Capitolo 15

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Passare una settimana rimanendo in bilico non è stato il massimo. Finalmente è arrivato venerdì. Non sono molto soddisfatta ad essere sincera e per questa ragione mi sono ripromessa di passare il weekend a fare qualcosa per me stessa. Sento il bisogno di creare un distacco dal mondo intero per rilassarmi.
Proprio per questo ho intenzione di starmene rintanata nel mio rifugio a guardare le mie serie tv preferite e leggere uno dei libri comprati di recente e mai aperto; il tutto per riprendermi un po'.
In questi ultimi giorni è stato davvero difficile lavorare, concentrarsi e soprattutto evitare Scott, principalmente in quelle frequenti occasioni in cui Ethan, già proprio lui, per due giorni di fila presentandosi con l'intenzione di riaccompagnarmi a casa a piedi lo ha sfidato facendogli capire, in parte, di avere commesso proprio un grave errore.
Scott sa quello che mi ha fatto. Sa che ci sto male. Sa che non tornerà più come prima il nostro rapporto. Lo sa e sta cercando di trattenersi anche se prima o poi esploderà di nuovo creando un gran casino.
Il suo carattere nasconde dietro un animo in tempesta. Ormai l'ho capito che finge. Ho capito che sotto quella maschera si cela un'altra persona.
Sono molto delusa. Soprattutto da me stessa. Per non avere colto i segnali prima e non essere riuscita a fermarmi in tempo.
Il fatto che Ethan sia passato dal locale sembra una stupidaggine ma ho apprezzato molto il suo gesto e nonostante l'imbarazzo ho accettato di seguirlo verso casa rimanendo in silenzio.
Mi sento un po' confusa ma sono sicura che presto tornerò ad essere la Emma di sempre. Non ho mai amato vedermi così triste o così piena di problemi. Ho sempre cercato di cogliere il meglio da una vita già abbastanza problematica e solitaria come la mia.
Ripulisco per la quarta volta il bancone adibito alla macchina del caffè. Lucy oggi è parecchio sbadata. Lo so che le piace Tony, ma non può mostrarsi agitata ogni volta che lui appare anche solo sulla soglia per chiamarmi e non può combinare un guaio dopo l'altro facendo anche ridere i clienti per le sue uscite comiche. È divertente in un certo senso, ma non posso fare sempre il lavoro che toccherebbe agli altri. Mi sono stancata. Mi sento proprio oltre il limite.
Sono anche un tantino nervosa perché, nonostante la gamba sembra stare meglio, secondo Gordon dovrò tenere ancora questo stupido tutore che mi fa zoppicare e camminare come un pinguino con problemi di deambulazione.
La cosa non mi risolleva di certo il morale.
Oggi fa particolarmente caldo e le temperature sembrano innalzarsi senza tregua ad ogni ora che passa avvicinandosi al tramonto. Mi piacerebbe tanto vedere arrivare un acquazzone, uno di quelli belli potenti e freschi in grado di spazzare via tutto questo caos, smog e principalmente la puzza. Forse anche me, quel lato che non riesco ad accettare perché mi rende diversa da ciò che sono.
Max esce dalla cucina accaldato urlandomi quasi addosso e per la terza volta che sono in pausa.
Ho dimenticato la colazione, ho saltato il pranzo pensierosa come sono e soprattutto occupata ad evitare Scott che oggi sembra darmi il tormento. Lo ritrovo proprio ovunque e so che prima o poi commetterò un errore ritrovandolo davanti. Solo allora non avrò scampo e sarò costretta ad affrontare la realtà.
Esco un momento fuori dal locale sedendomi piegata sui gomiti.
Non ho fame vorrei solo tornare a casa, fare una doccia gelata e stendermi per una pausa. Purtroppo domani dovrò andare all'università per consegnare una dispensa e farmi dare altri lavori.
Navigando online ho trovato un corso interessante da seguire e voglio tenermi impegnata perché se mi fermo un attimo: sono finita.
Ho troppe cose che mi frullano per la testa e mi piacerebbe solo spegnermi per qualche minuto. Rilassarmi sarebbe una delle opzioni ma a quanto pare non ci riesco.
