Capitolo 13

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Non riesco a muovermi, sento tanto freddo. Sono bloccata e c'è puzza di benzina, di asflato bagnato, di ruggine.
Inizio a percepire la paura che lenta, come un veleno, si impossessa del mio corpo. «NO!», urlo forte stringendo le palpebre per non guardare.
So dove mi trovo. So cosa sta succedendo. So cosa vedrò tra pochi istanti.
Incastrata tra le lamiere a sopportare un dolore lacerante, qualcosa di caldo che gocciola sulla mia pelle. È sangue: il mio.
«Non vedi che non riesco a muovermi?» urlo a quel qualcuno che in lontananza mi chiama.
Le lamiere si allontanano dal mio corpo. Inizia a bruciare. Sento dolore, tanto, troppo dolore. È ovunque: dentro e fuori. Non riesco a contenerlo.
Mi sento in trappola. Come quando scoppi a piangere e non c'è nessuno pronto ad avvolgerti tra le sue braccia. Non c'è nessuno a salvarti dal dolore.
«Piccolina, adesso devi provare a svegliarti», qualcuno mi scuote fastidiosamente premendo le mani ovunque. Ma, ad ogni tocco è altro dolore.
«Emma, si chiama Emma!» una voce lontana ad urlare il mio nome. Non la riconosco.
«Ok Emma, adesso devi svegliarti. Apri gli occhi e non abbandonarmi piccolina», una mano preme sul mio polso. «La stiamo perdendo!»
«No, sono qui. Non lo vedi? Sono sveglia?»
«Emma apri gli occhi!» urla un'altra voce sovrastando tutto il resto.
«Apri gli occhi», urla ancora.
«NO!»
Mi guardo attorno, sono sudata e nella mia stanza. Sono viva. Non sono dentro un'auto distrutta. Non mi trovo tra le lamiere.
Il petto mi fa così male da non riuscire a respirare. Porto una mano nel punto in cui il dolore è più intenso massaggiando la zona; prendendo nel frattempo dei piccoli respiri nel tentativo di calmarmi.
Vago con occhi appannati dalla paura dentro la stanza dove la luce è accesa e c'è qualcuno proprio davanti a me.
Metto a fuoco portando una mano sulla tempia. Ethan è sul mio letto in ginocchio, a petto nudo, la catenina che porta al collo sfiora delicatamente il mio; se ne sta qui, davanti a me a fissarmi con i suoi occhi magnetici mentre le sue mani sono ferree sulle mie braccia.
I miei occhi vagano da lui verso Scott che invece se ne sta ad una certa distanza, dietro Mark con sguardo inorridito e furioso mentre Anya facendosi avanti, sedendosi sul letto stringe subito la mia mano.
Deglutisco passando le dita sulla fronte imperlata di sudore. Le lacrime iniziano a bruciarmi gli occhi ma le trattengo dentro.
«Che cosa sta succedendo?» la mia voce esce terribilmente rauca.
«Sei sveglia, va tutto bene», sussurra Ethan spostando le mani sul viso, tenendolo tra le sue morbide e calde.
Sento il petto schiacchiarsi ed ansimo. Sto per avere un attacco di panico.
Perché sono tutti nella mia stanza?
«Emma va tutto bene era solo...» la voce di Anya si affievolisce prima di spingere Ethan per abbracciarmi con impeto.
Ci metto un secondo a ricostruire la situazione. Ho avuto di nuovo un incubo e questa volta ho urlato davvero forte spaventando tutti.
Finirà mai tutto questo?
Mi divincolo dall'abbraccio alzandomi più che a disagio. Dimentico per un momento del tutore e barcollo. Ethan, con i riflessi pronti, mi afferra prima di toccare il pavimento in legno. Le sue mani mi avvicinano al petto trattenendomi a sé. Percepisco il suo respiro ed è come una folata improvvisa di vento sulla mia pelle già percossa da una violenta serie di brividi.
«Sto bene», ripeto balbettando ormai rossa in viso e ancora senza fiato mi allontanano indietreggiando verso il bagno; dopo essermi chiusa la porta alle spalle mi appoggio alla superficie mortificata.
Lascio uscire un sospiro alzando la testa. Tremolante mi avvicino al lavandino sciacquando il viso con acqua fredda, poi apro la finestra sperando di respirare aria fresca. Mi appoggio alla lastra di marmo facendo dei brevi respiri, calmando i battiti sempre più in aumento.
Dalla stanza arrivano delle voci, ma sono troppo occupata a placare il senso di nausea in continuo aumento per andare a controllare cosa sta succedendo.
Non mi guardo allo specchio, tolgo il tutore, mi spoglio e più in fretta che posso entro nella doccia. Apro il soffione e rimango sotto il getto per un paio di minuti cercando di eliminare il senso di nausea lasciato dalla paura.
