Capitolo 30

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Il clima a Las Vegas è rovente, in ogni senso. Chi la chiama la città della perdizione non si sbaglia.
Ci siamo svegliati presto, dopo essere tornati a letto quasi dopo l'alba. Circa sei ore di sonno poi una pranzo veloce al ristorante al piano di sotto al Plaza, ed infine siamo usciti dal posto che continuava ad attrarci come due ragazzini, come falene attratte dalla luce.
Per fortuna dentro la doccia siamo riusciti a domare entrambi l'eccitazione. Stenderci a letto ad un cuscino di distanza non è stato imbarazzante come credevo, ma neanche tanto facile perché continuavamo a guardarci, a fare finta di niente anziché aprire bocca e parlare, affrontate l'argomento.
Che cosa siamo esattamente?
Dentro la mia testa ripeto questa domando ormai in loop continuo. Il problema è che non riesco a trovare una risposta.
Non siamo amici. Io e lui non possiamo esserlo. Probabilmente non lo saremo mai. Non siamo nemmeno una coppia. Le coppie non si comportano così.
Siamo solo andati a letto e lui si è preso una parte importante di me che avevo sempre tenuto perfettamente integra.
Sorrido mordendomi il labbro. Ho un paio di dolori agli arti ma è piacevole. Un po' meno il pensiero di essere una delle tante per lui.
L'unica nota positiva è che adesso conosco la sensazione di cui tutte al liceo o al bar ubriache parlavano. Per me non è stato poi così orribile. E più lo guardo di nascosto mentre parla con il proprietario di un negozio di ricambi, più mi rendo conto di avere vissuto un momento come pochi. Forse uno dei più importanti della mia vita. Un ricordo unico che terrò per me senza disgusto o rammarico. Lo volevo ed è successo esattamente con la persona che mi fa battere il cuore in modo strano.
Sfioro delle chiavi inglesi appese ad una mensola con dei chiodi, facendole tintinnare. Sopra ci sono delle taniche di colore giallo, vuote. Contenitori per la benzina, presumo. Non è specificato nelle targhette poste sul bordo dello scaffale, quelle con il prezzo di ogni singolo oggetto.
Il negozio è affollato. Ogni singolo reparto è un continuo via vai di clienti.
Pieno di mensole, scaffali ricoperti di roba per automobilisti, ciclisti e motociclisti. Tute, caschi, guanti colorati, di pelle. Manubri, marmitte, fili, batterie e chi più ne ha più ne metta. Sembra un mercatino delle pulci per coloro che adorano le auto, le moto, le bici e chissà che altro. Nonostante ciò però, Ethan non sembra soddisfatto e dell'umore giusto per girare tra i vari reparti come sto facendo io, tanto meno per interessarsi ad una stupita chiave dalla forma singolare.
Parla con uno strano cipiglio al proprietario del negozio. Un uomo sulla cinquantina così alto da farmi sentire un nano da giardino al confronto. Baffi più chiari rispetto alla chioma castano dorata e occhi rotondi di un comune nocciola pieni di rughe. Segno evidente sul viso anche le occhiaie violacee.
Sfioro l'involucro di una tuta. È davvero bella. Mentre la osservo immagino Ethan con questa addosso e sorrido ancora prima di scuotere la testa avvicinandomi a lui.
Vedendomi arrivare si interrompe schiarendosi la gola con un colpetto di tosse. Guarda poi freddamente l'uomo prima di rivolgermi uno dei suoi sorrisi accattivanti.
Ma non mi frega. C'è qualcosa che non va. Si comporta in modo strano da quando ci siamo svegliati. Non che io abbia qualche pretesa, eppure sento che continua a nascondermi qualcosa di importante. Qualcosa che dovrei sapere.
Le mie dita lo mettono alla prova sfiorandogli di proposito la mano e il polso dove ascolto i suoi battiti per capire se si è agitato a causa mia, prima di ricambiare il sorriso rimanendo accanto a lui.
I suoi battiti sono regolari. Nessun segno rivelatore. Sa come mimetizzare ogni pensiero.
«Ho quasi finito», mi avvisa.
Da questa sua risposta capisco che ha bisogno di parlare privatamente con l'uomo alla cassa per cui replico: «vado a vedere a cosa servono quei... prodotti lì in fondo», girando sui tacchi, senza attendere una risposta mi faccio da parte avvicinandomi ad uno scaffale pieno di riviste che si trova di fianco a delle catene e lampadine.
Con la coda dell'occhio, mentre sfoglio la rivista, noto Ethan tornare all'attacco sull'uomo che adesso appare desolato, smarrito. Dopo qualche istante, messo a dura prova, scoccando un'occhiata fugace allo schermo che mostra i filmati delle telecamere, e praticamente ovunque in modo alquanto sospetto, estrae da sotto il bancone una cartella gialla facendola scivolare verso Ethan, soddisfatto.
Quest'ultimo afferra la cartella picchiandola sulla mano. Sta sorridendo. Non un sorriso dolce. Un sorriso da stronzo, da sbruffone.
Questo significa che ha ottenuto con le buone ciò che cercava.
«Emma», richiama la mia attenzione pur guardando ancora dritto negli occhi l'uomo. Usa un tono distaccato in grado di farmi rizzare i peli sulla nuca. Poso la rivista mettendola in ordine sull'unico scaffale di plastica trasparente e lo raggiungo senza protestare o fingermi sorpresa.
«Hai finito?» chiedo curiosa non aspettandomi chissà quale risposta da parte sua. Sto solo cercando di smorzare la brutta tensione palpabile nell'aria.
Sento inoltre che intende lasciarmi da parte, tenermi lontana da qualcosa di pericoloso e questo non mi va bene. Odio essere trattata come una bambina. Odio non essere al corrente di ciò che succede.
«Non ho neanche iniziato ma, per oggi direi che qui abbiamo concluso», dice con sguardo torvo rivolto verso l'uomo sempre più ingobbito su se stesso.
Che diavolo gli ha detto? Perché riesce ad essere così autoritario e freddo quando si tratta di auto? Che cosa mi nasconde?
