Capitolo 24

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Mani sudate. Dita che tremano. Cuore che batte all'impazzata. Denti che stringono il labbro. Occhi che si sgranano, assimilano. Orecchie che fischiano.
Non riesco a dominare il nervosismo, il senso di ansia e panico che tenta di sommergermi. Ogni minuto che passa a rilento è un'agonia.
Seduta sul sedile di un taxi pulito che odora di nuovo, cerco di tenere a bada le sensazioni che rischiano di prendere il sopravvento travolgendomi.
Manca poco. Apro il finestrino lasciando entrare un po' d'aria. Entra calda e questo non aiuta.
Quando ci fermiamo l'autista corre ad aprirmi. È un ragazzo simpatico nel complesso, un po' troppo chiacchierone per i miei gusti ma un tipo davvero gentile. Pago la mia corsa poi mi appresto ad uscire dal taxi mettendo piede davanti la villa che non credevo di dovere rivedere.
Ho rifiutato l'offerta di Anya di dormire in questo posto perché non ho nessuna intenzione di ritrovarmi tra i piedi Richard e Steve.
Sono abbastanza piena di problemi, non posso aggiungerne altri alla lista. Voglio solo godermi questa serata, superare il mio compleanno e poi tornare alla mia solita routine.
Alzo l'abito lungo nero per non pestarlo con i tacchi. Lo spacco lungo fin sopra la coscia mi agevola notevolmente il movimento.
Per l'occasione ho scelto un abito nero con spalline alla Marilyn e scollo vertiginoso sul davanti che mostra in parte il seno. Anche la schiena è nuda.
Una catenina sottile piena di punti luce stringe sotto il seno lasciando l'abito morbido verso i piedi.
Mi sono impegnata con il trucco e i capelli acconciandoli in modo semplice.
Ho osato con un abito così appariscente. In parte credo di avere fatto bene. Devo uscire dal guscio. Devo andare avanti. Comportarmi come una ragazza e per qualche ora non pensare ad altro. Non devono esserci problemi. Non deve esserci tristezza. Solo una Emma rilassata e divertita.
Spero solo di riuscire a reggere la tensione arrivando sino a fine serata.
Guardo la villa prima di avvicinarmi all'entrata. Sembra tutto trasformato per l'occasione. Nell'immenso giardino è stata allestita una grande tenda piena di tavoli con tovaglie bianche, fiori e candele profumate. Ci sono anche delle graziose lanterne accese sulla parte alta.
C'è odore di rose, di limoni e fragole. Su un tavolo è stato allestito un buffet. Al centro di esso oltre a vassoi pieni di stuzzichini, c'è una fontana di cioccolato.
Evito di perdermi nei dettagli avanzando a schiena dritta con tutta la grazia di cui dispongo.
Ester è proprio la prima ad avvistarmi. In pochi istanti mi ritrovo tra le sue braccia ad accogliermi con l'aggiunta di un grandioso sorriso; trattandomi proprio come una figlia, più che felice di vedermi. Mi lusinga questo suo comportamento nei miei confronti. In fondo, sono solo un'estranea capitata per caso nella vita dei suoi due figli.
Non ho mai visto una donna così bella.
Indossa un abito lungo grigio antracite. I suoi capelli sono raccolti lateralmente e ricadono in mordine onde sulla spalla. I suoi occhi deviano per pochi istanti la mia attenzione mentre mi dà il benvenuto.
«Sono così felice di vederti. Ma guardati, sei bellissima anche se sei dimagrita», mette un finto broncio grazioso prima di pizzicarmi le guance.
Questo gesto mi coglie del tutto impreparata facendomi pensare al figlio. Non lo vedo da quella notte. Continuo a sentirmi in colpa ma penso di avere fatto la cosa giusta allontanandolo da me.
Scrollo via il pensiero. «Grazie per l'invito. Anche tu sei bellissima», mi complimento lasciandomi condurre all'interno dove saluto i suoi genitori che, ancora una volta mi accolgono con tanto affetto.
«Emma sei qui!»
Camille si avvicina dandomi un bacio sulle guance.
Questa ragazza è la dolcezza fatta persona. Ogni volta che la vedo, mi chiedo come riesce a sopportare Steve.
«Come stai?», chiede più che felice. In parte appare proprio sollevata. Forse aveva bisogno di parlare con una sua coetanea visto che la casa è piena di gente ricca sfondata e adulta in abiti lunghi e in giacca e cravatta.
Non voglio di certo rovinarle il sorriso per cui mento. «Bene, grazie. Tu come stai?», domando per spostare tutta l'attenzione su di lei.
Si illumina. «Alla grande. Ti va un bicchiere di champagne?», senza attendere vengo trascinata in cucina dove il ripiano è pieno di bicchieri già pronti per essere serviti e, prendendone due me ne porge uno brindando.
Osservando le bollicine e il liquido mi viene in mente il bourbon. Mi rabbuio rendendomi conto che ogni cosa mi farà ricordare di lui. Non lo vedo da nessuna parte e mi sento male al pensiero di ritrovarlo a momenti davanti e non avere alcuna forza di ignorare quello che sento nei suoi confronti.
Perché certi sentimenti non puoi cancellarli dal cuore. Neanche se ti ritrovi in mezzo al petto schegge taglienti.
Bevo tutto d'un sorso lasciando scivolare lungo la gola le bollicine. Con la coda dell'occhio osservo Camille. Appare nervosa. Prende un secondo bicchiere svuotandolo come se fosse uno di rum.
Le offro un altro bicchiere. «Qualcosa non va? Che cosa ti succede?» chiedo cautamente.
Guardandosi intorno svuota il quarto bicchiere. Passa una mano sul dorso senza neanche preoccuparsi del rossetto color borgogna che porta sulle labbra. Per fortuna è no transfer.
Inspira. «Devo dirti una cosa», mi conduce in giardino mettendomi in mano un altro bicchiere.
Qualche ospite sta già assaggiando gli stuzzichini dal buffet emettendo versi di apprezzamento in aggiunta a qualche movimento della testa e un sorriso. Ci mettiamo accanto alla fontana e attento paziente.
«Sono davvero nervosa perché sto per fare una cosa che cambierà completamente la mia vita.»
Beve avidamente. Finirà per ubriacarsi prima di cena. Glielo impedisco quando prova a rubare il mio bicchiere allontanandolo e tracannando il liquido posando sulla superficie della fontana il bicchiere. «Sputa il rospo».
Getta fuori il fiato. «Ho deciso di lasciare Steve. Non lo sopporto più. È uno stronzo narcisista. Un ipocrita del cazzo. Ecco... l'ho detto», inizia a sventolarsi con la mano trattenendo lacrime e sorrisi.
Incredula e colta alla sprovvista apro e richiudo la bocca più volte. Raccolgo le informazioni appena ricevute cercando di elaborare una risposta che sia adeguata. «Davvero?», la voce esce in parte stridula. Non è quello che mi aspettavo. «Cioè volevo dire che mi dispiace che tu ci abbia messo tanto a capirlo», aggiungo salvandomi in extremis lasciando uscire aria prima di mordermi la lingua. Spero di non essere stata insensibile e troppo diretta.
Dapprima Camille mi fissa con sguardo assente. Dopo pochi istanti sul suo viso compare un meraviglioso sorriso e abbracciandomi esclama: «Ecco perché dovevi essere tu la prima a saperlo. Lo sapevo. Sapevo che avresti capito!».
Ricambio la stretta dandole la giusta carica. Ma notando il suo sguardo so che c'è dell'altro, lo leggo nei suoi occhi grandi e vivaci.
«Devi dirmi qualcos'altro?»
Abbassa lo sguardo sulle mani. «Volevo chiederti se... ecco... non è che puoi ospitarmi per qualche notte. Non mi importa dove abiti. Non sono come credi, odio tutto questo enorme sfarzo. Mi andrà bene anche un divano o un materasso gonfiabile», balbetta lisciando il suo abito costoso.
