Capitolo 20

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Un'atmosfera soffocante mi avvolge, mi imprigiona. Non riesco ad aprire gli occhi, sono troppo pesanti. È tutto confuso, immobile dentro la mia testa mentre alle orecchie arrivano attutiti dei rumori. Il suono assordante delle sirene, alcune urla intorno.
L'aria si carica di odori, si mescolano tra loro. Riesco a distinguerli uno ad uno, perché arrivano alle mie narici con insistenza. C'è odore di sangue, di benzina, di asfalto bagnato, di gomme bruciate, di fumo. Ma, non riesco ad aprire gli occhi per accertarmene. Le palpebre sembrano incollate. È così frustrante.
Un fastidioso gocciolio mi fa innervosire. È come una goccia d'acqua che continua a scendere da un tetto unendosi ad una pozza putrida subito dopo un brutto temporale. Provo ancora a muovermi, sono braccata. Sono impigliata, qualcosa mi tiene ferma, imprigionata. Mi irrigidisco. Sento dolore ovunque.
Qualcosa di caldo scorre lento sul mio viso, arriva alle labbra e sa di rame, riempie la mia bocca ma non riesco a tossire, non riesco a sputarlo fuori. La maglietta che indosso sembra zuppa e appiccicosa. Vorrei tanto toglierla di dosso, è fastidiosa. Ma, non riesco ad aprire gli occhi, non riesco a muovermi. Non riesco a liberarmi.
Sento delle urla assordanti, dei comandi, degli avvertimenti, un breve boato poco dopo essere stata trascinata sull'asfalto umido da mani forti che tentano di proteggermi. Ma, non posso fare niente. Mi sento una bambola di pezza.
Vengo scossa e rimango bloccata. La disperazione inizia a crescere e a prendere il sopravvento dentro di me, proprio come la marea.
La mia pelle diventa fredda, tremo e ho paura perché mi trovo in mezzo al buio.
Vengo scossa ancora e ancora. «La stiamo perdendo», sento dire. «Andiamo, piccola. Coraggio!» una preghiera continua.
«Emma»
«Emma svegliati, ti prego», piagnucola una voce ma è troppo lontana, non riesco proprio a raggiungerla.
«Emma, apri gli occhi!» mi fa male tutto, non riesco a muovermi.
Uno strattone, un dolore forte e urlo, urlo a squarciagola.
Spalanco gli occhi boccheggiando in cerca di aria pulita. Annaspo guardando confusamente attorno. Mi tocco e sono sudata, sulle mie guance scendono lacrime senza controllo. Solo allora capisco...
Ancora una volta sono rimasta intrappolata nel mio incubo. Ho paura che non se ne andrà mai veramente. La cosa più angosciante è l'immagine della persona seduta sul mio letto.
Ethan se ne sta davanti a me, parecchio allarmato.
«Cazzo!» esclama.
Cerco a tentoni il filo accendendo la seconda lampada, lasciando alla luce la capacità di bruciarmi le pupille.
Mi sta fissando con i suoi occhi azzurri e, sembra smarrito, in parte anche sollevato.
Lo so che non sa mai come comportarsi e, nelle ultime tre notti si è ritrovato nella stessa posizione di adesso, ad assicurarsi che io sia davvero sveglia e vigile.
La sua mano accarezza la mia guancia. Mi appoggio contro il suo palmo caldo chiudendo gli occhi, cercando di rilassarmi perché quando i miei occhi catturano la sua immagine capisco di non essere bloccata altrove, mi rassereno.
Il pollice accarezza la porzione di guancia bruciandola. Mordo il labbro e quando si stacca a stento, allontanandosi dal letto e dalla mia stanza, riprendo seppur malamente a respirare.
Mi lascia sola, senza dire una parola, mentre spero che il sentore della paura abbandoni immediatamente la mia pelle scottata dall'angoscia.