Dentro la mia testa attualmente circolano diverse teorie: auto contraffatte, sostanze illecite pronte ad entrare nel nostro paese dentro i serbatoi di auto da collezione e altro ancora molto più pericoloso.
Fino a questo momento però, non ho ben capito se sono vicina o meno alla soluzione. Mi preoccupa solo il fatto che Ethan non si fidi ancora di me a tal punto da non rendermi partecipe. Insomma, sono qui con lui, l'ho seguito in questo posto caotico dopo un brusco momento, potrebbe essere sincero anziché tenermi all'oscuro. Non lo tradirei mai. Soprattutto dopo avere condiviso con lui un momento intimo.
L'uomo dietro il bancone ne approfitta per servire un cliente appena entrato nel negozio. Le sue mani però stanno tremando come foglie percosse dal vento mentre digita lo scontrino.
Notando il mio sguardo su di lui, Ethan mi circonda la vita con un braccio. «Andiamo», dice indirizzandomi verso la porta. Poco prima di uscire guarda l'uomo. Questa volta lui ricambia.
«È stato un piacere fare affari con lei. Le comunicherò presto l'ordinazione. Non dimentichi quello che le ho chiesto», dice al proprietario guardandolo complice ma con occhi freddi.
L'uomo sta sorridendo in modo forzato e con cortesia. «Venga quando vuole. Troverà sempre quello che cerca qui dentro. Arrivederci», risponde osservandomi da capo a piedi. «Signorina», esclama in saluto.
«Buona giornata e complimenti per il negozio», saluto venendo trascinata fuori.
Ethan tenendomi stretta a sé con un braccio intorno alla vita mi guida lungo la strada. Superate le strisce pedonali, le palme alte, la sfilza di auto colorate e appariscenti, camminiamo lungo il marciapiede spazioso in cui di tanto in tanto troviamo persone vestite da hot dog, pannocchie ed Elvis impegnate a vendere qualcosa o a distribuire volantini. Ci sono turisti di ogni nazionalità, ragazzi sugli skateboard che rischiano di travolgerci. In una piccola piazzetta troviamo anche degli artisti di strada e molte pattuglie impegnate in giri di controllo per mantenere l'ordine pubblico.
Fa parecchio caldo. Il sole ormai alto nel cielo riscalda il suolo. Qui le strade non odorano di buono. C'è un miscuglio di profumi che si mescolano tra loro quasi stordendoti; un po' come la confusione.
«Ti va un gelato?»
Senza attendere risposta mi porta in una gelateria vicina, quella che si affaccia proprio sul vicolo. Un posticino allegro nel complesso. Pieno di ombrelloni colorati e tavoli a righe rossi e bianchi.
Ci sediamo però all'interno, dove per fortuna c'è l'aria condizionata.
Prendo posto sulla sedia in stile moderno di un verde mela appariscente fissando gli interni curiosa e stupita dalla bellezza della gelateria affollata, piena di vocio e musica proveniente dalle casse poste in alto collegate ad una tv a schermo piatto sintonizzata sul canale musicale locale.
Si respira aria fresca, d'estate. L'odore predominante è quello della frutta.
Nei tavoli pieni di gente si notano coppe gelato enormi con quintali di squisitezze sopra che possono variare dalla frutta ai cioccolatini, ai cereali.
Vi è un self-service di lato dove grazie alle macchinette si possono aggiungere dettagli al proprio gelato rendendo il tutto più divertente.
«Fragola e nocciola?» mi prende in giro.
Lo guardo male dandogli un colpetto al braccio. «Ah ah divertente. Pistacchio e fondente più m&m e cookies, grazie», alzo il mento prendendo poi un tovagliolo di carta lo passo sulla fronte e sul collo.
Ho davvero bisogno di qualcosa di fresco e dolce per placare l'incendio che divampa dentro e che ho a pochi passi da me.
«Arriva subito dentro una coppa maxi», mi strizza l'occhio.
Accaldata guardo altrove per non mettermi a fissarlo anche mentre abbellisce le nostre coppe gelato sotto lo sguardo attento di molte ragazze che sbavano alla vista del suo corpo, delle sue movenze e del suo sguardo letale.
Si volta beccandomi a contemplarlo proprio come loro. Sento le guance prendermi fuoco e distolgo lo sguardo fuori dalla piccola finestra posta al di sopra del nostro tavolo.
L'ambiente è accogliente. Mi piace davvero come hanno curato gli interni nel dettaglio. C'è anche un acquario in fondo alla sala dove si trovano due divani con cubi al centro, usati da un gruppo di persone rumoroso. Sono davvero in tanti. I loro schiamazzi e le loro risate riempiono il locale. Due delle ragazze continuano a spiare Ethan quando si accorgono che le sto tenendo d'occhio, fanno finta di niente ridacchiando.
«Mi sono permesso di aggiungere le scaglie al cioccolato bianco», dice posando sotto il mio naso una coppa di gelato enorme ben distribuito.
Sorrido battendo le mani alla vista della maxi coppa gelato. «Grazie», dico notando anche un bicchiere di bubble tea chiuso.
È così incredibile, accorto. A volte mi stupisco. Sembra avere una doppia personalità e non capisco quale delle due prima o poi uscirà fuori e prevaricherà sull'altra.
Assaggio il gelato emettendo un verso di pura estasi. Chiudo persino gli occhi. «Dio, è così buono. Perché non siamo venuti prima in questo posto?»
Quando riapro gli occhi non sentendo nessuna delle sue risposte sarcastiche, Ethan mi sta osservando chiaramente divertito tenendo il cucchiaio tra le labbra.
Deglutisco. «Che c'è? Ho qualcosa sul viso?» mi tocco.
Nega. La sua mano avanza posandosi sulla mia guancia accarezzandola delicatamente. «No, sei perfetta così», dice in un sussurro abbassando subito lo sguardo sul gelato e ritraendo la mano come se si fosse scottato.
Corrugo la fronte. Ho fatto qualcosa di strano?
Il suo comportamento è alquanto sospetto oggi. Che diavolo gli sta succedendo? Perché è così incoerente?