Una mamma con il passeggino mi passa accanto chiacchierando al telefono con un auricolare di ultima generazione premuto nell'orecchio. Gesticola spingendo la carrozzina in cui una bambina con gli occhiali da sole e il prendisole si sta godendo la giornata.
Sorrido quando mi saluta con la manina paffuta e per qualche secondo ripenso alla mia bellissima sorellina.
Mi chiedo spesso come sarebbe diventata. Mi piacerebbe risentire la sua vocina, le sue mani impiastricciate sul viso quando cercava la mia attenzione.
Scaccio sul nascere il ricordo passando una mano sulla fronte.
«Emma»
Mi immobilizzo. Un lungo brivido mi attraversa tutta costringendomi a lasciare uscire un grosso sospiro. Mi alzo pronta a tornare subito dentro. Non credo sia il momento per una scenata in piena regola in mezzo alla strada, ma nemmeno per far capire a tutti cosa mi ha fatto il ragazzo dolce del locale che ogni persona ignara ammira per la sua cortesia. Nonostante tutto sono ancora buona e rispettosa.
Purtroppo commetto l'errore di farmi afferrare per un braccio, in questo modo riesce a trascinarmi a distanza dalla vetrina e dagli sguardi indiscreti che non possono vedere più niente.
Furbo da parte sua.
«Emma, ti prego ascoltami...», la sua voce cantilenante mi manda un altro brivido su per il corpo.
In questo momento vorrei proprio scappare o peggio picchiarlo per vendicarmi, per fargli capire come ci si sente nell'essere presi in giro. Non sono mai stata una persona aggressiva ma ultimamente non riesco a farne a meno.
Si sarà risvegliata una parte latente ed oscura dentro di me, di cui non conoscevo l'esistenza.
Ed è proprio vero, da certe esperienze nascono caratteri diversi nelle stesse persone. Caratteri che possono distruggere in un niente un cuore.
«Che cosa vuoi?», mi scosto da lui.
«Un'altra possibilità. Perdonami, ti prego! So di avere sbagliato e voglio dimostrarlo».
Scuoto immediatamente la testa per non farmi abbindolare dal suo fascino, dal suo viso, dalle sue parole dette in quel modo...
No, non posso farcela.
Non riesco nemmeno a guardarlo negli occhi. Mi fa stare male il modo in cui ha rovinato tutto.
Il problema reale: è che non mi fido più di lui.
Dolce un corno! E' il ragazzo che mi ha quasi picchiata a causa di un attacco di rabbia e ha ridotto il mio cuore in frantumi dopo avere distrutto anche la mia bellissima stanza.
«Hai avuto la tua possibilità quella sera quando hai distrutto tutto ferendomi e deludendomi. Adesso è tardi», mi volto e più che in fretta mi infilo dentro quando salutandomi un cliente mi fa entrare.
Torno al lavoro decisa a troncare sul nascere la questione "perdono".
È proprio fuori discussione. La prima volta si perdona per affetto, la seconda quasi sempre per stupidità. In ogni caso: è sempre meglio evitare di dare una possibilità a chi non è mai stato in grado di evitare di ferirti. Perché chi tiene a te non sbaglia o se commette un errore non lo fa con intenzione.
Per le due ore successive mi concentro lasciando scorrere addosso gli sguardi curiosi di Lucy e quelli in lontananza di sbieco di Sasha.
Non riesco a parlarle da quel giorno, quello in cui eravamo sul terrazzo e lei si è tradita da sola. È iniziato tutto dalle sue chiamate nel cuore della notte. Perché nascondermi la verità? Perché non darmi almeno una motivazione?
Avrei capito. Avrei saputo reagire e trovare una soluzione al problema come solo io forse so fare. Perché in fondo siamo umani e i nostri sentimenti non possono essere manipolati a comando. Tutto parte dal cuore e non lo fermi. Perché non puoi fermare un cuore che batte con forza per qualcuno.
«Buongiorno e benvenuti da Max cosa posso... portarvi?», quando alzo lo sguardo mi si mozza il fiato.