Batto le palpebre. «Ho cambiato appartamento. Il posto in cui abito attualmente sembra una scatola di scarpe in confronto, però puoi venire. Sei la benvenuta», accetto perché so cosa significa non avere più un posto dove andare.
Camille si illumina. È una ragazza davvero deliziosa. Un accento francese divertente e l'aria svampita di una ragazza che ha perso le solide basi su cui avrebbe dovuto e potuto appoggiarsi. Forse è come me, non ha una famiglia. Ha cercato rifugio tra le braccia del ragazzo sbagliato e adesso pagherà le conseguenze con un sorriso finto.
Riprendo fiato mentre i miei piedi si muovono accompagnandola di nuovo dentro dove intanto la festa sta andando avanti.
Mi guardo attorno sentendomi a disagio. Ci sono tanti volti, tante, troppe maschere. Tutti usano un sorriso di cortesia, parole prive di sentimenti. Inizio proprio a sentirmi nel posto sbagliato continuando a fare cenni a chiunque.
Anya esce in giardino come una regina. È meravigliosa nel suo abito lungo di un rosa antico. Un colore che le conferisce un tocco di fascino in più.
I suoi occhi scrutano la gente presente poi posandomisi addosso la fanno muovere verso di me fino a raggiungermi.
«Emma!» sorride abbracciandomi. «Sono contenta che tu sia qui con me. Mi sei mancata e...» guardandomi con riprovero aggiunge: «sei magra».
Camille conferma anche se appare già su di giri. In breve le rivela quello che ha deciso di fare e la mia amica si ritiene più che felice.
A quanto pare Steve avrà una bruttissima sorpresa prima della fine di questa serata.
Vengo sollevata per i fianchi e quando mi volto Mark mi abbraccia. «Ehi», saluta complimentandosi. Poi osservandomi meglio senza farmi presente che sono dimagrita, mi chiede: «Come stai?»
Provo ad aprire bocca ma Camille ormai in preda all'euforia con una certa determinazione mi trascina via da loro. Mi scuso con Mark guardandolo corrucciata e lui abbraccia Anya dandole un bacio sulla fronte mentre ci osservano come due genitori apprensivi.
Camille non vuole sentirsi sola, ha bisogno di appoggio e, forse sta evitando per qualche altra ora proprio l'inevitabile.
I nonni di Anya ci invitano a ballare. Sono davvero strepitosi. Hanno un senso piccato dell'umorismo. Rendono la serata meno monotona e noiosa.
Quando Richard fa il suo ingresso pavoneggiandosi con gli ospiti, mi irrigidisco.
Notandomi si avvicina come un falco pronto ad attaccare la sua preda. Anche Camille si è appena irrigidita perché proprio dietro di lui si vede sbucare Steve che, stringendole la mano la porta a ballare senza neanche darle il tempo o il diritto di replicare.
La guardo dispiaciuta mentre davanti a me si para proprio Richard.
«Emma», esordisce con finto entusiasmo facendo voltare nella nostra direzione alcuni degli uomini d'affari seduti a poca distanza ad un tavolo. Stanno bevendo vino e chiacchierando animatamente.
«Richard», replico con un tono freddo.
Rabbrividisco quando sollevandomi la mano mi bacia il dorso. Drizzo la schiena comportandomi come una di quelle donne che si trovano a poca distanza dal buffet.
«Mia moglie è entusiasta della tua presenza. Non posso che esserne compiaciuto», dice prendendo un calice dopo avere guardato male il ragazzo che sta girando tra i tavoli con il vassoio.
Che viscida testa di cazzo! Penso immediatamente. Ferma Emma, calma. Tieni a freno la lingua.
Deglutisco. «Non potevo rifiutare l'invito. Con permesso», superandolo tiro via dalle braccia di Steve Camille. Appare sollevata ed insieme entriamo in soggiorno.
«Se vuoi arrivare a fine serata devi mangiare», le ordino mentre sorride come una stupida ad alcuni ragazzi presenti alla festa ed io l'accompagno in cucina dove troviamo il piccolo Tommy a rubare tartine al limone da un vassoio. Hanno davvero un aspetto invitante.
Facendogli l'occhiolino e segno di tenere la bocca chiusa, offro subito una tartina a Camille. Seduta sul bancone mangia in silenzio e senza protestare mentre Tommy sghignazzando corre fuori.
«Ah, ecco dov'eri! Che cosa ci fai sul bancone, andiamo...»
Steve entra in cucina facendo sobbalzare entrambe. Per istinto mi metto davanti a lei. «Camille aveva bisogno di mangiare qualcosa», replico alzando il mento.
Steve avanza verso di me e sento la mano di Camille artigliarsi sul polso forse per trattenermi.
«Camille, andiamo. Voglio presentarti alcune persone», ordina freddamente.
Lanciandomi uno sguardo allarmato, lei lo segue.
Rimasta sola lascio uscire il respiro trattenuto e mangio piano uno stuzzichino.
Tommy entra di nuovo in cucina con un piatto. «Emma, dov'è Ethan?» chiede senza giri di parole.
Abbassandomi lo aiuto a pulirsi le mani e gli aggiusto la cravatta. «Non ne ho idea», scompigliandogli i capelli aggiungo: «ecco, adesso sei in ordine», sorrido guardandolo correre in giardino.
Quando mi alzo, trovo Eric appoggiato allo stipite della porta. È davvero mozzafiato nel suo smoking elegante. Non lo avevo mai visto sotto queste vesti e devo ammettere che mi piace.
Mi sorride e agli angoli delle guance gli spuntano due graziose fossette. «Sei bellissima».
«Anche tu in questa gabbia di matti?» esclamo sentendo le guance in fiamme.
Alza le spalle. «I miei sono soci in affari con gli Evans», replica conducendomi fuori.
«Evans?»
«E anche con i nonni di Anya a quanto pare», spiega brevemente come se questo non fosse rilevante.
Prende due bicchieri di champagne offrendomene uno. «Come stai?»
Una domanda simile ad una lama piantata nel petto. «Me la cavo. Tu come stai?»
«Alla grande», risponde tranquillo mandando giù un sorso di champagne. «Odio queste feste. Ricchi sfondati che non sanno come buttare via i loro soldi e continuano a lamentarsi. Dovrebbero partecipare alle gare. Gli verrebbe un po' di strizza», guardandoci ridiamo.
«Immagina quel tipo lì ad una gara», indico un vecchietto con un tubo sotto il naso.
Eric ride. «Anni di vita regalati a quel vecchio, fidati», regge il gioco ridendo. «Immagina invece quella con quel chiosco di banane in testa», indica una donna con un abito rosso e i capelli tirati a nido sulla testa.
Rido beccandolo a contemplarmi. In lui c'è qualcosa di diverso. Non mi guarda con malizia, ma come una persona che vuole esserti amica.
Mi offre un altro bicchiere ma ho perso il conto di quanti ne ho bevuti e lo tengo in mano appoggiandomi ad una delle colonne che reggono questa tenda affollata.
«Non siamo ancora andati al cinema. Guarda che ci tengo», mi passa un piatto con una fetta di torta al lime.
È squisita. Mi sembra di non mangiare da un secolo e le bollicine stanno iniziando a fare effetto.
«Faranno Jurassic World. Non so se è il tuo genere», aggiunge valutando la mia reazione.
«È fantastico. Mi piacerebbe. Pensavo anche di andare a vedere di nuovo Allegiant», rispondo.
Gli occhi di Eric si illuminano e propone di andare in settimana. Iniziamo a parlare di libri e discutiamo sul finale. A mio parere è stato spiazzante il modo in cui è morta la protagonista sacrificandosi mentre dal suo punto di vista è stata una scelta azzeccata e diversa dalle solite storie sdolcinate. Ammetto di essermi commossa e lui non mi prende in giro anzi confessa di avere avuto un colpo al cuore e di esserci rimasto male. Mi sento piacevolmente a mio agio.
«Sai, non pensavo fossi così profonda», ammette con una smorfia. «E mi dispiace».
Sorrido. «A me dispiace di non averti visto prima sotto queste vesti», gli sistemo la cravatta.