Faccio una smorfia e notandolo distratto prendo un cucchiaio del suo gelato cioccolato bianco, pistacchio e sceglie al cocco. «Dove andiamo dopo il gelato?» chiedo per placare il senso di inquietudine interiore che mi attanaglia.
Guardo la cartellina che ha sistemato sul tavolo senza aprirla. Se ne accorge e la sposta ulteriormente. Quasi volesse tenerla lontana da me.
Mette la coppetta al centro assaggiando un po' del mio gelato che gli passo distratta dalla sua espressione.
«Sono qui per lavoro, Emma. Gireremo ancora un po', andremo in qualche officina e in qualche altro negozio di pezzi di ricambio dopo di che faremo tutto quello che vuoi», abbozza un sorriso. Ma lo vedo che sta pensando a qualcosa.
Finisco il gelato dedicandomi infine al cookies. «Che cosa stai cercando di preciso?»
La domanda sembra coglierlo alla sprovvista ma non si scompone. Semplicemente noto un balenio nei suoi occhi chiari come cielo limpido d'estate attraversato dalla luce.
«Mi servono i migliori pezzi sul mercato per la mia auto. Inoltre, Seth mi ha chiesto di ordinare un paio di cose. Ho una lista da seguire e ne sto approfittando per conoscere prodotti nuovi e dettagli in più sulle ultime novità».
Qualcosa mi dice che sta mentendo. Non indago oltre. Rispetto il suo volermi tenere a distanza anche se mi ferisce.
«Andremo a vedere una mostra di auto, se ti va di accompagnarmi. Devo iniziare a conoscere più persone se un giorno avrò voglia di riprendere in mano l'officina».
«Quella che hai insieme a Drew?»
Annuisce. «Ne aprirò una tutta mia», replica in fretta. «Mi serviranno conoscenze e clienti perché intendo occuparmi proprio di pezzi rari», aggiunge spontaneamente.
Sorrido. «Allora che stiamo aspettando?»
Usciti dalla gelateria mi volto un momento a guardarla. «Torneremo?» chiedo a malincuore.
Mi stringe a sé. «Hanno un servizio di consegne. Ci faremo portare del gelato in hotel», mi fa presente.
Con una smorfia annuisco. Mi piacerebbe tornare e sedermi ancora a quel tavolo, essere avvolta dall'atmosfera accogliente e non sentirmi così persa.
Torniamo indietro, verso il Plaza. A piedi sembra tutto diverso. Dopo una manciata di minuti, traffico e attese per passare da una strada all'altra, mi ritrovo davanti un'officina circondata da un cancello costellato sulla parte alta dal filo spinato e da auto distrutte tutte sistemate in fila in uno spiazzale polveroso. Sembrano abbandonate, alcune sono persino arrugginite.
Dall'enorme magazzino in mattoni rossi proviene il rumore continuo degli attrezzi usati, colpi di tosse, musica e chiacchiere. C'è odore di bruciato, nicotina, moquette vecchia e olio.
Mi stringo ad Ethan che, intuendo il mio disagio rallenta il passo. «Faremo in fretta. Devo solo chiedere una cosa e consegnare questa al proprietario», indica la cartellina. «Ti dispiace aspettare fuori dall'ufficio? Non ci metterò molto.»
Nego. «Guarderò tutti quegli operai sudati e pieni di colore e grasso sul viso per passare il tempo», replico su due piedi.
Ethan si ferma davanti a me. «Non parlare con nessuno, intesi?» appare improvvisamente nervoso.
Lo guardo stordita. «Ok. Oggi sei davvero strano», replico borbottando.
Abbassa le spalle. «Non metterti nei guai», ripete minaccioso entrando nel grosso magazzino riadattato ad officina.
I meccanici vedendoci arrivare continuano indisturbati nel loro lavoro ma non nascondo le occhiate.
Un'auto su un soppalco sta per essere riverniciata mentre ad un'altra stanno sistemando dei cerchi in lega pazzeschi.
Seguo distratta Ethan che, si dirige verso l'unico ufficio presente in cui si trova un uomo sulla cinquantina vestito in giacca e cravatta impegnato in una conversazione al telefono.
Poco prima di bussare ed entrare si ferma davanti a me accarezzandomi una guancia. «Posso fidarmi? Posso lasciarti sola un attimo?»
«Non sono una bambina. Darò solo un'occhiata da questo punto. Non mi muoverò», lo rassicuro.
Contrae la mandibola avvicinandosi ulteriormente. «Emma...»
Gli sciocco un bacio sulla guancia. Così, d'impulso mi alzo sulle punte e agisco. «Promesso», sussurro guardandolo con occhi dolci.
Non replica. Girando sui tacchi, sguardo impassibile entra in ufficio. Lo osservo mentre stringe la mano all'uomo che, inizialmente sorride cordialmente, direi quasi sfacciatamente, dopo una manciata di secondi dopo avere ricevuto la cartella ed averla aperta controllandone il contenuto, il suo sguardo muta. Si accascia sulla sedia di peso mettendo le mani sul viso scuotendo più volte il capo.
Ethan prende posto comodamente davanti alla scrivania sulla poltrona grigia. Nonostante la postura appare circospetto, calcolatore.
Che diavolo sta succedendo lì dentro?
Mi irrigidisco quando sento un fischio alle mie spalle. Non mi volto neanche nell'udire un complimento sui miei fianchi. Continuo a sbirciare dal vetro la reazione dell'uomo e il ragazzo con cui ho avuto un gran bel momento solo poche ore prima di vederlo trasformato in un uomo d'affari freddo e calcolatore.
Perché siamo veramente qui a Las Vegas? È vero quello che circola in giro?
Dentro la mia testa si formano troppe domande: chi è davvero Ethan. Che cosa ne ha fatto del ragazzo che conosco. Posso davvero fidarmi di lui.
Il telefono dentro la mia borsa ronza e lieta della distrazione rispondo. «Ehi, sono ancora viva», replico tranquilla con finto sarcasmo. «Non mi abituerò mai a tutta questa aria di festa ma... sta andando bene».
Dall'altro lato della cornetta Anya armeggia con qualcosa parlando con qualcuno. Presumo con Camille. «Allora, come butta da quelle parti?» sonda il campo.