Quando gli incubi tornano, con essi portano sensazioni tenute a lungo a bada. Purtroppo escono allo scoperto facendomi sentire fragile.
Avvolta da un asciugamano morbido di un tenue grigio esco dal bagno entrando in camera. Tutti mi fissano come se potessi rompermi in mille pezzi da un momento all'altro. Non è ciò che voglio. Mi fa sentire a disagio.
Scott mi scruta e dai suoi occhi capisco che prima o poi inizierà a tempestarmi di domande o peggio: darà di matto. Ora però cerca in qualche modo di mantenere la calma standosene seduto sul bordo letto, piegato sui gomiti.
«Va meglio?», domanda Anya mentre Mark le circonda la vita dandole un bacio sulla tempia con una dolcezza asfissiante.
Sto per rispondere ma i miei occhi si posano su Ethan. Si fa avanti poi ci ripensa e scuotendo la testa quasi infuriato dalla sua stessa reazione o da qualcosa che non riesco a comprendere all'istante: se ne va dalla stanza dopo avere lanciato uno sguardo assassino verso Scott.
Il modo in cui lo guarda, mi fa rabbrividire. Il suo non è solo astio. C'è qualcosa sotto. Lo sento. Che cosa mi nascondono tutti? Perché mi sto sentendo una perfetta sconosciuta?
Annuisco ad Anya e scusandomi, senza riflettere troppo sulle mie azioni: raggiungo anche se zoppicante il soggiorno.
Trovo Ethan sul divano, piegato sui gomiti, con il viso tra le mani. Le sue dita affondate tra i capelli neri.
E' arrabbiato. Parecchio arrabbiato. Fa quasi paura dal modo in cui guarda quasi assente davanti a sé.
Mordo le guance e insicura prendo posto accanto a lui senza dire niente. Nel frattempo cerco di trattenere le lacrime che inondano i miei occhi. È sempre più difficile trattenerle; soprattutto in questo momento perché è come se avessi un muro da distruggere davanti e nessuna mazza per buttarlo giù.
«Scusa», è tutto ciò che riesco a dire spezzando il silenzio e la tensione palpabile.
Mi guarda scostando la mano dal viso fulminandomi con i suoi occhi chiari. «Per che cosa ti scusi? Perché hai accanto un ragazzo smidollato che non conosce niente di te e non sa come prenderti o perchè hai avuto un brutto incubo?»
Mi immobilizzo. «Per come ti ho trattato al parco», abbasso lo sguardo poi mi rialzo turbata dal divano. «Scusami se sono impulsiva.»
La sua mano afferra il mio polso costringendomi a sedermi. «Come fai ancora a non capire?» sibila nervoso.
Scrollo la sua presa e lui si riscuote battendo le palpebre confuso dalla sua reazione.
Mi alzo in fretta dal divano. Non posso stargli troppo vicina. Giro intorno al bancone della cucina, apro la dispensa iniziando a preparare l'impasto per i pancake.
Devo cucinare, devo distrarmi. Non posso fermarmi perché se lo faccio il panico prenderà il sopravvento.
Quando tutti si spostano in cucina raggiungendoci, Scott si avvicina con aria assente e fredda.
Mi sento in colpa. Lo so, avrei dovuto correre da lui anziché seguire Ethan, ma avevo bisogno di capire e invece non ho ottenuto risposte e forse con ogni probabilità ho inclinato un rapporto. Sto sbagliando tutto quanto, ma al diavolo!
Per una volta seguo solo il mio istinto.
«Ehi», saluta timido circondandomi con un certo possesso la vita. Con la coda dell'occhio noto che lo sta facendo guardando in direzione del divano dove Ethan ha lo sguardo di un assassino.
«Ehi», ricambio il saluto con un lieve sorriso appoggiandomi a lui, cercando un contatto sconosciuto alla mia pelle che continua a pulsare dopo il tocco da parte del ragazzo che se ne sta seduto a poca distanza adesso con occhi vuoti.
«Ci vediamo a lavoro», mi sussurra baciandomi la tempia. Non presto attenzione mentre se ne va.
Non ho il coraggio di alzare lo sguardo. Non ho il coraggio di perdermi nell'azzurro adesso in tempesta. Perché lo percepisco. Lo sento dentro che è arrabbiato.
Preparo la colazione in silenzio.
Anya sempre di ottimo umore cerca di rallegrarmi raccontandomi qualcosa. So perché lo sta facendo e in parte gliene sono anche grata perché è davvero difficile trattenere ogni istinto.