Ethan mi sorride divertito. Se ne sta comodamente seduto sul divano con una gamba accavallata e un braccio sul tavolo. È molto attraente nonostante porti jeans stretti e una canottiera bianca che lascia intravedere tutti i suoi tatuaggi.
Mi chiedo costantemente perché vuole dimostrare al mondo intero di essere uno dei cattivi quando in realtà, almeno per me, non lo è affatto.
I suoi occhi mi prendono in giro; così, ignorandolo, dopo avergli tolto il menu dalle mani e sapendo già cosa ordineranno, mi sposto in cucina dove preparo personalmente per loro gli hamburger del giorno con porzione abbondante di patatine, una fetta di torta Sacher al fondente e del caffè.
Tony mi guarda con orgoglio. So cosa sta pensando e si sbaglia. «Non farti strane idee», esclamo puntandogli contro una forchetta prima di indietreggiare con il vassoio per aprire la porta.
«Io non ho detto niente», replica divertito alzando entrambe le mani con finta innocenza.
Alzo gli occhi al cielo raggiungendo il loro tavolo. «Oggi Mark non c'è?» chiedo servendoli.
Anya mi fissa da sotto le ciglia con un sorrisetto complice. «Arriverà tra poco. Ha avuto un imprevisto al lavoro.»
Avrà capito che ha un fratello gnocco e attira sguardi? Mi domando come si sente. Io ne sarei gelosa.
Arrossisco al pensiero e vado a prendere una porzione extra per Mark facendogliela trovare già al tavolo così quando arriverà non si lamenterà. È un ingordo. Paragonabile persino ad una ruspa. Mangia davvero di tutto.
«Emma»
Il mio sorriso si spegne al suono della sua voce. «Cosa vuoi ancora?», domando scocciata. Non ho intenzione di rovinarmi la giornata per lui.
«Possiamo parlare?», ha lo sguardo deciso e so che sotto c'è anche un altro motivo. Cerca di parlare con me proprio quando c'è anche Ethan al locale. Ormai credo di avere capito che tra i due qualcosa non va come dovrebbe.
Scuoto la testa, lo supero tornando da Anya. Mi sta fissando e dal suo sguardo capisco che vorrebbe intervenire ma ancora non so di preciso il motivo che la spinge ad odiare Scott, per cui faccio finta di niente.
Il mio polso viene strattonato e non ho il tempo per fermarlo. Riesco in qualche modo a divincolarmi spingendolo aggressivamente davanti a tutti, facendolo urtare contro uno dei tavoli pieni di piatti che si muovono pericolosamente cozzando tra loro con il rischio di vederli scivolare tutti sul pavimento. «Che cazzo ti dice il cervello, eh Scott? Qui, al lavoro, sul serio? Non ho niente da dirti e dopo ciò che hai fatto non voglio parlare con te, ok? Lasciami in pace!», alzo la voce. Questa mi esce terribilmente stridula.
Con la coda dell'occhio noto Ethan alzarsi. Si fa pericolosamente vicino mantenendosi al mio fianco. Solo due passi e sarà davanti a lui se non lo fermo.
Il mio cuore trema quando dalla cucina esce Max. «Che cosa sta succedendo?»
«Niente, scusatemi oggi sono indisposta. Continuate pure», lo rassicuro in fretta scusandomi ancora con i clienti che mi guardano sbigottiti dopo la reazione appena avuta.
«Vuoi tornare a casa prima?», domanda Ethan davanti a Max con un sorriso dolce stampato su quelle labbra che ora come ora mi piacerebbe prendere a morsi.
Che cosa fa? Vuole proprio rendermi la vita un inferno? Non è già abbastanza complicata così?
Scott si infiamma stringendo i pugni. Lo vedo carico. «Che cosa hai detto?» sibila fulminandolo con gli occhi. «Lei non...»
«Si, non mi sento tanto bene», tolgo velocemente il grembiule e cercando il consenso di Max corro fuori seguita proprio da Ethan. So che sto facendo il suo gioco ma Scott deve proprio capire che mi ha delusa e ferita. Deve capire che non può più avere nessuna priorità o aspettativa su di me. La nostra storia è andata alla deriva. Forse non siamo destinati a stare insieme ad alcune persone.