Guardo Ethan. Adesso si è alzato e sta parlando con l'uomo animatamente. Ha gettato via i panni dell'uomo attento sfoggiando la sua tipica fredda arroganza.
«Siamo in un'officina maleodorante. Ethan oggi è davvero strano», ammetto osservandolo ancora come un falco, cercando un dettaglio per capire qualcosa della conversazione.
«Come stai?» chiede invece Anya come se non avesse sentito. «Hai dormito? Ti tratta bene?»
Inspiro lentamente ripercorrendo le ultime ore di viaggio poi questa notte passata con lui ed infine l'espressione adirata di qualche attimo fa, sentendomi confusa. «Me la cavo. Sto cercando di non pensare troppo. Tu, come stai?»
Sospira. «Sommersa fino al collo. Mi manchi. Ma so che hai bisogno di staccare la spina per cui non preoccuparti, posso cavarmela da sola ancora per un paio di giorni».
Sorrido. «Mi manchi anche tu», replico sentendomi amata da lei.
«Torna tutta intera», usa un tono autoritario, proprio come il fratello.
Alzo gli occhi al cielo. «Vedrò cosa posso fare», ghigno. «Insieme a tuo fratello ne dubito fortemente».
«Non è divertente, signorina».
Vedendo Ethan quasi fuori dalla porta mi affretto a salutare usando una scusa. Poco prima che la porta si apra sento alle spalle un altro fischio, qualcuno chiamarmi "dolcezza".
Ethan lo sente, volta la testa fissando in cagnesco alle mie spalle. Mi giro e rabbrividisco.
Un tizio si avvicina spavaldo mentre lui con un gesto repentino, mettendomi alle sue spalle come per proteggermi, si fa avanti indurendo i lineamenti.
«Sta con te?» mi indica il ragazzo con una gomma in bocca, il giubbotto da motociclista e la bandana sulla testa fermandosi a poca distanza.
Ethan stringe i pugni in vita così tanto da farmi notare le vene in evidenza. Persino quella sul collo gli pulsa visibilmente. «Qualche problema?» dice fremendo dalla voglia di attaccare briga con qualcuno. È davvero carico.
Non credo di averlo mai visto così. Sembra un altro. Fa quasi paura.
Mi rimpicciolisco quando il ragazzo si avvicina ancora affatto intimorito ma piuttosto divertito. «Nessuno se è con te quel bel pezzo di...»
Non lo fa finire. Ethan attacca. «Chi cazzo ti ha mandato?»
Urlo. Tappo la bocca quando lo colpisce con un pugno che raggiunge la sua mascella e poi il naso facendolo cadere a terra con un tonfo, un rumore di attrezzi che vengono spostati dal suolo.
Il tizio si rialza in fretta. Non sembra preoccupato del quantitativo di sangue che fuoriesce dal suo naso. Lecca persino le labbra sorridendo in modo grottesco. Quando Ethan tenta di attaccarlo ancora mette subito le mani in alto indietreggiando mentre i suoi amici si avvicinano per allontanarlo da lui, dopo avere assistito senza muovere un dito.
«Calmati amico, volevo solo conoscere quel bel bocconcino che proteggi con tanta forza», sorride ancora.
«Non sono tuo amico. Vattene prima che ti ammazzi», sibila Ethan facendo un passo avanti.
Il mio cuore sta battendo forsennato nel petto. Priva di peso e incredula ho un momento di lucidità, afferro il suo braccio stringendo la presa.
Si volta di scatto facendomi paura. Indietreggio mollando la presa. Proprio come quei ragazzi che stanno scappando approfittando del momento di distrazione.
Accorgendosi della mia reazione batte le palpebre un paio di volte. Prova a dire qualcosa ma dalla sua bocca serrata non esce alcun suono.
I miei occhi smarrito, atterriti, si incastrano nei suoi.
«Andiamo», dice freddamente ricomponendosi. Afferrandomi per un polso mi porta fuori sotto lo sguardo attonito e sconvolto dei presenti che, sembrano impalati e spaventati da lui.
Lo seguo in silenzio. Sono davvero sconvolta. Non mi aspettavo niente di simile.
Usciti dal cancello mi spinge verso il vicolo più vicino mollando la presa con uno strattone. Cammina avanti e indietro un paio di volte passando le mani sul viso, scrollandole rabbiosamente.
Lo osservo standomene appoggiata alla parete del palazzo rosso, nel vicolo che puzza di scarico. Un'aria appiccicosa e pesante intorno. Lui non sembra neanche accorgersene, impegnato com'è a calmarsi.
Staccandomi dalla parete mi avvicino cautamente. Come se davanti avessi un animale pericoloso. In parte lo è.
Poso il palmo sulla sua spalla e si volta di scatto. Come prima fa paura ma rimango davanti a lui. «Ehi», schiarisco la voce. «Mi spieghi che diavolo ti è preso?»
Non mi guarda. Fa male. Fa male tanto quanto il suo distacco dopo avere fatto l'amore. Perché per me era questo. Non era sesso o un momento di debolezza.
Mi abbraccio. Se ne accorge ma non fa niente. Scuote solo la testa.
«Cazzo!» sbotta. «Cazzo!» continua rabbioso. «Ho perso il controllo».
«Già», mi sfugge in un tono stizzito e di rimprovero. Mi guarda male. «Sei uscito fuori di testa. Dovevi vederti», gesticolo agitata dando una spiegazione alla risposta di prima. «Perché hai colpito quel ragazzo in quel modo?»
Mi si avvicina fino a schiacciarmi contro il muro, i palmi ai lati della mia testa. «Perché nessuno parla male di te», mi urla addosso.
Lo spingo. «Nessuno mi urla addosso come stai facendo tu!» strillo arrabbiata a mia volta. «Non aveva fatto niente e l'hai colpito. Gli hai persino chiesto chi l'ha mandato. Stai diventando paranoico».
Si avvicina ancora facendomi trattenere il respiro. «Tu non sai niente di come funziona in questo posto. Ti ha messo gli occhi addosso e non doveva. Semplicemente ho messo in chiaro come stanno le cose», ringhia freddamente.