Scosto il lenzuolo alzandomi malamente dal letto. Appena entro nella doccia la tensione nei muscoli inizia lentamente a sciogliersi mentre sfrego forte la pelle poco prima di stare ferma sotto il getto freddo.
Sto tentando in tutti i modi di calmarmi, di tenere a bada i demoni che, ogni notte rischiano di trascinarmi sotto il letto facendomi il cuore a pezzi.
Avvolta da un morbido asciugamano entro in camera lanciando uno sguardo alla sveglia. Ho dormito poco.
Sono le sei del mattino quando mi trascino in cucina trovando Ethan ai fornelli.
Mi fermo sulla soglia ad osservarlo. A petto nudo, i pantaloni della tuta nera, l'elastico dei boxer in evidenza. I muscoli guizzano ad ogni suo movimento animando i suoi tatuaggi che, rendono la sua pelle un bellissimo quadro umano.
Ormai non mi stupisco più di trovarlo in casa seminudo e pronto a tentarmi. Mi sto abituando alla sua presenza, alle sue attenzioni, ai suoi sguardi complici.
Mi verso un po' di spremuta sedendomi sul ripiano del bancone a mio agio.
Nascosta dietro il bicchiere continuo ad osservarlo mentre apre due uova friggendole con maestria insieme a del bacon. A poca distanza, dentro un bicchiere grande ha uno strano intruglio. Ha usato la centrifuga, a quanto pare.
Annuso il contenuto in questione arricciando il naso quando mi arriva forte l'odore delle fragole. C'è anche un odore tenue di banane e latte di cocco.
Poso l'intruglio continuando a bere il mio bicchiere abbondante di spremuta d'arancia.
Ethan si serve passandomi un piatto. Rifiuto. Non è di certo quello che preferisco mangiare a colazione. Sono più  orientata verso una montagna di pancake al cioccolato e biscotti.
«Mangi poco», fa notare guardando male il bicchiere ancora mezzo pieno che tengo tra le mani sudate a causa del suo sguardo.
«E tu parli troppo», replico ricevendo l'occhiataccia contrariata alla Ethan Evans che mi fa rabbrividire.
Affonda la forchetta al centro dell'uovo che ha lasciato di proposito morbido creando sul piatto una lava gialla. Prontamente la raccoglie con una fetta di toast guardandomi divertito mentre lo osservo con lo stomaco sottosopra.
Ci riprova porgendomi il piatto. Rifiuto ancora finendo il mio bicchiere di spremuta tenendo il naso arricciato. 
«Dovresti almeno fare colazione», biascica. Il suo sguardo si sposta sulle mie gambe nude che ciondolano dal bancone.
L'aria si carica di elettricità e mi sento pervadere la pelle da un lungo quanto intenso brivido a causa dei suoi occhi sfacciati.
So di essere esposta. Troppo. Non ho riflettuto abbastanza quando finendo la doccia ho indossato una maglietta larga e un paio di mutandine nere di pizzo. Non ho più niente addosso.
Che mi è passato per la testa?
Devo pensare prima di agire, mi dico costantemente. Ormai devo capire che non posso girare così per casa. Devo essere più discreta.
Scendo dal bancone agilmente, superandolo, sfiorandogli di proposito il braccio gli rubo dal cestino vicino una banana tagliandola a fette. Su un toast appena uscito fuori dalla tastiera spalmo della nutella aggiungendo i pezzetti della banana.
Tornata sul bancone, con un piede sotto il sedere mangio lentamente sfidandolo di proposito. Adoro vedere le sue molteplici reazioni. In questo preciso istante i suoi muscoli sono tutti contratti e mi sta guardando contrariato mentre affonda la forchetta sulla sua abbonante colazione mangiando voracemente.
Spesso, ha un modo di mangiare preciso e sequenziale. Taglia ogni pezzetto con precisione chirurgica e poi rimette i tasselli diversi in un'unica forchettata. Mi viene sempre da ridere quando lo fa, ma non perché è buffo, per il modo meticoloso in cui controlla ogni singolo pezzo. Mi nascondo dietro il bicchiere di succo.