Anya rimane con Mark dentro il locale facendo segno che ci raggiungeranno a breve. Non so cosa dire per cui rimango zitta per un po'. Ethan inizia a camminare furioso, ad un certo punto aumenta il passo chiaramente nervoso per qualcosa a cui sta pensando. A volte, i suoi pensieri sono così chiari altre invece, sembra un'isola lontana. Tiene tutti a debita distanza innalzando un muro altissimo.
«Mi dici che ti prende?», afferro il suo gomito riuscendo a farlo voltare.
Lo fa di scatto ed è infuriato; serra persino i denti. Poi, indica il locale con l'indice. «Dammi un motivo per non tornare lì dentro e non prenderlo a botte. Quel coglione si è permesso di...», ringhia trattenendosi a stento dopo avermi urlato addosso.
Rabbrividisco arretrando di un passo. Non è quello che voglio. Ne ho già abbastanza di risse e botte. «Non voglio che tu lo prenda a pugni se è questo che vuoi sentirti dire da me. Che cosa risolverebbe? Lascia fare a me. Si stancherà prima o poi e tornerà... tornerà da lei», sbuffo superandolo mentre rigidamente cammino lungo le strisce ficcando i pugni dentro le tasche.
«Emma, non gli darai un'altra possibilità vero?», si blocca con occhi pieni di rabbia in mezzo al traffico mentre delle auto iniziano a suonare il clacson e gli autisti nervosi ad urlarci contro di fare attenzione. In questa zona non ci sono semafori ma essere investiti sulle strisce sarebbe un gran danno per i conducenti.
«Non lo so. Non so più niente, ok? Voglio solo tornarmene a casa», continuo a camminare dilatando le natici e lui mi corre dietro. Sento proprio i suoi passi pesanti pestare l'asfalto.
«Non stai dicendo sul serio, vero? Perché dovresti dare un'altra occasione a quel coglione? È chiaro che ti vuole solo per portarti a letto e per metterti in mostra!»
Mi fermo guardandolo incredula e poi arrabbiata. «È questo che pensi di me? Ethan... io.... io non sono un cazzo di oggetto da esibire! Sono una persona. Una ragazza che ha... Sai, ne ho abbastanza anche di te e dei tuoi giudizi. Lasciami in pace!», non so perché mi sta dando sui nervi la sua reazione ma so che devo allontanarmi da lui prima di dire o fare qualcosa di irreparabile.
Aumento il passo forzando questa maledetta gamba. Arrivata all'entrata saluto il portinaio salendo le scale per concentrarmi sul numero dei gradini anziché dare in escandescenza e, arrivata al settimo piano faccio un grosso sospiro.
Adesso la mia priorità è calmarmi.
Entrata in casa, prendo una bottiglietta di acqua dal frigo mandandone giù la metà. Sono stanca e assetata.
Che cosa gli è preso? Perché anch'io ho reagito così? Che cosa mi succede?
Quando sono con lui mi sento sempre in bilico. Non ho mai provato niente di simile.
La porta si spalanca con un boato. Ethan entra furioso in cucina avvicinandosi. «Non puoi farlo», sbraita.
Il suo tono mi preoccupa ma voglio affrontarlo perché non credo siano affari suoi. Lui ha ancora la ragazza e deve smetterla di farmi da guardia del corpo o la morale. Non voglio dipendere da nessuno. Posso cavarmela anche da sola.
Siamo faccia a faccia. A pochi respiri di distanza che si mescolano in una sinfonia quasi opprimente. Siamo entrambi affannati, furiosi. So che non ne uscirà niente di buono da tutto questo.
«Ethan, devi smetterla! So quello che faccio e ho bisogno della verità per andare avanti. Solo così riuscirò a chiudere con tutto questo casino», dico con tutta la calma possibile gesticolando per scaricare la tensione che sento attorno. La voce mi si incrina leggermente ma riesco a contenermi.
Mi rendo conto di essere più forte e sono orgogliosa del mio autocontrollo al momento.
Ethan riflette sulle mie parole. «Hai bisogno della verità», ripete quasi tra se e io annuisco confermando di nuovo.
Fa un grosso respiro, passa la mano tra i capelli perché è frustrato poi fa un paio di volte avanti e indietro per il soggiorno. «OK!», dice alla fine brusco e se ne va.