Ancora una volta mi ritrovo a spingerlo. «Questo non ti dava il diritto di colpirlo in quel modo», esclamo adirata.
«Davvero? Sai che cosa ti avrebbe fatto, eh?»
Drizzo le spalle, non replico. Non posso.
«Devi imparare a distinguere il bene dal male, Emma. Non esiste solo il bene. In certe persone c'è solo oscurità», soffia nervoso dal naso.
Lo guardo sconvolta. «Questo vale anche per te?» sbotto nervosa.
«Questo vale principalmente per me», urla ancora con il viso livido indicandosi, picchiando l'indice al petto. «Mi stai facendo impazzire».
Si avvicina. «Mi stai facendo impazzire», ripete a pochi respiri di distanza.
Tremo. «Per questo sei così freddo?»
Mi avvicina a sé abbracciandomi. «Voglio solo avere tutto sotto controllo», sussurra.
«Ma io...» non riesco a parlare. Premo la fronte sul suo petto. «Perché l'hai fatto?»
«Perché ti avrebbe seguita, afferrata e trascinata in un vicolo buio. Perché ti avrebbe fatto del male. Perché non posso perderti», sussurra a fatica.
Alzo il viso. La sincerità delle sue parole mi spiazza. Circondo il suo collo con le braccia stringendomi a lui. «Ripetilo», mormoro attraversata da una piacevole sensazione di calore.
Accarezza la mia schiena baciandomi il collo. «Non posso perderti, piccola».
Sorrido nascondendo il viso. «Adesso sei un po' più tu. Dimmi, ti senti calmo?» chiedo timida.
Annuisce. «Torniamo in hotel».
«Non devi recarti in qualche altro negozio prima?»
«Per oggi credo di avere finito», replica. «Non vorrei mettere a soqquadro un negozio solo perché qualcuno ti ha posato erroneamente gli occhi addosso o per un complimento».
Non rispondo. Capisco di dovere tacere per non tornare al punto di partenza.
Questa volta prendiamo un taxi per raggiungere il Plaza. Seduti l'uno accanto all'altra le nostre mani si sfiorano mentre i nostri sguardi durante il viaggio si spostano ai lati opposti. Sfuggono quasi incapaci di incontrarsi e perdersi. Mi agito quando vedo passare dei camion ma lui non sembra accorgersene.
Arrivati in camera lancio le scarpe all'angolo proprio come ho fatto con i tacchi la notte scorsa, solo che ero ubriaca. Sfinita mi lascio cadere sul letto abbracciando il morbido cuscino bianco. Le coperte odorano di ammorbidente e nell'aria aleggia il profumo alla liquirizia e dello spray per ambienti che devono avere usato dopo avere pulito.
È stata davvero una giornata lunga, alquanto movimentata a Las Vegas. Ethan non sembra soddisfatto. In parte è proprio pensieroso. Forse sta ripensando alla reazione avuta poco prima all'officina.
Non capisco il modo di agire della gente del posto. Non so neanche più di tanto su ingranaggi e motori. Forse devo iniziare con qualche ricerca. Su internet troverò sicuramente quello che serve per incrementare il mio bagaglio culturale. Almeno le basi, mi dico, per non sembrare stupida e per potere parlare con lui tranquillamente di un discorso che lo invoglia e lo coinvolge.
Lo guardo. Sta tracannando una bottiglia d'acqua. Sembra ancora parecchio nervoso. Stringe il pugno guardandolo, sfiorando poi le nocche intaccate dalla furia.
«Perché l'hai fatto?» chiedo ancora una volta.
«Perché quando tiri un pugno per un attimo spegni il cervello e sposti tutto quanto verso la fonte attuale di ogni tuo problema», spiega guardando lontano.
Faccio una smorfia. Siamo stati travolti dagli eventi. Abbiamo persino evitato un discorso importante. Da una parte mi dispiace, dall'altra mi fa sentire a mio agio non dovere parlare apertamente di ciò che abbiamo condiviso sotto le lenzuola.
Armeggiando con il telecomando regolo la temperatura del condizionatore.
Il telefono vibra. Controllo lo schermo. Ho perso il conto delle chiamate ricevute da Scott con insistenza nelle ultime ore dal mio arrivo qui a Las Vegas. A quanto pare la notizia è come una macchia d'inchiostro pronta ad ingigantirsi su un foglio bianco.
Non capisco la ragione e non ho neanche voglia di starlo a sentire. Voglio essere lasciata in pace. Sbuffo girando lo schermo. Quando torna a ronzare riaggancio.
Ethan sfila la maglietta sistemandosi sul letto. Quando sente il ronzio del mio cellulare inarca un sopracciglio lanciando uno sguardo allo schermo. Con un movimento impercettibile, veloce, lo afferra ed alzandosi a metà busto, notando il nome, risponde senza neanche riflettere.
Non faccio in tempo a fermarlo e dentro inizio a tremare dalla paura. Non voglio assistere ad un'altra lite.
Ethan nelle ultime ore è stato davvero scostante e non sono pronta a dovermi difendere dai suoi improvvisi cambiamenti d'umore. Non voglio neanche che rovini questo viaggio per una chiamata da parte di una persona che ha già fatto grossi danni nella mia vita.
«Che cosa vuoi?» risponde senza girarci intorno.
Mi inginocchio sul lenzuolo fissandolo stordita. Mi scocca un'occhiata brutale in grado di farmi rimpicciolire.
Sento attutita la voce di Scott. Sembra agitato dall'altro capo del telefono ma non riesco a cogliere il discorso.
Ethan ascolta attentamente contraendo la mascella. Un bruttissimo segno. Soprattutto quando stringe il pugno. «Ascoltami attentamente lurido bastardo. Te lo dirò una sola volta: lasciala in pace. Mi hai capito?» alza la voce cercando di contenersi, di non mettersi in auto per raggiungerlo e pareggiare i conti in sospeso con lui.
Per un attimo ho paura che possa staccare e dirmi di fare le valige. Mi vedo schiacciata dentro l'auto, contro il sedile.