«Smettila di fissarmi», poggia il piatto vuoto dentro al lavello. «È da maleducati», beve l'orribile intruglio.
«Non ti stavo fissando», gli mollo un lieve calcio e lui scuote la testa ghignando.
Non credevo se ne accorgesse. Mi sento a disagio e cerco di non arrossire subito dopo il mio gesto impulsivo e in parte spontaneo. Continuo a mangiare l'ultimo pezzo del toast perdendomi un paio di volte. Ripenso all'incubo, ai suoi occhi...
«Hai della Nutella...», indica la mia bocca.
Passo la lingua sulle labbra. «Dove?», domando cercando un tovagliolo di carta nei dintorni. Mi viene da ridere per come mi guarda però riesco a trattenere l'ilarità.
Ad un tratto sbuffa rumorosamente e si avvicina sistemandosi tra le mie gambe dopo averle divaricate e strette tra le sue mani.
Mi manca il fiato. Mordo il labbro quando staccandosi la sua mano passa il dito all'angolo della mia bocca togliendo la traccia della cioccolata con una lentezza e una delicatezza direi quasi disarmante. Perché deve farmi questo effetto?
No, la vera domanda è: perché si comporta così con te? Esplode la vocina dentro la mia testa.
La sua mano torna sulla mia coscia esposta al suo tocco e si imbambola.
Odio l'effetto che mi fa. Odio sentirmi così piccola, così indifesa, così dipendente da lui quando mi guarda con gli stessi occhi della prima volta.
Tutte le volte che mi sfiora o mi avvicina a sé, sento che non esiste un posto migliore in cui sentirsi protetti, al sicuro. Il suo sguardo caldo avvolge la mia fragile esistenza e per pochi istanti mi sento esattamente dove voglio essere.
«Non fissarmi, è da maleducati», lo prendo in giro quasi boccheggiando. 
In risposta stringe la presa avvicinandomi alla sua vita. Inarco la schiena e lui si avvicina pericolosamente alle mie labbra tenendomi per il mento.
«Non ti stavo fissando», mi scimmiotta chiaramente su di giri.
Fremo sentendo le sue dita disegnare sulla mie cosce dei cerchi concentrici. «Ah, no?»
Deglutisce lentamente e io osservo il suo collo trattenendo la mia voglia di affondare le dita tra i suoi capelli.
«No, stavo solo...»
«Che cosa?» sussurro guardandolo da sotto le ciglia con malizia.
Sentendo delle voci dal corridoio lo spingo appena in tempo, lui boccheggia appoggiandosi alla cucina passandosi una mano sul viso poco prima di vedere entrare in cucina Anya seguita da Mark.
Ha dormito di nuovo da noi. Ormai devo solo abituarmi all'idea che quei due prima o poi si sposeranno.
Anya è la prima a fermarsi sulla soglia. I suoi occhi attenti recepiscono qualcosa. Di sicuro starà notando le mie guance accaldate e la reazione del fratello, anche se è parecchio bravo a nascondere le cose.
Ci guardano senza dire niente, senza neanche nascondere dei sorrisetti celati dai loro sguardi complici. Abbasso le spalle scendendo dal ripiano e indifferente  lavo i piatti concentrandomi troppo su delle sporcizie invisibili.
Tutto per non alzare il viso e imbambolarmi o peggio: fare la figura della ragazzina. Non dimentico di certo che ha una ragazza. Ogni volta che ci penso però, una fitta di gelosia pervade il mio petto e sento un certo fastidio che mi spinge a fargli dei dispetti.
«Hai avuto un altro incubo?» chiede Anya recuperando piatti e bicchieri portandoli a tavola.
La osservo mentre serve a Mark la colazione. Si sta già impegnando. Sta prendendo seriamente la questione: "matrimonio".