Rimango stupita dal suo comportamento. Non so perché reagisce in questo modo ma so che gli passerà in fretta. Sbollirà la rabbia a modo suo, ne sono certa.
Mi dirigo in camera preparo qualcosa da mettere e poi faccio una doccia per rinfrescarmi.
I lividi sono quasi spariti e per fortuna posso evitare le domande sospettose al lavoro da parte dei clienti curiosi.
Mi siedo sul letto, inizio a scrivere al computer un compito poi navigo un po' in rete ascoltando musica. Ad un certo punto il mio stomaco brontola, così mi rialzo ricordandomi di avere saltato anche il pranzo e vado in cucina.
Accendo il forno preparandomi una piadina. Guardo la tv e mentre ceno rivedo una puntata di Gotham.
Sento la porta aprirsi, Anya sbuca con delle buste in mano. Ha fatto la spesa per la prima volta da quando stiamo insieme in questo appartamento ma ha anche preso del cibo da asporto. Dall'odore sembra indiano.
Non sono amante delle spezie e in breve la cucina si riempie di odori.
«Dov'è mio fratello?», si guarda attorno inarcando un sopracciglio.
Faccio spallucce lavando i piatti.
«Avete litigato?»
«No, cioè non credo», balbetto arrossendo. «Con lui è sempre così complicato da capirlo.»
«Che cosa significa?» chiede confusa.
Faccio sempre qualcosa di sbagliato e poi non so più come risolverlo. Un disastro dietro l'altro, mi ritrovo al centro di una vita piena di errori. Distruggo tutto per paura di non essere all'altezza. Mi sento diversa. Forse per questo preferisco scappare.
La supero asciugandomi le mani. «Che forse dovrei chiedergli scusa per i modi e i toni usati.»
Li lascio cenare tornandomene in camera. Mi tuffo sul letto e sprofondo con la testa sul cuscino.
«Sei una stronza!»
«No lasciami!», urlo.
Sento lo schiaffo sulla guancia, forte, inizia a pizzicarmi la pelle riscaldata dal colpo.
«Cosa ha lui che io non ho?»
Un altro colpo e sento il sangue uscire dal naso. «Mi fai male!», metto le mani davanti ma il colpo arriva lo stesso.
«NOOO!»
Batto le palpebre incredula. Sono sul letto tutta sudata. Ho bisogno di aria. Non respiro.
Indosso la tuta e con il petto dolorante e i battiti ancora a mille esco di casa nel cuore della notte.
Inizio a correre lentamente con la musica sparata nelle orecchie. Scelgo una playlist abbastanza forte, in grado di darmi la giusta carica. Di non farmi sentire nient'altro.
Questa volta il sogno era diverso. Che cosa è stato?
Mi concentro sui battiti continuando a correre lungo il passaggio pedonale silenzioso. Arrivo al parco continuando ancora fino a quando la paura non se ne va lasciando solo l'ombra del suo ricordo ancora vivido dentro la mia testa.
Vorrei potere dimenticare tutto, avere dentro un interruttore per potere cancellare ogni traccia del passato. Questo mi farebbe andare avanti senza problemi.
Mi siedo sul prato di fronte alla fontana e tenendomi sulle braccia alzo il viso verso il cielo. Inspiro ed espiro, inspiro ed espiro e continuo così per un paio di minuti.
«Ehi»
Mi volto di scatto colta alla sprovvista dalla voce familiare. «Ehi», non lo guardo, voglio solo rilassarmi ancora un po'.
«Che ci fai qui?»
«Potrei domandarti la stessa cosa», borbotto.
Sento la sua vicinanza, il suo sorrisetto sfrontato, ma non mi ritraggo. Stranamente mi piace averlo vicino. Sento che accanto a lui posso essere chi sono veramente senza nascondermi. Mi infonde anche una certa sicurezza. Ed io non sono mai stata sicura di qualcosa in vita mia. È come se avesse abbattuto ogni muro per lasciarmi intravedere il meraviglioso panorama che ci circonda.