«Rassegnati. Lei non è tua. Non lo è mai stata e mai lo sarà. Non è un oggetto e non potrai più usarla e sai perché? Perché ci siamo sposati. Si, hai sentito bene. Emma adesso è mia moglie!» urla più forte scandendo le parole poco prima di riagganciare.
Guardo ogni suo movimento sotto shock. Mi restituisce il telefono. Notando la mia espressione persa si affretta a spiegare: «l'ho detto solo per farlo smettere. Non è come pensi», passa una mano sul viso, nervoso.
Il cuore inizia a battermi vivido nel petto. Il mio corpo lentamente perde il controllo sotto il suo sguardo. Sta cercando di dirmi qualcosa. Sta cercando di proteggermi. Sta cercando di non perdere la testa completamente. L'ha detto anche lui che non può perdere il controllo. Ma ha anche detto di non poter perdere neanche me.
L'aria si carica elettricamente. Gattono verso di lui. Due passi e mi lancio tra le sue braccia che mi accolgono immediatamente e le sue labbra premono sulle mie baciandomi sensualmente.
Dio, non pensavo potesse mancarmi così tanto la sua bocca, il suo sapore, il suo calore avvolgente sulla pelle. Il mio corpo brama le scosse provocate dal suo.
Avevo pensato di avere fatto qualcosa di sbagliato a causa del suo distacco. Mi stavo preoccupando. Avevo il timore di essere una delle tante. Mi sbagliavo.
Ansimo staccandomi quando il telefono vibra di nuovo. Lo afferro e mi allontano scendendo velocemente dal letto, raggiungo il soggiorno della suite cercando di ricompormi dopo avere visto la reazione di Ethan.
Premo il tasto verde portando la cornetta all'orecchio. «Dio, Emma dimmi che non...», la voce di Scott mi arriva alle orecchie stridula. In qualche modo riesce a farmi contrarre lo stomaco.
Perché è così agitato se è stato lui a rovinare tutto? In questo momento lo considero come una zavorra.
«Scott, per quale ragione continui a chiamare dopo giorni di silenzio? Abbiamo chiuso da un pezzo. Devi lasciarmi in pace», inizio con molta calma anche se alla fine alzo il tono.
«Emma non fare cazzate. Tu non puoi rovinarti in questo modo. Non lo conosci nemmeno.»
Drizzo le spalle. «Se richiami ti denuncio e stanne certo che lo faccio. Non ho paura a farti arrestare per stalking e percosse», dico più dura del necessario cercando di non apparire allo stesso tempo spaventata.
«Devi ascoltarmi. Lui non è chi dice di essere, Emma. Ti stai facendo abbindolare dalla sua faccia. Non fare cazzate e non lasciarti annebbiare la mente da uno come lui. Porta solo guai. Ti farai male», urla agitato.
Mi prendo un attimo per riflettere. Sto per ferirlo. Devo usare ogni mezzo per colpirlo dove fa più male allontanandolo da me il più possibile. In fondo, mi ha tradito con Sasha. Quella sporca bugiarda.
Io... ho Ethan. Non del tutto ma quello che mi sta offrendo in questo viaggio. E non potrei chiedere di meglio.
«Scott, devi capirlo... non eri quello giusto per me. Io... non ti amavo. Non riuscivo a respirare perché mi asfissiavi e mi facevi paura. Io... ho sposato l'uomo della mia vita. Lo rifarei altre volte. Ethan adesso è mio marito e... non ti credo perché il ragazzo dalla quale devo stare lontana, sei proprio tu. Lasciami in pace», dico tutto d'impulso senza neanche riflettere.
Sento gli occhi pizzicare. Lascio scivolare tra le dita il telefono dopo avere riagganciato. Lo spengo persino lanciandolo con rabbia sulla poltrona prima di appoggiarmi con i palmi alla barra metallica della vetrata respirando a fatica.
Ethan mi raggiunge. Afferrandomi per il viso preme la fronte sulla mia guardandomi intensamente. I suoi polpastrelli sfiorano le mie guance.
Mi fa battere il cuore a mille riscaldando ogni centimetro di pelle con un solo gesto.
Non so cosa dire. Mi sembra inutile sprecare il fiato. Tra di noi non c'è niente, eppure c'è tutto. Ed è racchiuso nei nostri sguardi. Nei nostri gesti.
«Pensi sia positivo o un buon segno che io adesso ti voglia più di prima?», soffia affannato tra le mie labbra.
Una risata da scolaretta sale lungo la mia gola scaricando la tensione. Sono felice e in parte sollevata di sapere di non essere l'unica ad avere lo stesso istinto. Per ore mi sono torturata.
«Ed io che pensavo di averti deluso la prima volta», esclamo sarcastica mentre il cuore prende a battere all'impazzata quando pronuncio queste parole assumendo persino un'aria timida, di finta innocenza.
Spalanca gli occhi. «Scherzi?» chiede di scatto. «Ho pensato e immaginato per tutto il tempo ai modi in cui avrei potuto e voluto prenderti. È stato davvero difficile trattenersi, credimi. Soprattutto quando da quel rivenditore ti sei abbassata. Osservavi quelle chiavi dentro la teca. In quel momento il mio cervello è andato in tilt».
Per un nano secondo anche il mio non reagisce.
Davanti a me c'è lui. Già, per assurdo proprio lui. Ethan, il ragazzo straordinario ai miei occhi e a quelli di tutti. Lo stronzo irraggiungibile. La persona che tutti vorrebbero avere accanto. Davanti a me c'è il ragazzo che mi ha salvata da me stessa trascinandomi in questa strana e nuova avventura.
Proprio lui, che davanti a me sta ammettendo di essersi tormentato e trattenuto. Tutto questo solo per me.
Mi vuole davvero?
Stento a crederci. No, non è possibile. Continuo a pensarlo. Mentalmente, c'è una piccola parte di me, quella egoista, che esulta; l'altra al contrario ha una paura fottuta di vedere infrangersi questo breve ma intenso spiraglio di felicità che con la sua presenza è riuscito a regalarmi.