Nei giorni scorsi abbiamo affrontato l'argomento. Le piacerebbe tanto rimanere in zona, vivere all'appartamento o comprarne uno libero al piano di sopra. Vorrebbe anche che restassi qualora decidessero di rimanere qui dentro. Mark è più che d'accordo. Dice che non sono mai stata un problema, che so essere molto accogliente e discreta. Ormai penso mi veda come una sorella. Purtroppo io mi sentirei davvero di troppo perché loro inizieranno qualcosa di speciale insieme e non posso rovinargli le prime litigate o le prime effusioni da sposati. Quindi, dovrò trovare presto una soluzione.
«Terra chiama Emma», cantilena.
Il piatto scivola e Ethan lo afferra al volo prima che questo possa sfracellarsi al suolo.
«Si, ho avuto un altro incubo», balbetto asciugandomi le mani. Prendo il piatto che Ethan ancora al mio fianco mi sta porgendo. Mi squadra con sospetto. Istintivamente gli mollo una gomitata e intuendo si allontana da me.
Proprio ora che mi stavo abituando all'ambiente, al silenzio meraviglioso che c'è in questa zona, come una scossa di terremoto improvvisa: è arrivata questa notizia.
Questo mi fa cambiare subito umore perchè inizio a pensare di essere una sfigata cronica.
«Emma ci sei? Hai capito?».
«Cosa?», balbetto girando intorno al bancone dell'isola per togliere il sacco pieno dell'immondizia portandolo all'angolo.
Anya si alza da tavola mettendo dentro il lavandino il piatto. «Mi accompagni oggi a fare shopping? Ho bisogno del tuo gusto classico.»
Sorride speranzosa. Mi sembra ovvio che per lei sia ora di iniziare a scegliere un abito da sposa. L'idea non mi elettrizza al cento per cento, ma accetto annuendo e torno in camera turbata.
Dopo la lite a casa dei suoi genitori le ho chiesto molteplici volte scusa. Lei al contrario mi ha ribadito che non è stata di certo colpa mia e adesso evita l'argomento.
Stranamente il giorno dopo l'accaduto, ho ricevuto una chiamata da parte di Ester dove si scusava per il completamento del figliastro e del marito. Era mortificava. Quella donna mi fa davvero tenerezza. E' sprecata per due come loro. Merita di meglio.
Non so come abbia ottenuto il mio numero però non l'ho detto ad Anya e Ethan. Come non ho detto che vorrebbe incontrarmi per un tè. Questo perché magari potrebbero fraintendere.
Mi vesto velocemente indossando un paio di pantaloncini a vita alta, un top e scarpe da ginnastica comode; lego i capelli in una crocchia scomposta e quando sono pronta aspetto Anya nella sua stanza. Come al solito, trovo un gran casino e devo tenere a freno l'istinto di rimettere tutto in ordine. Prima o poi modificherà anche questo suo lato, lo spero.
«Tutto bene?», le domando per distrarmi giocherellando con il pizzo del top.
«Non so, sono solo un po' distratta», mormora mentre trova un paio di pantaloncini e li infila saltellando.
«Qualcosa non va?», la guardo attraverso lo specchio scrutando attentamente ogni sua espressione.
«Ethan», pronuncia con un sospiro. «Sono preoccupata per lui», prende la borsa e lo smartphone facendomi cenno di seguirla.
Uscite dall'appartamento entriamo in ascensore poi ci ritroviamo fuori, in mezzo alla calca di gente e di afa dirette verso il centro commerciale più vicino e pieno di negozi. A quanto pare c'è anche un'esposizione prestigiosa, quella per le spose; quindi stiamo approfittando per dare un'occhiata.
«Perché sei preoccupata per lui?», voglio sapere. Anya ha stuzzicato la mia curiosità prima. Se è preoccupata per il fratello, di sicuro c'è una ragione precisa dietro.
«Lunedì... quando te ne sei andata, ha dato di matto», si blocca valutando la mia possibile reazione. Ma io me ne sto impalata, colpita in parte dalle sue parole; anche se da Ethan c'è da aspettarselo. Voglio davvero sapere cosa ha fatto? La risposta è: si.