Ci guardiamo intensamente negli occhi sorridendoci complici.
«Giovanotto, ti dispiace togliere le mani dai suoi fianchi? Mi piacerebbe invitare a ballare questa bellissima creatura», Edmund, il nonno di Anya, senza attendere mi porta in pista dove un gruppo consistente di persone stanno già ballando un lento.
C'è un pavimento in legno costruito a mosaico, l'orchestra sistemata davanti e una tenda creata appositamente a cupola da cui pende un bellissimo lampadario.
Guardo Eric e lui facendo spallucce nasconde il ghigno divertito.
Cerco di mantenere la postura e soprattutto di non pestargli i piedi. Non sono una brava ballerina, lo ammetto ad alta voce ma Edmund con molta pazienza mi insegna i passi senza mai cambiarli.
Guardandolo da vicino noto che oltre ad essere un uomo educato ed elegante, non ha poi così tante rughe e i suoi occhi, sono azzurri come il vetro. Un particolare che mi fa ripensare a lui.
Mi fa ridere con delle battute mentre prende in giro la moglie: Amelia. Sta ballando con Eric il quale mi sorride quando si avvicinano dopo avere raggiunto la pista.
«Sai, ho saputo che hai avuto problemi con mio nipote. Ethan è sempre stato così testardo. Mi dispiace tanto. È come suo padre, ma non è un cattivo ragazzo», scuote la testa.
Cerco di non bloccarmi inciampando sul vestito. Vorrei scappare ma non posso. E so anche di non potere evitare l'argomento all'infinito.
Sorrido arrossendo. «Si, è davvero testardo».
Ride. «Altro che se lo è. Vedrai, troverà un modo per farsi perdonare da te. Non ho mai visto mio nipote così felice con una ragazza. E dovevi proprio vederlo quando sei andata via l'altra volta, ha dato di matto distruggendo tutto», ride ancora. «Ha anche fatto il culo a quell'idiota. Dovevi rimanere per vedere quante gliene ha date», ghigna.
Queste parole mi colpiscono profondamente. Riesco però a tenere duro. Non posso di certo cedere proprio ora. Devo solo essere forte e superare tutto questo senza pensare ancora a lui.
«Chi le ha detto che...»
Edmund mi guarda intensamente facendomi bloccare. «Ho detto che suo padre è testardo, ma non ho mai detto che non mi fido di lui o che non parlo ancora con lui alle spalle di mia figlia. Daniel conosce suo figlio più di noi e se chiama per avvertirci che sta male, io non posso fare altro che sperare.»
Corrugo la fronte. «Sperare?»
«Che tu riesca a perdonarlo», notandomi a bocca aperta continua: «Ascoltami piccola, mio nipote non sarà perfetto ma se reagisce male dopo che uno stronzo ti ha offesa, significa che hai sbloccato finalmente qualcosa dentro di lui. E se suo padre mi chiama di notte dicendomi di essere preoccupato, non posso che sperare che tu metta da parte il risentimento per vivere quello che avete. Non pensare a quella ragazza. Pensa solo a te, a quello che senti.»
Deglutisco a fatica sentendo un enorme groppo in gola. «Grazie», sussurro stordita.
Edmund mi sorride. «Non ho mai visto qualcuno avere così tanto potere su di lui. È sempre stato riservato, a tratti irraggiungibile perché si è chiuso ermeticamente. Con te invece...» lascia in sospeso scuotendo la testa. «Andrà tutto bene, piccola», dandomi un buffetto continuiamo a ballare prima dell'arrivo di Amelia che, rimproverandolo lo trascina via.
Eric si avvicina di nuovo domandandomi silenziosamente di ballare con lui.
Accetto dopo averlo avvertito di non essere poi così brava a ballare. Lui ride poi come Edmund mi fa seguire la sua sequenza di passi per non avere problemi.
Non è poi così difficile: avanti, indietro, di lato e poi di nuovo dopo una giravolta.
«Scusa se lo chiedo ma sembri pensierosa. Prima... Edmund ti ha messa a disagio?»
«In realtà lo sono sempre», ammetto mordendomi il labbro inferiore.
Nega. «Riguarda qualcuno?»
È così evidente?
Annuisco abbassando gli occhi. Mi fa fare una giravolta improvvisa e gli finisco addosso. Arrossisco e ridacchiando esclamo: «Mi dispiace. Ti avevo avvertito che sono impedita».
Non sembra allarmato. «Potrei averlo fatto di proposito», con un cenno indica un gruppo di persone accanto al buffet. Anya e Mark stanno parlando animatamente lanciandosi strani sguardi. Non so che cosa rispondere per cui ballo in silenzio chiudendomi in uno strano mutismo.
«Ok Emma», inizia di punto in bianco.
Lo guardo cercando di cogliere la risposta attraverso i suoi occhi. «Anche se non disdegno le ragazze, sono gay», confessa.
Spalanco gli occhi. No, perché?
È davvero assurdo. Tutti i ragazzi belli, intelligenti e perfetti: sono gay.
«Credi che sia un problema per me?» rispondo in fretta non sapendo che altro dire. Non mi sono mai trovata in una situazione del genere.
Nega. «Voglio solo essere sincero. Non c'è un secondo fine. Così puoi rilassarti un momento e permettermi tranquillamente di conoscerti», mi rivolge un sorriso ed io sto già ricambiando.
Ora che conosco la verità, mi sento stranamente meglio. Il fatto che non ci proverà con me, non mi fa agitare. Glielo faccio subito presente e lui apprezza la schiettezza.
Stringe la presa sui miei fianchi. «Ho detto che sono gay. Questo non significa che non posso farti i complimenti.»
«Mi stai dicendo che sei stato con delle ragazze ma che non ha funzionato?»
Sorride. «Perspicace. Non mi eccito come dovrei».
Raggiungiamo il bar e Anya si affianca. Sembra su di giri ma felice.
«Scusa se non sono presente, non mi danno tregua», si lamenta per una manciata di minuti.
«La festa è la tua», mostro un sorriso finto.
Mark si avvicina rigidamente sussurrandole qualcosa all'orecchio e i due si allontanano.
Corrugo la fronte guardando intorno. C'è qualcosa che non va. Anche Ester e Edmund sono spariti.
Sento una voce schiarirsi. «Posso pretendere un ballo?»
Richard mi porge la sua mano viscida.
A malincuore accetto cercando di non apparire nervosa.
Non mi piace. È un uomo stronzo, privo di scrupoli. Più lo guardo più me ne convinco.
«Ti stai divertendo a quanto vedo. Ma non ti senti sola? Dove hai lasciato quell'impertinente?»
Mi irrigidisco allontanandomi leggermente. Purtroppo la sua mano si artiglia sulla mia vita spostandosi sulla schiena nuda.
Rabbrividisco avvertendo una nauseante sensazione di oppressione.
«Sai, è da quel giorno che me lo domando. Perché uno come lui tiene ad una come te così tanto da fracassare ogni oggetto e da picchiare me e mio figlio», stringe la presa.
Mordo la guancia trattenendomi dal rispondere. Sto per sentirmi male. Continuo a ripetermi di respirare. Io lo so perché Ethan tiene a me e non è di certo per la stessa ragione per cui io tengo a lui.
«Uno come lui merita una bella lezione. So che sarà possibile toccando il suo punto debole», ghigna.
Mi fa male il polso e la schiena, il punto in cui la sua mano sta premendo troppo sulla pelle.
Richard ha lo sguardo da assassino e i suoi occhi notando la mia reazione spaesata e in parte spaventata si accendono ulteriormente di eccitazione.
Cerco di togliermi di dosso le sue mani. Purtroppo con un movimento fulmineo mi immobilizza aumentando la forza.
Sento l'aria venire meno mentre trattengo dentro gli ultimi brandelli di educazione che sento di avere. Mordo così forte le guance da sentire il sapore del sangue in bocca.
Richard sorride. «Mi sto proprio chiedendo che cosa farebbe in questo momento. Ma non c'è», ride forte.