Rimaniamo per un po' in silenzio e non mi dispiace, poi sento le sue dita sulla guancia. Il solo tocco mi provoca piacevoli scosse. Non so perché lo sta facendo ma al momento, non voglio aprire gli occhi e ritrovare i suoi addosso con la loro forza attrattiva.
Quando si ferma li apro per capire. Se ne sta steso su di un fianco, appoggiato al gomito. La sua mano si ritrae e la sua mascella si contrae come se avesse riflettuto sul suo gesto e si fosse appena ricordato di qualcosa.
«Hai da fare oggi?» chiede piegando la testa di lato.
«Dovrei andare all'università e poi sarò pronta a passare una serata tranquilla in casa», parlare con calma con qualcuno non è mai stato così facile come con Ethan. Per quanto possa essere scostante sa come ascoltarmi.
«Non esci questa sera? C'è una festa...»
Scuoto subito la testa. Le feste non fanno per me. Mi annoierei e mi sentirei solo a disagio.
«Sei una santarellina pallosa!», mette le mani dietro la testa fissando il cielo.
«Parli proprio tu che fai tanto lo scontroso ma poi sei un angioletto?», alzo gli occhi al cielo incrociando le braccia. «Non saranno i tatuaggi a tenere lontana la gente.»
«Almeno io so come divertirmi», replica di getto senza riflettere.
«Certo, immagino», dico sarcastica, «anch'io so come divertirmi», brontolo fissando gli spruzzi d'acqua della fontana. Escono ad intermittenza, passa solo un minuto alla volta. Mi piace soffermarmi sui dettagli.
«E' vero, tu invece te ne starai di sicuro con quel pigiama della tuta addosso davanti alla tivù o a leggere uno dei tuoi libri nuovi», ridacchia.
Cosa trova divertente?
«Cosa c'è di male? Abbiamo due concetti diversi di divertimento e allora? Sai che noia dovere sempre preoccuparsi di avere il bicchiere pieno per ridere o di fare qualcosa di pericoloso per sentirsi vivi», rispondo impulsivamente e me ne pento. Mordo il labbro pronta a scusarmi.
Ethan si rialza guardandomi attentamente. «Parli proprio tu? Ti sei mai ubriacata? Sei così rigida con te stessa. Tesoro, so della lista e credimi ciò che hai scritto non ti divertirà affatto!»
«Si che mi sono ubriacata ma ora non ne ho bisogno per divertirmi. E poi è stato davvero stupido da parte tua e sei caduto in basso leggendo la mia lista. Prendimi pure in giro "DISTRUTTORE!», rispondo con una linguaccia rialzandomi, togliendo dei fili d'erba dai pantaloni della tuta.
Ethan scoppia a ridere poi facendosi serio mi trattiene stringendomi per la caviglia. Per poco non cado a terra.
«Non penserai di scappare?», trattiene un'altra risata facendomi risedere sul prato.
«No, ma ho da fare e non voglio discutere con una testa calda che non capisce come sono fatta e mi prende in giro per la mia lista e per la mia sobrietà», metto il finto broncio.
«Toglilo», ringhia.
«Cosa?», inarco un sopracciglio.
«Togli quel cazzo di broncio, è odioso», aggrotta la fronte e le sue narici si dilatano. I suoi occhi hanno un guizzo quando trattengo una risata e sporgendomi lo rimetto apposta a pochi passi da lui.
Scrolla la testa e con un braccio circonda il mio petto facendomi ricadere sul suo. Rimango senza fiato ma non mi muovo. Mi viene un pò da ridere per il modo. «È odioso lo stesso. Quindi non rifarlo.»
Gioco con un filo d'erba. «E io che pensavo avesse uno strano effetto su di te».
Rimaniamo per un pò così, sotto il cielo che si tinge di chiaro. Io, con la testa appoggiata sul suo petto e lui, con il braccio attorno a farmi da coperta. E' strano ma non sono a disagio, mi sento tranquilla, mi piace la sua momentanea dolcezza. So che quando ci rialzeremo tutto cambierà. Lui ritornerà scostante ed io mi allontanerò per non ferire me stessa. Perché è fidanzato e io... beh, ho una storia da troncare.