Anya capisce che non intendo terminare così il discorso e continuiamo a camminare e a parlare.
«Che cosa ha fatto di preciso?»
«Ha iniziato ad urlare contro Richard e Steve poi si è accanito contro nostra madre accusandola di non essere mai stata realmente forte da lasciare il suo nuovo marito, di non avere spina dorsale perché è soggiogata e impaurita dalle conseguenze. Le ha anche detto che con nostro padre l'ha fatto e che dovrebbe rifarlo perché non merita di stare male. Ha dato davvero di matto urlando e rispondendo a tono a quei due. Ma quando gli hanno chiesto perché stesse difendendo una come te, lui...», mi lancia uno sguardo di sbieco insicura mordendosi nervosamente il labbro.
«Continua», la esorto agitandomi.
«Ha fracassato parte della sala da pranzo lanciando contro quei due tutto ciò che trovava davanti e... quando Steve lo ha attaccato ancora per provocarlo, parlando male di te... be' lui gli ha spaccato la faccia. Lo ha proprio riempito di botte e nessuno riusciva a staccarlo da lui. Era una furia. Mark è intervenuto in tempo e lo ha allontanato beccandosi un colpo.»
Entriamo nel primo negozio di abiti da sposa. Un grazioso atelier dipinto di rosa e bianco, pieno di fiori e mobili in legno chiaro. Tutto molto pudico e delicato, direi.  All'entrata c'è un appendiabiti per le clienti che intendono passare ore all'interno del negozio e una cassa con la scrivania in vetro e i piedi intrecciati e placcati in oro.
C'è odore di mirtilli e zucchero filato. Saliamo due gradini seguendo la commessa che ci sta facendo fare un breve giro e all'angolo noto un set fotografico dove vi sono palloncini bianchi, petali e coriandoli argentati.
Non ho ancora aperto bocca, sono sconvolta al momento. Ethan non mi ha raccontato niente di tutto questo. Non ha detto di avermi difesa dopo essermene andata, perché? Non mi ha detto neanche come ha fatto a procurarsi quel lieve taglio sotto lo zigomo.
Adesso mi è tutto più chiaro, eppure mi sento frastornata.
«Il fatto è che...», riprende Anya quando rimaniamo sole, distogliendomi dalle mie riflessioni, «una volta Steve al ristorante aveva cercato di baciare Tara e Ethan non ha reagito così. Questa volta... è stato diverso», scuote la testa incredula mentre giriamo tra i reparti e lei inizia a scegliere nella prima fila piena di abiti coperti dal cellophane.
«Era proprio furioso», continua prendendone tre ed incamminandosi verso il camerino. «E questa mattina... in questi giorni lui ti guardava in quel modo.»
Ci sono parecchie persone elettrizzate al pensiero di sposarsi. Sfioro qualche abito mordendomi il labbro, evitando di rispondere.
«Vuole provarne anche lei uno? È davvero bella.»
Guardo stralunata la commessa sorridente e in perfetto ordine. Pure il suo alito odora di miele. È quasi nauseante stare qui dentro. Lo faccio per Anya, continuo a ripetermi.
«Oh, no, no. Non sono io la sposa.»
«Non è mai troppo tardi per sceglierne uno, no?» ridacchia come una gallina. Sta seguendo proprio bene il suo copione. La guardo corrucciata andandomi a sedere su una comoda poltrona in attesa di vedere la mia amica.
Forse, una volta arrivata a casa dovrei parlare con Ethan, farmi raccontare la sua versione dei fatti, capire il perchè abbia reagito male quando è impegnato con un'altra ragazza. Forse dovrei capire cosa sta davvero succedendo perché ogni giorno che passa la situazione si fa davvero strana, si complica. Ogni giorno che passa, rischio di illudermi. Sento che sto iniziando a legarmi in qualche modo a lui e ho paura che tutto mi si sbriciolerà tra le mani.