Lancio uno sguardo attorno. Non vedo Eric. Non vedo nessuno a parte la gente, i presenti che non sembrano accorgersi di niente. O forse... stanno solo facendo finta di non accorgersi che il padrone di casa mi sta facendo male mettendomi le mani addosso.
«Mi lasci andare», finalmente apro bocca alzando il tono. Non riesco più a trattenermi.
Ride divertito premendo maggiormente. «Mi piacerebbe ma così non manderei nessun segnale. Ho un conto in sospeso con lui ma anche con te, signorina», ringhia.
Cerco di divincolarmi colpendolo ma riesce comunque ad artigliarmi con una certa forza entrambi i polsi.
«Mi lasci. Mi sta facendo male», dico ancora nel tentativo di distrarlo e liberarmi.
«Scherzi? E perdermi lo spettacolo?»
«Mi lasci!»
«Ha capito quello che le ha detto?»
Le mie spalle tese si abbassano per un attimo quando Eric avanza posando una mano su quella di Richard prima di usare la forza allontanandolo da me.
Gli occhi iniziano a bruciarmi, a riempirsi di lacrime ma trattengo tutto dentro con un certo contegno.
Eric dopo averlo spinto e guardato male, per non fare scenate nel bel mezzo di una festa mi abbraccia in un gesto di protezione trascinandomi a debita distanza da lui.
«Tutto bene?», domanda preoccupato prendendomi il viso tra le mani. Tremano e so che sta trattenendo la furia. Conosco la sensazione.
Nego con un cenno della testa mentre Richard ascoltando replica: «Stavamo solo ballando», con finta innocenza.
Mi piacerebbe riempire la sua stupida faccia da cammello di pugni, ma trattengo la rabbia fissando inorridita i polsi rossi, solcati dalla sua presa ferrea. Ben presto il rossore lascerà spazio ai lividi. Questi non potrò coprirli.
Eric gli si avvicina a tanto così dal suo naso. «A me non sembra», dopo averlo spinto si stacca da Richard apparentemente allarmato dalla reazione. Eric torna da me. Mi scosto leggermente quando mi sfiora per errore la schiena. Si accorge della mia smorfia e facendo un lungo respiro mi porta in bagno dove prova a farmi calmare.
Lascia la porta aperta poi facendomi sedere sul bordo della vasca idromassaggio controlla i miei polsi e la schiena passandosi una mano tra i capelli. Stringe subito il pugno sulle labbra poi voltandosi impreca.
«Cazzo!» appoggiandosi alla superficie di legno del lavandino ovale inspira ed espira. «Lurido bastardo!»
«Non è niente. Non posso andare via senza Camille e non posso neanche stare qui», scuoto la testa mettendo il viso sulle mani dispiaciuta.
«Non è colpa tua ma di quel bastardo», replica aspramente Eric.
La porta emette un cigolio. Tommy entra in bagno bloccandosi. Spalanca immediatamente gli occhi inorridito quando nota i segni sui miei polsi. «Chi è stato?» appare improvvisamente impaurito.
Mi inginocchio accanto a lui. «Nessuno. Non è niente piccolo. Sono... sono solo caduta.»
Fa una smorfia. «Non sei caduta. È stato lui, vero?»
Mordo il labbro guardando smarrita Eric. Ma lui non ha nessuna risposta. «Sai mantenere un segreto? Questo lo è e non devi dire niente», rispondo con un filo di voce guardandolo speranzosa. Non voglio creare altri problemi. Non voglio che corra da Ester o a spifferarlo in giro.
Tommy guarda insicuro Eric poi mi fa segno di si prima di indietreggiare e scappare.
«Mi piacerebbe ammazzarlo di botte quel bastardo», sbotta Eric posando sulle mie spalle la sua giacca.
Nonostante il caldo accetto apprezzando il suo gesto. Nasconderà i lividi sulla schiena.
«So che non dovrei neanche chiedere ma, come stai?»
Scrollo la testa. «Mi sento umiliata e violata. Quell'uomo non ha proprio un briciolo di umanità. E se picchiasse Ester o Tommy? Hai visto anche tu che era spaventato.»
Il pensiero fa rabbrividire entrambi. Adesso tutto ha più senso. E se... Ethan fosse già a conoscenza di questa cruda realtà?
Eric incupendosi dice: «Sarà meglio tenerlo d'occhio».
Torniamo alla festa ma il clima sembra cambiato. Non vedo Anya nei paraggi mentre Camille si sta annoiando a morte e osserva trucemente Steve impegnato a pavoneggiarsi con dei ragazzi che sembrano altrettanto annoiati.
E se Eric non fosse arrivato?
Il pensiero mi coglie all'improvviso colpendomi ripetutamente al petto ed istintivamente lo abbraccio. «Grazie», sussurro spaventata.
«Prendiamo da bere e poi... per sdebitarti dovrai conoscere i miei genitori che mi reputano un asociale», alza il labbro.
Ricambio il sorriso. «Mi stai usando per mandare un segnale ai tuoi genitori?»
Alza la spalla. «Forse. Mi aiuterai?»
«Non avere dubbi», mettendomi a braccetto lo seguo prima al bar poi dai suoi genitori ritrovandomi circondata dalla sua numerosa famiglia.
Non ricorderò nessuno dei loro nomi perchè sono distratta e guardinga. Ogni volta che vedo apparire Richard, mi sento male. Eric se ne accorge tenendomi un braccio intorno alla vita. Come se questo gesto potesse aiutarmi.
Tra sorrisi, chiacchiere e battute, vedo Anya raggiungermi. Il suo volto è coperto da un alone di preoccupazione.
Quando mi abbraccia, sottraendomi alla presa delicata di Eric, trattengo a stento un verso di dolore. A lei non sfugge di certo e con un movimento repentino solleva la giacca fissando inorridita i segni prima di soffermarsi sui polsi. Vedo dilatarsi le sue narici e impallidisco.
«Tommy», sussurro in un soffio allarmata.
Lei annuisce scuotendo la testa prima di guardarmi come se fossi una bambola di ceramica.
Quindi è vero? Quell'uomo picchia sua moglie e un bambino?
«Non è come pensi...», la voce si inclina e per poco non mi strozzo quando tra la folla lo vedo.
Indossa uno smoking nero con delle rifiniture eleganti. Gemelli ai polsi. Sta sbottonando la camicia dopo avere allargato di poco la cravatta. I suoi capelli corvini sono scompigliati e gli occhi, maledetti occhi mi fanno tremare dentro e fuori. Vedo proprio il mondo inclinarsi.
Lo osservo meglio e mi rattristo. I suoi occhi sono rossi, ha le occhiaie. Sembra stanco e furioso. Barcolla leggermente ma non mi nota e io, posso allontanarmi in fretta.
Vederlo ridotto in questo stato a causa mia mi provoca una forte emozione. Sono giorni che lo evito. Giorni in cui mi è mancato come aria che respiro a stento in questo momento. Ma non posso avvicinarmi a lui. Non riuscirei a contenere le troppe emozioni. Mi sento proprio sopraffatta.
Anya prova a fermarmi ma le faccio capire che non posso. Non posso accontentarla. «Ho bisogno di un po' d'aria», blatero allontanandomi da lei mentre Eric mi segue verso l'entrata dove mi appoggio allo stipite della porta aperta cercando di respirare.
Il suo profumo è delicato mentre il calore della giacca per fortuna mi aiuta a recuperare la calma di cui ho urgente bisogno.
Abbozzo un sorriso seppur forzatamente quando lui mi guarda e accetto di ballare dimenticando per pochi istanti ogni cosa. È quello che mi serve: dimenticare, andare avanti.
«Scusatemi ma devo ballare di nuovo con questa bellissima principessa», dando una pacca sulla spalla a Eric, Edmund stringe la mia mano e senza attendere mi guida in un lento.