Batto le palpebre. Non so come reagire. Ci pensa lui per entrambi. Senza darmi il tempo mi attira a sé prendendomi per i fianchi tenuti stretti dalle sue mani calde. Osservo le braccia, i tatuaggi che prendono vita ad ogni movimento o guizzo da parte dei muscoli scolpiti.
Ci guardiamo negli occhi. Sono attimi che durano giusto il tempo di un brivido. Lasciano un segno indelebile dentro. Un'impronta permanente sotto pelle.
Lui è riuscito a strapparmi via dal buio. Ha medicato le mie ferite proponendomi qualcosa di folle. Adesso mi ci sto aggrappando con tutte le forze. Sto rimanendo a galla grazie a lui. Ma ho paura. Paura di affondare.
Indietreggiamo verso il letto sdraiandoci. Io scivolo sotto il suo peso mentre le sue labbra cercano le mie prima di impossessarsene con passione, senza fretta.
Mi godo il momento. Il suo sapore, così buono, così familiare. La sua pelle calda come acqua del mare in estate.
Prendo fuoco. Il mio corpo ribolle immediatamente facendomi agitare.
Sento le sue labbra spostarsi lungo la gola, sotto l'orecchio. Il suo respiro caldo sulla pelle, il petto scosso dall'affanno.
Mi piace abbassare gli occhi, perdere il controllo mentre è lui a coccolarmi, ad offrirmi un nuovo momento, un po' del suo tempo. Mi piace la sua sicurezza. Il suo essere imprevedibile.
«Poi, a cosa hai pensato?», chiedo per distrarlo con voce bassa per nascondere l'affanno.
Mi solleva il mento continuando a tempestarmi di baci la gola, provocandomi altri brividi. Si sposta sulle clavicole mordendole, lasciando qualche segno sulla mia pelle sensibile.
«A come avrei voluto farti sentire», sussurra.
Dalla mia bocca schiusa esce un gemito. In questo momento mi piacerebbe essere ubriaca. Non vergognarmi delle reazioni avute davanti a lui, con lui. Eppure mi accontento di essere ebbra, di annusare il suo profumo come una tossica, di godere della sua vicinanza senza più trattenermi o nascondermi. Di ricordare ogni secondo di questo attimo lungo ed interminabile, così profondo.
È questo l'effetto che mi fa. Mi distrugge. Poi sa come rimettermi in sesto.
«E come volevi...»
Posa due dita sulle mie labbra premendo sulla carne prima di morderle. Mi sfila la maglietta dalla testa poi, le sue dita scivolano sui miei pantaloncini. Gioca con il bottone sganciandolo dall'asola per poi tirare giù la cerniera.
Per un attimo temo che questi non si toglieranno facilmente a causa del caldo.
«Posso mostrartelo», silenziosamente chiede il permesso sussurrandolo all'orecchio prima di spostare il palmo sul mio seno mentre con l'altro cerca di tenermi ferma sotto il suo peso.
Quando si avventa sulla clavicola e poi sotto l'orecchio mugolo sollevando le ginocchia e lui si struscia su di me ansimando.
«Pensavo volessi farmelo sentire», lo provoco sussurrandolo all'orecchio per ricambiare, facendo scorrere le dita sul suo petto. Lo guardo da sotto le ciglia e lui appare euforico, accaldato, pronto.
«È una proposta o una semplice provocazione?», sorride sulle mie labbra.
Con un ginocchio allarga le mie gambe alzandomi la coscia sulla sua vita.
Sento le guance prendere fuoco. Un formicolio depositarsi sul basso ventre. Conosco la sensazione. Sono eccitata, attratta come una falena lo è con la luce.
Sbottono i suoi jeans con malizia poi lo spingo e lui mi lascia sistemare a cavalcioni. «Si», sorrido.
Abbassandomi gioco con le sue labbra, consapevole del fatto che ci vorrà poco tempo. «Che ne dici?»
Adoro giocare con lui. Stuzzicarlo. Sentirmi così elettrizzata. Lui è imprevedibile. Mi fa sentire come una bambina impegnata a giocare a guardia e ladri.
Stringe le mie natiche. Muovo i fianchi tenendogli il viso stretto tra le dita artigliate come ventose sulla sua pelle, baciandolo con insistenza. Mi riporta subito sotto il suo peso, i polsi tenuti stretti dalla sua mano sopra la mia testa. Sta sorridendo con malizia. Mi dimeno e le sue pupille si dilatano.
Trattengo l'urlo, la risata. Sono attratta dai suoi occhi, dal suo sguardo, dal suo modo divertente, sensuale di dirmi che mi vuole.
Mordo il labbro giocando ancora con il suo petto. «Che cosa vuoi?», inarco lo schiena. In questo momento ho bisogno di certezze, di sentire ancora quelle parole uscire dalle sue bellissime labbra.
Strofina il naso sul mio. Guarda le mie labbra famelico. «Sto per prendermi cosa voglio», dice con un tono rassicurante e un sorriso meraviglioso slacciandomi il reggiseno prima di occuparsi del resto.
I suoi occhi scorrono su di me come acqua. Lo aiuto a liberarsi dei boxer e quando lo guardo, ha una bustina in mano. Sorrido elettrizzata osservandolo senza mai togliere gli occhi di dosso dalle sue mani che si preparano, che si muovono agili prima di sistemarmi sotto di sé.
Abbassa il viso appoggiando la fronte sulla mia quando è pronto. I palmi ai lati del mio corpo per sorreggersi giusto qualche istante, i muscoli tesi.
Scivolo verso di lui accogliendolo. Le mie mani salgono sulla sua schiena stringendo le spalle. Ansimo, emetto un breve gemito. Non fa così male come la prima volta, anche se è comunque una sensazione nuova.
Sono ancora inesperta in questo campo così vasto da poter essere esplorato per una seconda volta. Non so cosa può farlo impazzire, cosa gli piace o non sopporta. Per evitare errori assecondo ogni suo movimento lasciandomi trascinare dalla corrente, dalla passione che divampa tra noi.
Notandomi concentrata pensa bene di mettermi alla prova. Tira indietro i fianchi prima di insinuarsi più a fondo muovendosi dentro di me fino a togliermi il respiro mentre la sua bocca tormenta la mia gola, il collo e sotto l'orecchio con succhiotti forti.