«Che te ne pare?», Anya esce scostando la tenda con una mossa decisa.
Indossa un abito a sirena di colore panna. Niente di speciale. «Non mi convince il sotto», dice arricciando il naso e rispondendo alla sua stessa domanda dopo essersi guardata allo specchio da più angolazioni.
Credo che mi farà impazzire e con ogni probabilità non troverà facilmente un abito da sposa.
E se glielo disegnassi? Si insinua la vocina dentro la mia testa. Mordo il labbro valutando la proposta.
In fondo, non è poi così folle come cosa no?
Mentre prova altri abiti esclamando le più divertenti delle battute, decido di farle una sorpresa. In breve, raccolgo particolari e dettagli sulle sue preferenze in fatto di abiti da sposa e da cerimonia e, mentalmente assimilo ogni cosa creandomi un bozzetto da realizzare su carta.
Quando finalmente usciamo dal negozio è ora di pranzo. Fuori fa davvero caldo. Le persone camminano per strada seminude cercando di non passare inosservate.
Ci fermiamo in centro per mangiare un panino al volo. La vedo entusiasta ma anche in parte poco ottimista.
«Non troverò mai il mio abito da sposa», brontola succhiando gli ultimi rimasugli della sua granita sciolta.
Ne ordiniamo subito un'altra, incapaci di muoverci da sotto l'ombra di questo grande ombrellone. Il locale è piccolo e troppo affollato ma qui fanno i migliori gelati e le migliori granite della zona. I proprietari sono italiani, non mi stupisce la bontà dei singoli prodotti che sanno effettivamente di cibo.
«Non è detto. Magari tra poco entrerai da qualche parte e ti metterai a piangere come una frignona», la prendo in giro.
Mi guarda male affondando i pensieri sulla granita. «Io non piango come una frignona, io mi dispero come una bambina. C'è differenza», tenta di avere ragione. «Questo non è essere frignoni?»
Mi lancia una pallina di carta e questo gesto mi ricorda tanto quel giorno passato al locale con Ethan.
«Emma», mi schiocca due dita davanti.
«Oggi sei parecchio distratta. Sicura di stare bene?»
Si sta alzando e annuendo la seguo girando insieme a lei come una trottola tra i vari negozi presenti in zona.
«Se qualcosa non va... a me puoi dirlo», posa il palmo sul mio guardandosi poi corrucciata allo specchio. Sbuffa. «Torniamo a casa», si rifugia in camerino.
Mi avvicino sentendola tirare su con il naso. Scosto la tendina e lei se ne sta seduta con l'abito in grembo. «Non mi piace è orribile», balbetta. «Secondo te sono davvero pronta a vivere con Mark, ad avere dei bambini, un lavoro...»
Mi inginocchio accanto a lei passandole un calice che una delle commesse ci sta gentilmente offrendo. Forse intuendo lo stato attuale della sposa. Ringrazio passandole l'abito per evitare che lo sporchi.
Anya beve tutto d'un fiato e le offro anche il mio. «Sono sicura che sarai una brava moglie, un'ottima mamma e una fantastica lavoratrice. Adesso non pensare al futuro ma goditi questo presente. Hai appena iniziato e non devi arrenderti. Troverai il tuo abito», cerco di calmarla.
«Me lo prometti?»
Sorrido. «Si, adesso andiamo.»
Lascio Anya fuori dalla porta. Andrà a cena con Mark.
Aspetto di vedere sparire l'auto e anziché salire in casa mi sposto in un negozio a qualche isolato che vende tessuti e dettagli per abiti da cerimonia come: nastrini, rose, diademi, lustrini e tanto altro.
Mi lascio aiutare dal commesso e una volta arrivata a casa, nascondo tutto dentro l'armadio.
Recupero l'album da disegno e sistemandomi in soggiorno, sul tappeto, mi metto al lavoro.