Sembra contento e del tutto ignaro. «È venuto. Tutto questo grazie a te», sorride radioso ma lo blocco. «In realtà non penso sia grazie a me. Vede, non parlo con suo nipote da quando è venuto a trovarmi nel posto in cui abito attualmente e... l'ho cacciato perché lui mi ha ferita. Lo avrà convinto Anya. Lei riesce sempre ad ottenere quello che vuole», ricambio il sorriso sentendomi immensamente triste.
Edmund scrolla la testa. «Ti sbagli. Non credo sia mia nipote la ragione. Figliola, sono vecchio abbastanza e ci vedo bene. Ethan non metterebbe mai piede qui dentro senza un valido motivo», replica facendomi fare una giravolta. «Non sopporta quell'uomo e sono anni che non viene a trovarci. Questa è la seconda volta che lo vedo e mi fa piacere che lui abbia trovato qualcuno per cui lottare».
Inizia a girarmi la testa. Non so se per lo champagne che ho bevuto o per la forte emozione che sento verso quel ragazzo.
Ringrazio Edmund per il ballo e scusandomi mi allontano dalla pista e dall'orchestra che sta intrattenendo gli ospiti.
Ho paura di barcollare visibilmente o peggio: svenire. Entrando in cucina decido di mettere qualcosa sotto i denti. Prendo una fetta di torta e appoggiata al bancone della cucina mangio in totale tranquillità.
«A quanto pare questa deve essere la mia serata fortunata».
Balzo indietro portando la mano al petto. «Non si avvicini», alzo il tono di voce fissandolo con astio.
Si avvicina senza la minima esitazione. Mi scanso uscendo in giardino. «Ho detto...»
«Andiamo Emma, sappiamo entrambi che non andrai a raccontare niente a nessuno. Proprio come quel piccoletto che adora tanto le sue stupide piante. Questa cosa mi diverte parecchio», ghigna seguendomi.
Il mio cuore perde qualche battito prima di iniziare a palpitare a velocità scostante. Sono quasi giunta in pista, pronta a scappare quando mi strattona. «Dove credi di andare?» urla ringhiando.
Attorno non vola una mosca. L'orchestra si ferma. La giacca scivola a terra rivelando i segni sulla schiena e quelli più in evidenza sui polsi.
Sento un certo vocio alle spalle ma attualmente non ho coraggio di voltarmi. So cosa sta succedendo. Non voglio essere compatita o additata.
«Richard»
Attorno rimbomba la voce stridula e carica di Ester che sorpresa avanza dalla porta sul retro. Quando è così vicina da notare ogni cosa, gli occhi le si riempiono di lacrime.
Richard sfodera il suo più grande sorriso minacciandola silenziosamente. «Tesoro, non è il momento. Non credi?» mi lascia andare i polsi.
«No, credo proprio sia il momento. Che diavolo stai facendo?» gli urla fissandomi i polsi, i segni.
Raccolgo velocemente la giacca di Eric porgendogliela quando si avvicina. Mi domanda silenziosamente se sto bene e nego. Sono spaventata.
«Vuoi davvero saperlo? Stavo giusto dando una lezione a questa piccola...»
All'improvviso cade a terra. Vengo tirata indietro rischiando di inciampare sui miei passi. Eric mi abbraccia impedendomi di guardare. Attorno si sente un urlo generale e il mio cuore prende il volo.
«Ti avevo avvisato lurido bastardo. Ti avevo avvertito di non toccarla», irrompe una voce roca e familiare sovrastando ogni altro rumore anche se attorno c'è solo silenzio.
Ester emette un breve urlo tappandosi la bocca con la mano mentre Ethan incombe minaccioso e spietato su Richard.
Batto le palpebre rendendomi conto solo adesso di ciò che sta succedendo.
«Ho capito tutto sin dal principio. Avevo avvertito mia madre ma lei continuava a negare e a negare...» urla assestandogli un pugno in faccia.
Richard non fa altro che ridere. È questo il suo gioco. Nessuno però osa aiutarlo. La gente è sgomenta. Ad un certo punto si alza un brusio fastidioso e delle brutte esclamazioni.
«Io non ho fatto niente», mette le mani avanti.
«Hai picchiato mia madre, mio fratello e adesso anche lei... non», lo colpisce così forte da stordirlo.
«Ethan fermati», urla Anya.
Cerco Mark tra la folla e quando i nostri occhi si scontrano lui capisce al volo. Poi, osservando Richard ha la conferma del suo gioco per cui agisce nell'immediato facendo cenno ad Eric di allontanarmi.
Indietreggiamo mentre sul prato si porta avanti una violenta rissa. Questa, ben presto si sposta in cucina dove si sente lo schianto di qualche bicchiere e piatto di ceramica poi in soggiorno ed infine all'entrata.
Molti degli invitati provano ad intervenire ma Richard ed Ethan hanno delle questioni da risolvere e sono troppo furiosi oltre ad essere carichi per fermarsi.
Mark fa cenno ad Eric che staccandosi da me lo aiuta per allontanarli.
Mi ritrovo contro la parete, spaventata. Steve fa la sua comparsa. Ha lo sguardo di chi è appena stato lasciato. Camille si accosta osservando la scena sbigottita. «Che mi sono persa?» chiede persino mordendosi immediatamente il labbro quando Anya le scocca un'occhiata gelida.
Sono troppo scossa e impegnata ad osservare la scena che mi si para davanti per prestare ascolto.
Ethan cerca di liberarsi dalla presa ferrea di Mark per acchiappare Richard, mentre questo tenuto fermo da Edmund ed Eric continua a ridere come un pazzo.
«Adesso basta!», urla Ester.
Ci blocchiamo tutti. Quasi non respiro. La guardo con una certa ammirazione. Ha davvero una forza straordinaria questa donna che ha subito in silenzio forse per anni ricattata da uno stronzo senza scrupoli.
Infatti è il primo a provare a parlarle. Lei lo azzittisce immediatamente. «Basta!» lo guarda in cagnesco. «Per anni ho dovuto tenere tutto dentro per paura che tu mi portassi via ogni cosa. Ne ho abbastanza di te», sbraita. «Denunciami pure o fa partire quello che vuoi, ma vattene da casa mia», respira a fatica. «Hai toccato mio figlio, hai toccato me...» la voce le si inclina. «Hai minacciato la mia famiglia per anni e io... io te l'ho permesso perché avevo paura di ammettere la verità. Adesso però hai fatto del male ad Emma...», inumidisce le labbra deglutendo a fatica. «Hai superato il segno. Vattene», le sue spalle sono sempre più rigide.
Richard smette di sorridere strabuzzando gli occhi. Con la manica strappata del vestito asciuga il naso insanguinato. «Che cosa?» non sembra capire.
«Hai sentito benissimo quello che ti ho detto. Non è la prima volta che ti comporti da mostro. Mi vergognavo perché mio figlio ha sempre avuto ragione su di te e non volevo ammetterlo. Come non ho mai ammesso che mi picchiavi perché ti ubriacavi...», non riesce a parlare, tantomeno a contenere la rabbia. «Hai fatto del male ad una persona per ferirne un'altra. Non avrei mai dovuto accettarti. Non avrei mai dovuto subire in silenzio. Non avrei mai dovuto avere paura. Sei un viscido pezzo di merda. Uno stronzo bastardo!» avvicinandosi a lui lo spinge oltre la porta facendolo cadere. «Vattene e non farti più vedere!», il tono le esce stridulo. Ma il modo in cui parla, mi fa quasi paura. È come quando Ethan si arrabbia. Forse peggio.
Richard aggiusta la giacca. «Sai benissimo che ti toglierò tutto. Ho numerose conoscenze», alza il labbro in un ghigno malefico. È imbrattato di sangue e non oso guardare Ethan.
«Fai quello che devi. Ci vedremo in tribunale e ricorda che le registrazioni mi aiuteranno a strappare via dal tuo viso quel sorriso», minaccia Ester, la voce le trema. Mantiene comunque la postura e il contegno.
Richard appare colpito. «Mi stai davvero minacciando per una piccola puttanella che il tuo teppista si porta a letto?», mi indica.
Ethan riesce in qualche modo a divincolarsi dalla presa di Mark e gli si avventa addosso riempiendolo di pugni.