Mangiamo tutti insieme, seduti nella piccola sala da pranzo di recente sistemata dietro la colonna in mattoni rossi. Si tratta di un tavolo in stile moderno di vetro con al centro un vaso particolare rosso in ceramica e dei fiori di campo probabilmente comprati dal fioraio in fondo alla strada. Ci sono delle bellissime sedie comode colorate variano dai colori primari a quelli secondari.
Accanto alla parete una vetrina bassa in stile moderno in cui teniamo dei piatti e dei bicchieri ancora inutilizzati.
Tutte secondo il gusto e lo stile della mia coinquilina.
Per fortuna nessuno fa riferimento al mio incubo, tanto è sempre lo stesso. Non credo sia mai cambiato qualcosa nello scenario; solo una volta ho sognato i miei genitori. Ma da allora, le cose sono diverse.
Dopo la colazione silenziosa, vado a prepararmi per il lavoro. Indosso un paio di pantaloni comodi neri nascondendo il tutore, la maglietta con il logo e la scritta del locale. Infilo dentro la borsa un cambio per le evenienze e quando sono pronta arranco verso la cucina per avvertirli.
Ethan non c'è più. Il mio stomaco si contrae. Dov'è andato?
Anya sta sistemando i capelli guardandosi allo specchio posto in corridoio accanto al portone principale.
«Posso darti un passaggio», dice Mark scompigliando i capelli ad Anya che lo spinge sbuffando mentre lui sghignazza.
Gli piace stuzzicarla.
«No, grazie. Ho bisogno della mia passeggiata giornaliera e se esco adesso...», guardo l'orologio al polso. «Riuscirò ad arrivare in tempo al lavoro. Devo muovermi», sorrido tranquillizzandolo e senza attendere oltre esco dall'appartamento.
Non voglio salire su una macchina. Inoltre ho bisogno di camminare, perdermi un po' in mezzo alla gente, in mezzo al caos della città.
Cammino piano e zoppicando. Scelgo altre strade, guardo le vetrine dei negozi e ogni singola persona superarmi rilassandomi. Ci metto un paio di minuti in più perché nonostante i mesi passati a studiare cartine e mappe su internet riesco ancora a perdermi; alla fine però raggiungo il locale in tempo dando inizio alla mia giornata lavorativa.
Dentro trovo un certo trambusto, una strana aria circola attorno e capisco che Max deve essere di pessimo umore, anzi è di pessimo umore.
Allaccio velocemente il grembiule recuperando un panno pulito dal ripiano accanto al lavandino in acciaio. Accendo le due macchinette ancora spente e mi avvicino al primo tavolo pieno di briciole per pulirlo.
Non c'è nessuno a servire i tavoli, che cosa sta succedendo?
Dalla cucina proviene la voce agitata di Max. Tendo l'orecchio fingendomi disinteressata mentre ascolto la sua sfuriata.
Sta proprio urlando contro Sasha.
«Scusi, posso avere un'altra ciambella?»
«Come la desidera?» sfoggio un sorriso.
«Ai lamponi», esclama il ragazzo in divisa seduto a qualche metro di distanza dalla vetrina e dal tavolo che sto pulendo.
Viene spesso, a volte lo vedo parlare con Scott. Si conoscono.
Mi sposto verso il bancone, infilo il guanto posando su un vassoio di cartone tipico del locale la ciambella e ritorno dal ragazzo. «Ecco a lei», dico gentilmente spostandomi verso un altro tavolo appena svuotato. Questo è più vicino alla cucina e si sente maggiormente la sfuriata di Max che continua.
Ora che i miei dubbi si sono intensificati su Sasha, da quando evita il mio sguardo, non riesco più ad aiutarla o a sostenerla. Il nostro rapporto si è drasticamente inclinato.
Mi rendo conto sempre troppo tardi di essere stata buona e di essere stata sempre pugnalata da chi diceva di tenerci. Qualsiasi cosa lei abbia con Scott, riuscirò a scoprirla.
Il signor Brown, uno dei clienti affezionati nota che sto zoppicando e chiamandomi al suo tavolo chiede la ragione.
«Ho solo avuto un piccolo incidente. Non si preoccupi», lo rassicuro offrendogli una generosa tazza di latte macchiato come piace a lui e i biscotti ripieni, una delle buonissime specialità della casa.
I suoi occhi arzilli si posano su Max. «Perché lasci lavorare questa bravissima fanciulla, non vedi che zoppica?»
Apro e richiudo la bocca a disagio. Cerco di spiegare, ma Max che prima non si era accorto di niente, impegnato ad urlare contro Sasha, riprendendosi mi sposta dietro il bancone in modo tale da non camminare troppo per tutto il giorno.
Quando mi concede una pausa, entro in cucina. Sono affamata. Ho sentito l'odore delle lasagne appena sfornate e ho già l'acquolina in bocca.
Tony mi fa trovare un piatto fumante sul tavolo, mi siedo affondando i miei pensieri sul cibo.