«Ti va di fare colazione? Possiamo arrivare per qualche minuto in quel locale dei cupcake», mi aiuta a rialzarmi.
Perché lo fa?
Accetto seguendolo verso un quadratino colorato pieno di dolciumi di ogni dimensione e gusto. I miei occhi si illuminano alla vista delle vetrine piene di dolcezze e mi siedo comodamente in uno dei tavoli posti davanti la vetrata a godermi un buonissimo cupcake al fondente dal cuore morbido e una tazza di te'.
«Come conosci questo posto?» inalo ancora l'aria al cioccolato e caramello mordendo un altro pezzo di cupcake.
Non perde un movimento. Si sofferma sulle labbra prima di bere un sorso di caffè. «Dopo la corsa bisogna fare colazione. È il posto più vicino al parco.»
Guarda fuori dalla vetrata perdendosi per qualche istante prima di riportare l'attenzione su di me.
«Hai forzato di nuovo la gamba?»
Istintivamente poso una mano sul tutore. «No, sto bene. Non sono più abituata a stare ferma e correre...»
«Hai avuto un incubo?»
Schiudo le labbra prima di mangiare l'ultimo pezzo di cupcake per evitare la sua domanda.
Ovviamente è inutile perché le sue dita calde si posano sulla mia guancia e il pollice toglie un pezzo di cioccolato dal labbro che avrei pulito con un tovagliolo di carta. «Che cosa hai sognato?»
Inumidisco le labbra. «Niente di diverso», mento saettando ovunque per appigliarmi a qualcosa.
Sospira allontanando la mano. «Sei una pessima bugiarda», mettendosi comodo infila in bocca un pezzo della sua crostata.
Arrossisco. «Lo so», abbozzo un sorriso poi mi alzo correndo a pagare e lui non facendo in tempo passa le mani sul viso.
Quando torno al tavolo mi guarda male, malissimo così metto il broncio.
Lui però non si volta, non tentenna, anzi, incrocia le braccia alzando un sopracciglio guardandomi con aria di sfida poco prima di sfoggiare il suo meraviglioso sorriso sporgendosi, avvicinandosi al mio viso.
Rimango spiazzata e nel silenzio ce ne stiamo così, non so per quanto tempo perché mi perdo nell'intensità delle sue bellissime iridi e nel profondo delle sue pupille in grado di risucchiarmi altrove, forse nel suo mondo fatto di sfide, parole non dette, e sentimenti nascosti.
«Ti ho chiesto io di venire a fare colazione», esclama minacciandomi per farmi togliere il broncio.
Sorrido e si rilassa. «Si, ma posso offrirti qualcosa anch'io o dobbiamo continuare a vivere nella preistoria?»
Ride mettendosi di nuovo comodo. «Ok, ma questa non la passi liscia», minaccia controllando il telefono.
Guardo l'ora dall'orologio rotondo appeso alla parete giallo pastello e mi alzo. «Farò tardi», esclamo.
«Ti accompagno a casa», indica la porta e io in imbarazzo mentre tutti godendosi la colazione ci osservano esco dal locale prendendo la scorciatoia.
Arrivati davanti il palazzo ci guardiamo standocene impalati l'uno davanti all'altra.
Non è stato male come prevedevo. Abbiamo parlato del più e del meno e battibeccato ancora fino alle risate.
«Arrivata incolume», taglia il silenzio.
«Grazie per la colazione e per la compagnia», mi sporgo dandogli un bacio sulla guancia e rendendomi conto della stupidaggine appena fatta, saluto con la mano correndo dentro il palazzo.
Prendo l'ascensore camminando avanti e indietro, riflettendo sul mio gesto.
«Che stupita!» esclamo uscendo quando le porte scorrevoli si aprono lasciandomi entrare nel corridoio e poi in casa.
Dopo avere fatto una doccia inizio in modo energico la mia giornata.
E' strano ma non mi aspettavo di certo di trovare in mezzo al caos, un momento di pace e dell'aria pulita in grado di riempire nuovamente i miei polmoni.
Ethan è stato una vera e propria rivelazione. Dietro un carattere scontroso e chiuso, si cela una persona buona e spiritosa. E mi piace. Mi fa sentire libera. Me stessa.

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