Ancora una volta Mark lo trascina lontano da lui faticando a tenerlo fermo, bloccandolo contro la parete esterna, ringhiandogli qualcosa addosso per farlo calmare.
Sono troppo lontana, troppo impaurita per avvicinarmi a loro e ascoltare.
Eric incapace di trattenersi colpisce al posto di Ethan Richard che urla di dolore. «Le hai fatto del male. Sei solo un bastardo. Non ti permetterò più di mettere le mani addosso a qualcuno. Non ti permetterò più di stringere i polsi o solcare la schiena con il palmo delle tue luride mani ad una ragazza! Ringrazia Dio che sei ancora vivo, ma pregalo perché finirai presto in prigione», tuona incapace di trattenersi.
Ester barcolla indietro mentre Anya solleva i miei polsi. Mi scanso. Non voglio essere toccata. Lei intuendo mette le mani avanti.
«Era il primo modo per dare una lezione al tuo adorato figlio bastardo. Forse non lo sai ma è stato proprio lui a iniziare», parla ancora nonostante il sangue coli a fiumi dalla sua bocca.
Deve avere perso qualche dente.
Con enorme sorpresa di tutti questa volta a colpire è proprio Edmund. Gli sgancia un destro da paura e Amelia lo guarda più che orgogliosa. «Era da un pezzo che volevo farlo. Esci da casa mia e porta dietro quella feccia di tuo figlio!», Edmund si sistema la giacca e va ad aprire personalmente il cancello.
Richard inizia a sbraitare e dopo un paio di minuti, se ne va pestando i piedi sul viale.
Mi sento mancare. Per un lungo quanto interminabile istante vedo tutto nero. Quando mi riprendo batto le palpebre a rilento. Mark sta trascinando Ethan agitato al piano di sopra mentre Ester da infelice e buona padrona di casa insieme ai suoi genitori riprende le redini continuando la festa. Hanno un contegno e un legame straordinario.
«Emma»
«Emma»
La voce di Camille arriva distante alle mie orecchie. La guardo confusa. Ma non è lei a chiamarmi.
«Solo tu puoi farlo calmare», mi dice poco prima di entrare in soggiorno Ester.
Anya se ne sta ancora impalata a fissare i lividi evidenti sui miei polsi. Avvicinandomi a lei poco prima che scoppi a piangere l'abbraccio.
«Poteva farti molto male», singhiozza sonoramente. «Io non avevo capito niente», inizia a sentirsi in colpa.
Nego. «Starò bene», la rassicuro. «Adesso tua madre non avrà più paura e non sarà infelice», le sussurro sulla spalla.
«È colpa mia», la sua testa oscilla.
«Ssshhh. Va tutto bene».
«Dobbiamo andare», dice tirando su con il naso guardando corrucciata le scale.
Prendo fiato prima di salire in silenzio al piano di sopra dove notiamo subito il caos generato dal passaggio di Ethan.
I quadri, i vasi, le statue, ogni cosa non è più al suo posto ma sul parquet. Superiamo i primi due metri facendo attenzione ai cocci rotti sentendo le urla provenire da una delle stanze. A quanto pare Mark sta cercando di tranquillizzare Ethan senza successo perché fuori controllo.
Anya mi ferma quando avanzo la mano sulla maniglia pronta a spingere la porta. «Non mi farà del male», la rassicuro.
Anya morde il labbro tentennando. «Ascoltami», inizia prendendomi le mani mentre nel frattempo sentiamo dalla stanza qualche rumore. «Ethan potrebbe trattarti molto male», inumidisce le labbra sobbalzando quando sentiamo qualcosa schiantarsi sulla porta. «Non lo dirà perché lo pensa. Ti prego, prova a farlo calmare. Solo tu puoi riuscirci. Io non posso entrare perché lui... è arrabbiato con me visto che ti ho tenuta lontana e... Mark, deve uscire immediatamente da lì dentro perché lo conosco. Così come conosco mio fratello e so che tra poco esploderanno entrambi.»
Rabbrividisco al pensiero di vederli lottare l'uno contro l'altro. Facendo cenno di avere capito, con il cuore a mille e impaurita, soprattutto senza un piano, entro dentro a passo insicura guardando Anya che mi guarda con fiducia rimanendo in corridoio.
Mi volto e per poco non vengo colpita da un vaso che mi si schianta proprio sulla testa. Mi abbasso coprendomi. Per fortuna scanso i cocci che volano appena in tempo.
Ethan smette di sbraitare addosso a Mark sempre più teso. Attorno non vola più una mosca.
«Merda», ringhia superando Mark. Ma quest'ultimo avvicinandosi si assicura che io non abbia qualche altro graffio. «Anya ti aspetta fuori. Va», indico la porta e lui dopo avere stretto le mie mani esce subito dalla stanza mantenendo lo sguardo vitreo verso Ethan.
Mordo il labbro prendendo fiato. Imbarazzata e a disagio alzo gli occhi e i suoi sono fissi.
Dandosi una scrollata mi raggiunge. «Ti ho fatto male?» chiede spaventato.
Vedendomi indietreggiare mette le mani sulla testa. Non so perché mi sto comportando in questo modo, non ho paura di lui. Ho paura delle mie reazioni. «Emma, ti ho fatto male?» chiede con più decisione.
«No», sussurro fissando i resti del vaso.
Mi sento come i cocci. Dopo una delusione diventi freddo. Ti spegni. Ferisci più del vetro.
«Dannazione!», si avventa contro un altro vaso scagliandolo verso la parete opposta. Poi urla, ringhia, impreca continuando così, con furia, per altri interminabili minuti.
Mi appoggio alla parete scivolando lentamente a terra. Continuo ad osservarlo lasciando che si sfoghi, che getti fuori tutto quello che trattiene da tempo. E non lo fermo.
Rifletto sul nomignolo che gli hanno attribuito: "distruttore". Adesso comprendo il significato esatto della parola.
Lancio uno sguardo all'anta del mobile aperta dove si trovano una serie di bottiglie di vino.
Avvicinandomi ne prelevo una e dopo averla stappata bevo attingendo direttamente dalla bottiglia godendomi lo spettacolo nel tentativo di trovare una soluzione.
Quando non trova più niente, avvicinandosi alla parete, si avventa proprio su questa picchiando con vigore i pugni intaccandosi le nocche.
Mi alzo di scatto e preoccupata che possa farsi male mi fiondo davanti a lui. Lui che si ferma quando afferro i suoi pugni chiusi chiudendo gli occhi. Lui che trema affannato. Di colpo il suo sguardo muta. Non sembra più arrabbiato ma smarrito.
I miei occhi si posano sulle sue nocche. Le mie dita stanno sfiorando i segni, i tagli pieni di sangue che scorre dai suoi pugni chiusi. Sfioro i tatuaggi coperti dalla macchia rossa rabbrividendo. Ha proprio fatto un gran danno. Sollevo poi lo sguardo sul suo petto scosso dall'affanno.
«Ti prego... spostati», minaccia digrignando i denti.
In questo modo cerca di intimidirmi. Ovviamente non funziona. Scuoto la testa avvicinandomi a lui.
Basta il suo inconfondibile profumo a farmi barcollare. Mantengo la calma nonostante questa brutta sensazione addosso. Mi sento morire e non perché lo odio: perché mi manca.
Il suo respiro cambia ancora. Non posso trattenermi e spingendomi su di lui lo abbraccio.
Colto alla sprovvista si irrigidisce. Il suo corpo si tende mentre il mio si adagia sul suo. Batte le palpebre un paio di volte abbassando il viso respirando a fatica.
Prendo coraggio. «So come ti senti. Vuoi fare tutto a pezzi. Vuoi mettere a soqquadro ogni cosa. In questa stanza però non c'è più niente a parte me e te. Se ti può fare sentire meglio puoi sempre scagliarmi dall'altro lato della stanza, anche se dubito che lo farai. Quindi non ti rimane che seguirmi», sussurro alzando lo sguardo. «Inoltre, ti sto abbracciando quindi potresti ricambiare il gesto e non farmi sentire come una scimmia attaccata ad un albero», uso un tono calmo, dolce, sincero.