Dopo una manciata di minuti, interrotti dai rumori presenti in sala, la porta della cucina si spalanca e Scott mi richiama. Faccio il segno di lasciarmi finire prima di seguirlo di sopra nel terrazzo.
Fuori è una bellissima giornata di sole e caldo. Alzo leggermente le braccia sciogliendo un po' i muscoli.
Per fortuna siamo soli. Osservo la strada a poca distanza, la fila di auto colorata in attesa del verde.
Quando Scott si appoggia al muro, capisco che qualcosa non va. Il suo sguardo è freddo. Distante.
Mi avvicino a lui.
«Stai meglio?» domanda accendendosi una sigaretta, fumando nervosamente. In sole tre boccate sta già finendo di fumare.
«Si, grazie», balbetto spostandomi verso la sdraio per sedermi. Inizio a sentire la gamba protestare.
«Non mi hai mai detto che hai degli incubi del genere», manda fuori la boccata di fumo e poi getta la sigaretta pestandola con il piede come se fosse un insetto fastidioso.
Passo le mani tra i capelli prima di raccoglierli. «Soffro di terrori notturni. Mi dispiace non credevo sarebbe successo ancora», gioco con una pellicina sul dito scorticato a causa della caduta.
Scott sospira prendendo posto sull'altra sdraio, afferrandomi e facendomi sedere sulle sue gambe. Appoggia la testa contro il mio petto posandomi dapprima un bacio sulla gola.
Non so come reagire. Me ne sto immobile, insicura. Cosa significa? Perché fa così?
Alza lo sguardo cercando le mie labbra. Non mi bacia come al solito e la sua calma, fa quasi paura.
Poso insicura le mani sul suo petto, non so so proprio cosa fare. Inizia a stringere la presa con forza mordendomi le labbra. Da un bacio dolce, passiamo a un bacio possessivo.
Provo a staccarmi ma me lo impedisce.
«Ti amo, lo sai?»
Mi blocco un secondo smettendo di spingerlo via e annuendo continuo a baciarlo ma con più delicatezza.
E' di questo che ho bisogno? Di tranquillità? Di avere una persona come Scott accanto che si arrabbi ma che mi perdoni o si faccia perdonare in fretta? Ho bisogno delle sue rassicurazioni? Saprei vivere senza i suoi baci, senza le sue lentiggini sul naso, senza le sue magliette con le stampe?
La risposta non è semplice proprio perché dentro la mia testa si affollano troppi pensieri e troppi dubbi. Soprattutto, si impone l'immagine di una persona. Una persona che mi fissa con i suoi maledettissimi occhi azzurri.
In questo momento, avrei bisogno di certezze, ma Scott ha detto che mi ama e non è forse anche questa una certezza?
«Emma...»
Ritorno alla realtà arrossendo. Tengo la sua maglietta abbastanza stretta da stropicciarla. Lui mi fissa con uno strano sguardo. Appoggio ancora le labbra alle sue. Le sue mani affondando tra i miei capelli dopo averli sciolti dalla crocchia scomposta.
Ci guardiamo intensamente cercando di trovare delle risposte.
La porta di colpo cigola e lui mi spinge immediatamente.
Reazione esagerata, penso subito mentre Sasha rimane immobile sulla soglia sorpresa; stringendo i pugni si concede una risatina nervosa. «Prendetevi una stanza la prossima volta. Questo è un terrazzo non un hotel».
Cerco di non riflettere troppo sulla battuta acida. Magari ieri notte ha sbagliato numero e io mi sto solo facendo troppe paranoie, mi dico.
Ma come fa ad avere il numero di Scott?
«Fatti una vita!» replica lui alzandosi rigidamente.
Lei lo guarda male andandosi a sedere senza neanche degnarmi di uno sguardo.
«Torniamo a lavoro?» chiede baciandomi sotto l'orecchio.
Mi irrigidisco. «Si», boccheggio seguendolo stordita dal suo atteggiamento.
La sua mano stringe subito la mia trascinandomi di sotto. Poco prima di uscire dal corridoio mi spinge verso il muro, tenendomi per i fianchi cerca le mie labbra.
Ci scambiamo un breve bacio e riesco a scappare tornando dietro il bancone quasi affannata.
Perché si comporta così?
Mi confonde.
«Emma, per oggi hai finito il tuo turno», con ben due ore di anticipo Max mi fa uscire prima.
Tolgo la divisa cambiandomi nello spogliatoio del personale. Stringo i lacci al tutore e alzandomi dalla panca esco dal locale senza avvisare Scott.
Prendendo dal retro decido di passare in libreria per comprare qualche nuovo libro.
Nella lista estiva, di recente, ho aggiunto delle voci:

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