fretta. Come se non dovesse mai stare in un punto per più di qualche minuto. Solo il tempo di una partita, di una vittoria.
Mi offre un altro cocktail mantenendo la parola con l'uomo a cui ha spillato, a quanto pare, parecchio denaro.
«Ti è piaciuto?»
Beve un lungo sorso del liquido ambrato appoggiandosi al bancone dopo essersi seduto sullo sgabello. «È stato eccitante vedere sul volto di quell'uomo convinto di vincere la delusione».
Faccio una smorfia succhiando il liquido a più riprese. «Sei bravo a giocare», constato.
Mi sfiora una guancia. «A te non piace?»
«Non hanno paura di perdere tutto? Non so, ho sentito quell'uomo prima. Ha davvero messo sul tavolo la sua casa e...», sospiro.
Il cocktail che sto sorseggiando è abbastanza forte. Sa di vodka, di liquore, di frutta e qualche altra cosa. Non è disgustoso.
«Se giochi per vincere non devi avere paura», replica mandando giù un altro bicchierino di liquido ambrato.
Ordina poi due Angelo azzurro. Mi ricorda tanto quella sera al locale e trattengo la voglia di prenderlo in giro quando lecca le labbra con la lingua ormai azzurra.
«Ma perdono tutto: i soldi, la casa...», mordo la cannuccia.
Ethan mi guarda attentamente. Dopo un momento mi porta davanti una roulette. Sollevando una moneta la inserisce dentro la fessura indicandomi la leva simile al cambio dell'auto. «Perché non provi? In fondo bisogna fare qualche esperienza. Dimmi cosa provi e cosa vorresti vedere comparire sullo schermo».
Lì per lì non capisco. Non afferro in fretta. Faccio però come dice. Rifletto troppo sulla sua domanda. Ma vengo subito distratta dal suono della macchinetta che inizia a suonare prima di lasciare uscire un mucchio di monetine che si depositano sul fondo di un contenitore d'acciaio tintinnando. Sono davvero tante. Guardo la scena priva di emozione prima del sorriso e della risata che esce dalla mia bocca.
«Abbiamo vinto», esclamo del tutto incredula.
«Non sapevo fossi così fortunata», sembra stupito quanto me. Guardandosi intorno chiama un ragazzo apparentemente annoiato dietro un tavolo chiedendogli di prendere un contenitore e scambiare la vincita. Lieto di fare qualcosa ci porta dietro il suo tavolo iniziando a contare le monete scambiandole con delle banconote che infila dentro alcune buste bianche.
Guardo Ethan quando me le porge. Non voglio accettarle. In fondo la monetina era la sua. «Prendili», insiste.
Nego. «Andiamo a bere ancora qualcosa con quelli? Un altro angelo azzurro o due magari?», ridacchio.
Mi fa subito strada. Prendiamo altri due cocktail poi giriamo tra i vari tavoli raggiungendo persino la pista in cui stanno ballando parecchie persone.
Ritrovandomi chissà come in un negozio di souvenir, trovo i portachiavi di Elvis. Mi viene da ridere mentre la commessa li confeziona dentro delle scatoline.
Non riesco proprio a non sorridere. Mi sento euforica. Non è per via dell'alcol ma perché Ethan ha un impatto positivo.
«Le hai trovate?»
Annuisco. «Finalmente smetteranno di darmi il tormento».
Guardandoci complici ridiamo.
«Vieni, ultimo giro», mi porta al bar offrendomi un altro bicchierino.
Ci sediamo sugli sgabelli e di colpo lo vedo armeggiare con qualcosa simile al fil di ferro di una bottiglia di champagne appena stappata. Somiglia tanto ad un filo argentato. Sottile, malleabile.
Incuriosita mi spiego e si nasconde. «Che stai facendo?»
Mi rivolge un sorriso stupido, tutto fossette. Uno di quelli che mi fanno ammattire. «Sai, non ho dimenticato perché siamo in questo posto».
Tiene in mano qualcosa ma richiude il palmo così velocemente da farmi girare la testa.
«Davvero non vuoi dirmelo che cos'era?» chiedo dopo un po' più che curiosa. Estorcergli una verità, anche da ubriachi, è una missione impossibile.
«Te l'ho detto. Non dimentico perché siamo venuti a Las Vegas».
Sospiro tirando indietro la testa, osservando il tetto pieno di luci.
Due ore dopo, siamo proprio ubriachi. Non ubriachi, siamo fuori. Ridiamo senza motivo e continuiamo a bisticciare per poi avvicinarci come due pazzi. Giochiamo battendo persino quei quattro al tavolo lasciandoli senza le mutande.
«Li abbiamo battuti. Adesso tu hai una proprietà in Florida e io ho un... che cos'era?», biascico confusa.
Ethan si ferma davanti a me con il suo corpo statuario. Sorride, non in modo stupido, in modo dolce. «Mi porti fortuna», esclama pizzicandomi una guancia. Lo fa per farmi arrabbiare e quando reagisco spingendolo priva di forza, mi avvicina scostandomi una ciocca sfuggita dietro l'orecchio prima di baciarmi la fronte.
Per istinto, riscaldata dal suo gesto, cingo le braccia al suo collo dopo avere lasciato i sacchetti per terra. I tacchi, mi fanno arrivare appena alle sue labbra. Ne sono attratta come una falena con la luce. Ho proprio il desiderio di bruciarmi. Le sfioro mentre il mio corpo si avvicina stringendosi al suo statuario.
Non lo faccio perché sono ubriaca. Lo faccio perché è ciò che voglio.
Ho bisogno di sentire ancora quelle piccole scosse attraversarmi i piedi, la testa, il corpo. Voglio i brividi per un bacio. Il suo.
Guardandolo negli occhi mi lascio attraversare da una scocca piacevole che si deposita sul basso ventre e grazie a questo e, alle sue mani strette in vita, sfioro le sue labbra. Non riesco neanche ad aspettare una sua mossa perché subito dopo ci stiamo baciando. E non un semplice bacio a stampo, diffidente. Un bacio appassionato sentito. Uno di quei baci che sa tanto di parole non dette. Di desiderio. Di casa.
Il mondo sembra fermarsi: la città, le luci, la gente, tutto si allontana. Rimaniamo solo io e lui in questo marciapiede, in questo pezzo di strada affollato da volti sconosciuti.
Non l'ho ancora perdonato del tutto, eppure sento di potermi lasciare andare.
Ansimo e lui freme prima di staccarci. Sento il mondo girare, la testa leggera, la pelle come fuoco.
Avverto la mancanza di contatto con le sue labbra e stringendo la camicia lo spingo a baciarmi ancora con più possesso.
«Ethan», mugolo.
Emette un breve verso gutturale. Questo è come una sferzata e mi stringo a lui che affonda il viso sul mio collo poi sulle mie labbra per un bacio veloce mentre fruga dentro la tasca. Si stacca da me e prima ancora che io possa anche solo chiedere cosa sta cercando, si stringe baciandomi senza controllo.
«Sposami», sussurra a fior di labbra mostrando il suo più bel sorriso. Spiazzandomi.

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Continua...

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