Appare indeciso. Dopo qualche istante però mi stringe a sé affondando il viso sul mio collo.
Sento il mio cuore unirsi al suo in un unico battito. Lo stesso ritmo frenetico prende vita mentre chiudo gli occhi sentendo le sue labbra posarsi delicate sotto l'orecchio poi sulla mia fronte.
Mordo il labbro. So che non è del tutto in sé, padrone delle proprie emozioni ma, so che non mi farebbe mai del male, mai.
«Così va meglio», mormoro tremando.
Si ravvede. «Ti sto sporcando di sangue», facendo un passo indietro osserva inorridito la macchia che ha lasciato con i suoi baci.
Stringo la sua mano con una certa sicurezza. «Non preoccuparti. Con un po' d'acqua andranno via», afferro due bottiglie e lo porto lungo il corridoio poi dentro la stanza, quella di Steve.
Poso le bottiglie sul cassettone mentre lui stringe i pugni in vita guardando tutto con odio.
«Abbattiamo tutto», dico passandogli la bottiglia.
Esita poco prima di esplodere. Dentro di me scatta qualcosa e sentendo il bisogno di uno sfogo lo aiuto.
È davvero una strana sensazione fare a pezzi qualcosa che non ti appartiene. Scaricare la rabbia contro un muro o sul pavimento genera una scarica di adrenalina pazzesca.
Da qualche parte ho letto che questo aiuta molto le persone. E so che mi sentirò in colpa per averlo fatto, ma se questo mi aiuterà a scaricare un minimo la tensione e lo calmerà, continuerò a farlo senza esitare.
Ad un certo punto Ethan si ferma al centro della stanza ormai distrutta. Guarda ogni cosa. Scuotendo la testa disgustato dal suo comportamento, prendendomi per mano mi porta via dalla stanza. Ancora una volta superiamo il corridoio facendo attenzione ai cocci rotti per terra e aperta una piccola porta mi ritrovo in una stanza diversa, con più personalità rispetto alle precedenti. Comprendo subito dove mi trovo: questa era la sua camera.
Posa le bottiglie all'angolo, allenta la cravatta prima di toglierla gettandola insieme alla giacca del vestito sul letto. Lo fa come se pesassero.
Tolgo i tacchi, mi fanno malissimo i piedi. Scivolo a terra muovendo le dita con una smorfia prima di massaggiarli.
Sedendosi a gambe incrociate proprio davanti a me, come un bambino imbronciato gratta la guancia prima di sbottonare la camicia e afferrarmi il piede iniziando a massaggiarlo scaricandomi addosso lunghe scosse in grado di farmi ansimare.
Sfiora la cavigliera salendo con l'indice su per la gamba. Mordo la guancia rimanendo ad occhi chiusi mentre sento le guance prendere fuoco. Non lo fermo, lo lascio fare. So che si sta calmando e sta cercando di concentrarsi su qualcosa di diverso per non perdere di nuovo il controllo.
Gli passo la bottiglia stendendomi come lui a gambe incrociate. Brindiamo silenziosamente. Dalle finestre nel frattempo entrano le risate, la musica della festa ancora in corso al piano di sotto dove poco prima si portava avanti una rissa.
I suoi occhi si posano sui segno ai polsi e stringendo i denti chiede: «So che non dovrei, ma come stai?»
Prendo un respiro. «Voglio essere sincera con te. Mi sento un vero schifo ma sono ancora intera», mando giù un lungo sorso di vino facendo una smorfia. Non sono una grande intenditrice ma questo ha un saporaccio. Tossicchio allontanando da me la bottiglia spostando la mia attenzione verso la stanza.
È la più piccola rispetto alle altre. Ma è davvero in ordine ed accogliente. C'è un poster di Star Wars appeso alla parete sopra il letto e di fianco un quadro pieno di foto. La coperta sul letto è di un tenue azzurro, proprio come le pareti.
La curiosità mi spinge ad alzarmi per osservarle una ad una ma non oso farlo perché Ethan potrebbe prendere male ogni mio strano movimento. Potrebbe avere una crisi di nervi e non ho intenzione di seguirlo a ruota.
Distendo la gamba. Mi fa male e sono costretta ad una smorfia di dolore. Ho dimenticato il tutore da Ethan e nei giorni precedenti non sono riuscita a rintracciare Gordon, il padre di Mark, per ottenerne un altro. Ho anche forzato la gamba e non solo con le innumerevoli corse fatte nel cuore della notte, adesso anche con i tacchi.
Un comportamento non propriamente maturo da parte mia. Ma a tutto c'è una ragione.
Notando la mia sofferenza la sua mano si posa sulla caviglia afferrandola. Fa attenzione alla cavigliera d'argento con una stella al centro, un piccolo autoregalo.
Sussulto sotto il suo tocco improvviso.
Mentre lo osservo mi domando se si è mai pentito di avere fatto un tatuaggio.
La sua mano sale sulla rotula, verso la coscia.
Inarco la schiena mordendomi il labbro. Trattengo un gemito scossa da innumerevoli brividi.
Perché riesce a farmi sempre lo stesso effetto della prima volta. Nonostante la rabbia, la delusione, l'amarezza, tutto è come lo abbiamo lasciato.
I suoi occhi seguono ogni suo movimento che si abbatte sulla mia pelle con una lentezza disarmante in grado di distrarmi.
Di colpo afferra la coscia, boccheggio e non ho neanche il tempo di fermarlo perché mi ritrovo a cavalcioni su di lui.
Mi sento precipitare nell'oblio.
La sua attenzione si posa sul seno, sulla gola, sulle labbra, nei miei occhi.
Il cuore si ferma prima di prendere il galoppo quando le sue mani stringono le mie natiche premendomi a sé e la sua bocca si avventa sulla mia con impeto.
Poso i palmi sul suo petto caldo sentendo sotto pelle i suoi battiti sempre più in aumento mentre mi trattiene con una mano sulla schiena e una tra i capelli. Mordo il suo labbro e geme avvicinandomi a sé. La mano strizza la natica e allargo le cosce ansimando, muovendo i fianchi mentre mi impedisce di staccarmi avvolgendomi con passione nel suo bacio disperato.
Riuscendo a staccarmi dalle sue labbra dopo un brevissimo attimo di lucidità, prendo fiato. Non posso distrarmi o perdere il controllo. Non ora che sto iniziando ad essere di nuovo me stessa.
Prova a baciarmi e lo fermo. «Sono arrabbiata e così delusa con te. Questo non cambierà niente tra noi», sussurro a fatica guardandolo dritto negli occhi per pochissimi istanti.
Annuisce dispiaciuto. «Lo so», mormora sulle mie labbra facendomi fremere prima di baciarmi ancora con trasporto lasciandosi cadere indietro, con la schiena sul tappeto. Sono su di lui. Le sue mani sui miei fianchi si spostano sotto lo spacco dell'abito, sulle mie cosce, senza lasciarmi scampo.
Gioca con le mie labbra schioccando piccoli baci. «Non dovevi crederle», inizia accarezzandomi il viso costringendomi a muovere i fianchi. «Mi farò perdonare. Troverò un modo. Te lo prometto Emma», sussurra affannato. Le guance accaldate dell'alcol, dalla furia, forse dall'affanno. «Non dovevi ascoltarla. Lei è così. Distrugge ogni cosa perché è solo gelosa», continua frustrato. «Ethan...» provo a parlare ma sembra averne bisogno. «È gelosa di te. Non ha mai avuto una reazione così, neanche con quelle ragazze che alle feste o al Devil's Club ci provavano con me. Non posso sopportare che tu creda alle sue parole e non a me», scuote la testa. Le sue dita scostando lievemente il mio viso tenendolo per il mento. «Farò tutto il possibile per riconquistare la tua fiducia, perché non ho nessuna intenzione di perderti», riavvicina il mio viso sfiorando le mie labbra.
