Capitolo 17

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È una bellissima giornata di sole. Picchia sulla testa senza lasciare un briciolo di aria fresca attorno.
Fa caldo, troppo caldo. In tivù e in quasi tutte le stazioni radiofoniche dicono che le temperature aumenteranno ulteriormente nel il corso della giornata. In parte spero proprio di no, perché non si può lavorare bene con questa schifosa afa.
Servo un gelato alla fragola ad una bambina, prendo la banconota che la mamma distratta e al telefono mi sta porgendo e dopo averle sorriso mi sposto dalla cassa entrando in cucina sfinita.
Mi siedo sullo sgabello giusto per qualche secondo passando un tovagliolo sulla fronte imperlata di sudore.
«Giornata torrida oggi piccolina», Tony sorride gesticolando con delle pinze mentre sta arrostendo delle costolette dall'aspetto invitante.
Mi brontola lo stomaco e ho subito l'acquolina in bocca alla vista dei piatti così ricchi e dal profumo paradisiaco.
Ho evitato la colazione, credo anche il pranzo. Ultimamente, il mio stomaco fa proprio a pugni. Non sempre riesco ad avere appetito come una persona normale. In passato ho avuto problemi alimentari e adesso sto bene attenta ai segnali per non ritrovarmi di nuovo in pericolo.
Alcuni dei clienti abituali se ne sono accorti e mi hanno perfino rimproverata, perchè per loro sono dimagrita tantissimo. Più volte li ho rassicurati, ma tornando a casa mi sono messa davanti allo specchio rendendomi conto di avere qualche chilo in meno. Ancora una volta mi sto facendo del male. Sto trascurando una parte fondamentale: me stessa.
Spero solo di non ricadere in vecchie abitudini ritrovandomi inevitabilmente in ospedale.
Non mi sento debole ma una ricaduta potrei averla in ogni momento. Tutto dipende da come porto avanti le mie giornate, dallo stress o dagli eventi che mi vedono coinvolta.
So che questa non è una giustificazione, ma non posso controllare tutto. E, ultimamente non riesco proprio a concentrarmi. È come se avessi in qualche modo perso un bullone fondamentale, un piccolo tassello per riuscire a reggermi costantemente in piedi.
Sto perdendo l'equilibrio e non so se riuscirò a rialzarmi.
Il tempo in questi giorni sembra accelerare. È passata una settimana e gli eventi si sono ammassati se non intensificati.
Sto attraversando un brutto periodo e non sono abbastanza forte per superarlo come invece dovrei. Me ne rendo conto. Questo non fa altro che farmi sentire debole.
Scott, continua a scusarsi per avermi seguita all'università e per la clamorosa storia del club. Purtroppo è riuscito a spezzarmi il cuore e quando provo anche solo a guardarlo negli occhi come facevo un po' di tempo fa, non sento quasi più niente per lui. Quello che provo quando si avvicina: è un po' di fastidio. Come se il mio corpo rifiutasse la sua presenza.
Non mi fido più di lui. Non cerco nessuna dimostrazione. E per convincermi non basteranno di certo le solite parole o i soliti gesti clamorosi davanti alla gente.
Ci ha già provato e ha fallito.
Al locale se ne sono accorti tutti, ma nessuno ha ancora fatto una domanda.
Per quanto riguarda i miei sentimenti nei suoi confronti, e magari sarò anche contraddittoria, provo un certo affetto per lui. So che è da stupidi, però non sempre è così semplice lasciare andare qualcuno che è entrato a far parte della tua vita in un momento forse sbagliato.
Credevo di essere pronta, mi sbagliavo. Non sono pronta ad iniziare una relazione. Il mio passato tornerà sempre a galla e di me non resterà altro che un frammento tagliente, intoccabile.
Rendendomi conto di essermi distratta recupero in extremis la conversazione con Tony che attende.
«Non me ne parlare. Oggi non mi danno tregua. C'è caldo, non dovrebbero stare a casa o al fresco?», sbuffo prendendo una bottiglietta d'acqua bevendo lentamente. Sento le guance accaldate e una strana sensazione in grado di farmi girare la testa. Forse dovrei mangiare.
Come se mi avesse letto nel pensiero, Tony mi passa velocemente un piatto. Approfitto della pausa e ringraziandolo con un bacio affettuoso sulla guancia salgo sul terrazzo, dove mangio tranquilla godendomi il sole, il caldo, l'aria, in piena solitudine. E' così che sono sempre stata: lunatica, distante, solitaria. Non ho mai amato i posti troppo affollati o fare cose pericolose, arrivare o superare quel limite per sentirmi viva. Ho sempre e solo preferito essere una parte sottomessa di me stessa. Per alcuni forse un po' debole, per altri insensibile o anonima.
Guardo corrucciata la mia pelle color latte. Non prenderò mai colore in estate come alcune ragazze. Mi ustiono facilmente e non voglio somigliare ad una aragosta. Preferisco il mio pallore. In fondo: non mi dispiace.
Mastico lentamente mandando fuori un sospiro. Mi sento già piena e ho solo ingurgitato due bocconi dell'abbondante pranzo che Tony mi ha gentilmente offerto.
«Che diavolo ti succede Emma?» sussurro a quella parte di me che si sente tanto stanca.
Di recente, per non pensare troppo e agire, alla lista ho aggiunto:

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