Spero che l'idea che ho in mente piaccia alla mia amica. Ho raccolto quante più informazioni possibili per realizzare il suo abito da sposa dei sogni.
In fondo, tutte le ragazze ne hanno uno, credo.
Non ho mai pensato al matrimonio come un qualcosa di meraviglioso ed unico. Dal mio punto di vista è un atto scritto che ti obbliga ad essere di una persona a vita. Un tempo ero riuscita a fare dei progetti con un ragazzo. Purtroppo dopo l'incidente il mio punto di vista è cambiato drasticamente. 
Impiego un paio di ore per sistemare i dettagli del bozzetto. E quando ho finito sono soddisfatta del risultato.
Grazie a nonna, ho imparato a cucire a macchina. Ricordo ancora come si utilizza ma dovrò acquistarne una e, non farmi beccare mentre confeziono l'abito da sposa per Anya: sarà una vera sfida.
In realtà, ho in mente di realizzarne due che potrebbero piacerle: uno per la cerimonia, uno per la serata che ha intenzione di organizzare.
Presa dal nuovo progetto ordino una pizza e, mentre mangio i tranci e sistemo il disegno non mi rendo neanche conto che qualcuno è entrato in casa e mi sta osservando.
Alzo lo sguardo solo quando percepisco un odore particolare e mando giù il boccone a disagio. Ethan mi guarda curioso e attento come un falco pronto all'attacco. So che non mi ha mai visto disegnare ma questa, è una passione che tengo nascosta da un pezzo. Non ho tempo per fare l'artista, mi serve un lavoro vero se voglio affittare un nuovo appartamento quando Anya deciderà di restare.
A braccia conserte, le vene sulle braccia in evidenzia così come i tatuaggi respira lentamente, a suo agio.
Non l'ho sentito arrivare, come sempre.
Cerco di nascondere subito i disegni. Sono un po' arrugginita ma è sempre imbarazzante mostrare le proprie opere a qualcuno specie se quel qualcuno è un ragazzo ed è Ethan. Si avvicina prendendo proprio il bozzetto principale, quello realizzato su un foglio più grande. Lo contempla per un paio di minuti piegando la testa di lato, sfiorando con le dita i contorni.
Mi rialzo cercando di mettere tutto in perfetto ordine il caos che ho creato con i fogli e la gomma cancellata. Evito di parlare o di aspettarmi una delle sue opinioni dedicandomi alle pulizie.
«Sei davvero brava», commenta sistemando il bozzetto sul divano con delicatezza, poi lo fissa con aria critica come se fosse un quadro, portando l'indice sulle labbra.
Saranno morbide come sembrano?
Mordo la lingua. Sto iniziando ad impazzire, lo so.
«Dici che le piacerà?», domando spazzando per terra ed evitando il suo sorriso.
«Sei fantastica Emma!», sorride e sulle sue guance spuntano due fossette meravigliose. Mi ritrovo a sorridere come una stupida. «Dove tenevi nascoste queste doti artistiche? Perché non sei andata all'accademia?»
Ripenso al racconto di Anya e mi irrigidisco. «Ethan...» inizio insicura.
«Che ti succede, Emma?» corruga la fronte facendosi attento.
«Niente», distolgo subito lo sguardo e porto più che in fretta i disegni in camera.
Dovrò tenere tutto nascosto. Dovrò anche comprare la macchina per il cucito e altri tessuti per questo regalo.
So che Anya potrebbe trovare l'abito dei suoi sogni in questi giorni ma le devo molto e farle un regalo del genere significherebbe tanto per me.
In realtà, le devo molto più di un regalo. L'idea di perderla mi rattrista così come l'idea di doverle almeno un regalo d'addio.
Tornata in soggiorno, faccio sparire il resto dei fogli stropicciati e buttati dentro il cestino mentre Ethan è al telefono. Cerco di non disturbarlo tornandomene subito in camera.
Mentre sono in corridoio, lo sento urlare ma, nonostante la curiosità, decido di non origliare.