Sento mancare il terreno sotto. Le sue parole mi spiazzano, mi disarmano.
Posso davvero credergli?
La rabbia in un attimo viene spazzata dal suo sguardo profondo e sincero.
Chiudo gli occhi rialzandomi leggermente. Sto barcollando, sono alla deriva. Non so se credergli, non so se posso fidarmi ancora, non so se posso aprire il mio cuore ferito un'altra volta.
Ethan sospira intuendo il conflitto che ho dentro e tenta di trattenermi su di sé. «Te lo dimostrerò ma non scappare da me», attira la mia bocca alla sua. Si rialza lentamente con il busto prendendo tra le mani il mio viso.
Ho il cuore a mille, sta per uscire dal petto. Riesce a farmi impazzire con così poco. Mi sento così fragile accanto a lui in questo momento. Così esposta.
«Adesso ti senti calmo?», chiedo riprendendo il controllo del mio corpo e delle emozioni aggiustando l'abito. Sono imbrattata di sangue che sento asciugarsi sulla pelle e sto per perdere il controllo. Perché quando gli sto vicino: sento ogni particella del mio essere impazzire per lui.
Annuisce stordito. Porgendogli la mano lo aiuto a rimettersi in piedi e notando una porta che conduce al bagno lo trascino con me.
Prendo subito un asciugamano bianco dalla mensola in alto e bagnandolo mi volto pronta a pulire il suo bel viso macchiato dalla furia, intaccato dalla violenza. Dal viso passo al collo e poi alle nocche. La camicia è così sporca da non riuscire a trovare i bottoni per sfilargliela.
Torno in camera frugando tra i cassetti e trovandone una pulita della giusta taglia lo raggiungo porgendogliela senza mai staccare gli occhi dai suoi.
Mentre si abbottona questa mi guardo allo specchio per la prima volta e inorridita dagli schizzi rossi simili a pennellate sulla mia pelle pallida, sciacquo il viso facendo attenzione a non sbavare il mascara.
Braccia tatuate cingono il mio ventre. Il mento sulla mia spalla e gli occhi sullo specchio.
I miei percorrono i disegni sul braccio pieno di graffi, inchiostro nero e vene, muscoli in evidenza. Ha rigirato le maniche facendomi capire che solo così si sente a suo agio.
Entrambi ci guardiamo in parte complici. Quando piega la testa di lato mi scappa un sorriso: sono imbarazzata e la sensazione che mi sta attraversando tutto il corpo è paragonabile ad una forte scarica elettrica senza controllo.
Anche lui sta sorridendo e vederlo così rilassato e sentirmi così in pace dopo giorni interi a vedere solo un mondo grigio, mi tranquillizza.
Voltandomi trovo il suo corpo premuto. I miei palmi risalgono sul suo petto abbottonandogli l'ultimo passante. «Manca la cravatta», gli faccio notare.
«No, non manca niente», replica afferrandomi per una guancia avvicinandomi a sé.
Lo trattengo posandogli l'indice sulle labbra. «Possiamo scendere», schiudo le labbra.
Si irrigidisce provando a parlare ma notando il mio sguardo fa un profondo respiro seguendomi fuori dal bagno, dalla sua graziosa stanza, poi in corridoio.
Stringe la mia mano fermandosi ad osservarla. Il pollice a sfiorarmi il livido sul polso, sulle nocche.
«Che c'è?» chiedo.
Sorride in modo timido, in quel modo che a me fa impazzire. «Ti ho detto che ti starebbe bene qualche tatuaggio?»
Ricorda anche lui quel momento? Come fa se era ubriaco?
Prendo fiato quando mi ritrovo a sorridere. Un minuto in più con lui e sono fottuta, mi dico. Lo so, conosco bene il mio corpo, come reagisce al suo.
«Starai bene?» si ferma per non terminare queste scale concludendo un momento così intimo.
Sto pensando alla prima volta in cui l'ho conosciuto. Alla sensazione di appartenenza avuta. Al coraggio di lasciare andare la sua mano e scendere seppur controvoglia dalla sua auto.
Il mio cuore ha capito dal primo istante, prima di tutti, cosa sarebbe accaduto.
«Lo spero», ammetto ritornando al presente. Un gradino a dividerci. La sua mano a trattenere la mia.
«Faremo tutto con calma», dice raggiungendomi con sguardo intenso. Per un attimo vorrei tanto credere a questa promessa. Non trovando una risposta sincera da dargli, quella giusta in grado di spazzare via questi giorni di sofferenza, continuo a scendere le scale. «Tu starai bene?» lascio andare la sua mano mettendo piede sul pavimento fresco al tatto. Sono scalza, le scarpe nella mano libera.
Lo guardo. Non gli serve più il mio aiuto. In realtà non so nemmeno se la mia presenza sia servita a qualcosa.
Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per recuperarlo dall'oscurità che stava tentando di inghiottirlo. Ho fatto tutto ciò che potevo per non perderlo per sempre ma ora che mi guarda, mi rendo conto che l'unica ad essersi persa, sono io. Nessuno verrà mai a salvarmi perchè nessuno sa dove sto precipitando. Forse in un vuoto senza fine. Forse ancora una volta nel buio.
«Non lo so», risponde provando ad avvicinarmi a sé, quasi non sopportasse la breve distanza.
Blocco il gesto posando il palmo della mano sul suo cuore. Sorrido in modo forzato. «Devi andare. Tua madre ti sta aspettando. Ha bisogno di te», sussurro con un enorme nodo alla gola. Poi mi volto lasciandolo andare.
Gli ultimi minuti passati accanto a lui al piano di sopra, sono stati importanti. Mi hanno mostrato un nuovo aspetto di Ethan, la sua forza, la sua rabbia, la sua improvvisa e nascosta fragilità.
Ho visto un ragazzo chiuso nella propria corazza carica di risentimento ed odio verso il mondo.
Forse non sono la persona giusta. Non posso salvarlo da se stesso; posso solo aiutarlo a superare questo primo ostacolo.
Chiudo gli occhi, deglutisco e asciugo l'unica lacrima scesa dai miei occhi. Poi mi volto e lo vedo andare via, raggiungere la sua famiglia che lo sta già aspettando.
Eric e Camille invece, mi attendono sulla soglia. Non appena mi vedono arrivare mi raggiungono.
Drizzo la schiena. Posso essere forte. Anzi, devo esserlo, per me stessa.
«Dobbiamo andare», la voce trema ma rimango composta, nascosta dietro una maschera che da oggi sarà la mia nuova corazza.
Camille annuisce senza parlare accompagnandomi verso l'uscita.
Preferisco andare via così, uscire di scena senza fare rumore.
Non sono codarda. Non voglio guardare negli occhi Anya o suo nonno o Ester. Non voglio ricevere da parte loro degli inutili ringraziamenti.
Non ho fatto niente. Non sono riuscita a salvare davvero il loro Ethan.
Non voglio neanche vedere quei volti. Tutta la gente che non ha neanche mosso un dito quando quel mostro ha cercato di farmi del male.
Ho solo bisogno di una cosa: tornare nel mio unico rifugio prima della mezzanotte. Perché quei rintocchi e il tempo, ancora una volta, si prenderanno beffa di me augurandomi: buon compleanno.

N/a:
~ Buona sera, come state? Spero tutto bene. Le cose sembrano rimettersi sempre al loro posto perché Ethan ed Emma sono l'incastro perfetto di un puzzle che il destino ha deciso di creare mettendo sul loro cammino sfide, delusioni e molti dubbi sul loro rapporto. Come andranno le cose?
Spero che questo capitolo vi sia piaciuto. Fatemi sapere cosa ne pensate. Riempiamo questo capitolo di commenti. (Tenetemi compagnia).
Inoltre potete trovarmi su Instagram se vi va di seguirmi o parlare con me. Grazie davvero a tutte di cuore per questi piccoli ma grandi risultati. Adesso vi faccio conoscere il resto dei personaggi.
Un abbraccio,
Giorgina❄️ ~

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Ester ♥️

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