Qualcosa nel suo impeto mi turba ma non voglio rovinare il momento. Non ora.
Rallenta il ritmo alzando il viso. «Ti faccio male?», chiede accaldato, affannato fermandosi.
Mi agito. Non può fermarsi così. Scrollo la testa. «No», sussurro stringendogli il viso per avvicinarlo, per poterlo baciare. «Continua. Non fermarti».
Questo è come premere una leva. Come spingere un interruttore.
Riparte lentamente facendomi contorcere e agitare mentre sorride torturandomi. «Così?» chiede sfiorandomi la pelle. Aumenta il ritmo, le stoccate si fanno via via più profonde e dolorose nonostante ciò però so che si sta trattenendo. Questo mi fa impazzire. Mi fa capire di avere un certo potere su di lui.
Tiro i suoi capelli dalla nuca aggrappandomi poi maggiormente a lui. Mugolo sentendomi sul punto di impazzire quando si allontana per poi tornare di scatto dentro e la testiera sbatte contro la parete.
Non me ne curo. Mi agito soltanto ansimando. «O così?» chiede tenendo fermi i miei fianchi abbassandosi su di me mentre si spinge ancora più a fondo costringendomi ad aprire le gambe per accoglierlo, ad aggrapparmi nascondendo il viso sulla sua spalla per attutire il gemito.
Mi afferra il viso baciandomi. I suoi fianchi a muoversi insieme ai miei. Di colpo sento una forte pressione sul basso ventre, le mie gambe iniziano a tremare. Se ne accorge scuotendo la testa, rallentando, chiedendomi silenziosamente di resistere ancora.
E così faccio. Resisto anche se vorrei urlare, sciogliermi nei suoi occhi lucidi. Ma non resisto ancora per tanto perché è troppo per me. Lui lo sa eppure mi provoca lo stesso torturandomi.
«Piccola», emette un verso.
Il mio corpo non resiste. Tremo raggiungendo il culmine trattenendo tra i denti il suo nome. Lui si ferma, trema e poi ricade su di me senza fiato, tra gli spasmi.
Rimaniamo così: respirando allo stesso ritmo. Sudati. Accaldati. I nostri cuori a battere all'unisono. Un suono meraviglioso. Il più bello che io abbia mai sentito nella mia vita. Rimarrei volentieri ore ed ore ad ascoltarlo. Non ne avrei mai abbastanza.
La mia mano si posa sulla sua testa affondando tra i capelli neri corti, morbidi al tatto. Il mio gesto lo coglie di sorpresa.
Alza il viso premendo un bacio sulle mie labbra prima di staccarsi da me per togliersi la protezione.
In qualche modo sento la sua mancanza. Come se non avessi più un pezzo del mio cuore.
Vedendomi attenta ai suoi gesti arriccia il naso. «Odio indossarli. Ma se non vuoi sorprese devi metterli», brontola abbozzando poi un sorriso tutto fossette immaginando chissà che cosa.
Gliele bacio subito entrambe. Non riesco a trattenere l'istinto. Mi sento così a mio agio da non farmi alcuna paranoia.
Scosta la coperta lasciandomi scivolare sotto mentre anche lui si stende avvicinandomi a sé. Appoggio la testa sul suo petto mentre la mia mano si posa sull'addome. Risalgo ad ascoltare i suoi battiti. Li conto mentre il suo respiro torna regolare.
«A cosa stai pensando?»
Alzo il viso mordendomi il labbro che continua a formicolare. Picchietto poi l'indice sopra e lui intuendo mi dà un bacio a schiocco producendo quel suono che adoro.
«Non fare la furba, rispondi».
«È... così bello stare qui con te, tra le tue braccia, lontano dal mondo. Mi sento... è stupido, lo so, protetta. Non vorrei mai allontanarmi da te», sussurro. Vorrei aggiungere che mi sento anche a casa, al sicuro, ma non lo faccio. Non posso e non voglio spaventarlo.
Arrossisco nascondendo il viso. Non posso credere di averglielo appena detto. Di avere lasciato scappare i miei pensieri, quelli più profondi e intimi.
«Questo ti imbarazza?», mi solleva per il mento fissandomi intensamente.
Torno a nascondermi. «No», mormoro.
Ridacchia. Un suono che mi raggiunge come un terremoto. «A me sembra proprio di sì, invece». La sua risata riecheggia dentro la suite, su tutto il mio corpo coperto dai brividi. Sfiora il mio viso provocandomi con il suo. «Amo anche questo di te. La tua timidezza. La tua dolcezza e delicatezza», si ferma.
Alzo il viso. Lo vedo. È in difficoltà. Le sue guance sono rosse.
Sorrido. Mi sporgo riempendo le sue labbra di piccoli baci a schiocco in grado di farlo rilassare.
Mi piace pensare che lui abbia una lista di tutte le cose che ama di me. Lui mi ama? Ha ripetuto, anche se indirettamente, la frase. Un giorno spero di essere anch'io felice.
Sentendo quanto si sta eccitando mentre continuo a baciarlo in quel modo, mi sistemo a cavalcioni.
Sento premere sulle cosce la sua eccitazione. Sorrido anzi ridacchio quando mi schiaccia contro il materasso avventandosi sulle mie labbra per un bacio sensuale.
Nel frattempo allunga la mano verso il comodino cercando a tentoni una protezione.
«Che diavolo mi stai facendo?», sussurra spingendosi su di me.
Ansimo. Potrei fargli la stessa domanda. Ma tra i due, quella che ci rimetterà di più: sarò io.

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N/a:
~ Buona sera, come state?
A poco a poco sto revisionando la storia, correggendo e aggiungendo qualche pezzo. Spero vi piaccia.
Adesso che cosa succederà? Ethan ed Emma avranno ancora un po' di tranquillità o qualcosa andrà storto?
Se vi va, passate pure a leggere: "Il cuore non è un posto solitario", (l'ultima storia che ho scritto e che trovate sul mio profilo). Mi farebbe più che piacere avere il vostro parere in merito.
Grazie in ogni caso perché ci siete.
Buona lettura.
~ Giorgina❄️

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