Accendo il portatile cercando nei dintorni un altro negozio di tessuti. Segno su un foglio l'indirizzo vado a lavare i denti e stendendomi a letto leggo trattenendo la voglia di raggiungerlo in soggiorno e calmarlo.
«Emma sei sveglia?», la voce di Anya arriva dal corridoio, sembra su di giri.
Mi alzo di scatto dal letto più che assonnata, poi apro la porta. Credo di essermi appisolata al terzo capitolo.
Anya mi fa cenno di raggiungerla in cucina e quando arrivo, trovo il piccolo tavolo pieno di bottiglie di birra e carta di cibo sparsa ovunque. C'è solo lei al momento e la cosa, mi inquieta.
«I ragazzi sono appena andati via», risponde alla mia domanda inespressa. Annuisco iniziando a mettere in ordine. Non riesco proprio a fermarmi. Odio il caos. Ricordo ancora quel giorno in cui ho distrutto tutto e poi quando sono tornata in camera ho dovuto rimettere ogni cosa in piedi. E' stato terapeutico.
Siamo tutti così fragili. Basta davvero un niente e cadiamo rompendoci in tanti piccoli pezzi. Possiamo essere spazzati come sabbia in balia del vento o rialzarci con la forza straordinaria di un tornado e andare avanti.
«Emma puoi sederti un momento? Ho bisogno di parlarti», picchia il palmo sul divano accanto a lei e mi rimprovera per non avere tenuto a freno le mie manie.
Continuo a togliere le bottiglie e quando mi accorgo della sua espressione seria faccio un grosso sospiro e abbattuta mi siedo. Forse sto solo rimandando l'argomento ma anch'io avrei tanto da dirle.
«Ti ascolto», inizio sentendomi in ansia.
Anya sembra parecchio nervosa e un po' su di giri. Fa un lieve risolino passando i palmi sulle cosce poi saetta con lo sguardo per il soggiorno e si schiarisce più volte la voce.
Attendo paziente finché non capisce di essere pronta. «Volevo che ci fosse anche Mark qui con me ma lui... ecco... lui ha deciso che era meglio se con te parlavo da sola mentre lui lo chiedeva a Ethan», evita il mio sguardo.
Le prendo subito le mani per rassicurarla anche se dentro me la sto facendo sotto.
Scoppia in lacrime agitata e il mio cuore inizia a battere convulsamente.
«È successo qualcosa?»
«Mark sta chiedendo a mio fratello di essere il suo testimone e io... vorresti essere la mia damigella d'onore e testimone di nozze?».
Mi sento come appena colpita da una frustata. Reggo il colpo e riesco a riscuotermi in fretta con straordinaria forza interiore. Sento caldo ed il mio cuore continua a battere all'impazzata, senza rallentare un solo secondo.
Per un attimo, avevo creduto che stesse per cacciarmi di casa o darmi qualche brutta notizia.
«Solo se non mi farai indossare qualcosa di brutto perché devi essere tu l'unica bella in quel giorno», scoppiamo a ridere e ci abbracciamo stringendoci forte.
Quando mi sono trasferita, non credevo di potere trovare un'amica e una sorella. Farei qualsiasi cosa per vedere Anya felice. Chiedermi di essere la sua testimone e damigella è davvero un onore per me. Non capitava spesso ma in questo momento, penso che la felicità per un attimo abbia bussato alla mia porta.

N/a:
~ Lentamente Emma si sta aprendo, come un fiore sta tornando a sbocciare. Ed è incredibile come l'amore a volte possa creare scompiglio tra due persone che non sanno come trovarsi. Secondo voi riusciranno a capire che devono stare insieme? Che cosa succederà ancora? Vi piacciono i personaggi?
Spero che questo capitolo vi sia piaciuto. Come sempre potete lasciare un commento e un voto se vi va, riempiamo questo spazio vuoto.
Grazie per l'appoggio, un abbraccio
Giorgina❄️ ~

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