Capitolo 5

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«Emma svegliati!»
Sento dolore, tanto dolore irradiarsi ovunque partendo dal petto, ma non riesco a muovermi. Il panico pervade velocemente i miei sensi già intorpiditi dal freddo. Non posso e non riesco ad aprire gli occhi. Non posso e non riesco quasi più a respirare perché attorno, attorno c'è puzza di sangue, di fumo, di benzina. Mi sento scuotere ma non ho nessuna forza per riprendermi. Inizio a sentirmi stordita, agitata. Inizio a perdermi.
«Emma svegliati!»
«NO!»
Urlo forte spalancando gli occhi. La mia stessa voce mi fa impaurire. Boccheggio agitata nel tentativo di capire dove mi trovo. Se questa è la realtà.
Sono sul letto, le coperte nere e bianche aggrovigliate attorno alle gambe. Sudo freddo, tremo. Il petto scosso dall'affanno, dalla paura.
Di colpo sento bussare insistentemente alla porta. Un rumore che si riverbera dentro le mie orecchie ferendomi.
Mi alzo velocemente, troppo, infatti provo subito dolore alla gamba. Quando penso di riuscire a reggermi in piedi, zoppico verso la porta. La mano trema posandosi sulla maniglia. Piego leggermente il polso e la porta si spalanca prima del previsto. Rimango impietrita e folgorata dall'intensità del suo sguardo.
A volte gli occhi sono un gran problema. Ti sussurrano parole, imprimono dentro sensazioni ed emozioni che non sarai più in grado di cancellare dalla tua pelle.
Ethan se ne sta assonnato, a torso nudo, attento e preoccupato proprio davanti a me. Mi irrigidisco. I miei occhi saettano su quei tatuaggi intricati che macchiano la sua pelle liscia e bianca. Sulle sue forme scolpite ma allo stesso tempo delicate. Quell'armonia tra pelle e inchiostro che lo rende ai miei occhi diverso.
Deglutisco a fatica. Che ci fa qui?
«Stai bene?» Domanda guardandosi attorno. Quasi entra in camera per assicurarsi che io sia sola e che nessuno si trovi sotto il letto pronto a farmi fuori.
Porto le dita sul sopracciglio, nel punto in cui inizia a farsi sentire il mal la testa. «Scusa, non volevo svegliarti. Anya avrebbe dovuto avvisarti. Mi dispiace!» Indietreggio a causa del dolore alla gamba verso il letto e mortificata abbasso lo sguardo. Ho un attacco di panico e prendo il viso tra le mani mentre cerco di recuperare il controllo e principalmente il respiro prima di perdere i sensi. Non ora. Non ora. Continuo a ripetermi.
Sento due passi sul pavimento. Ethan si avvicina con cautela. Non ha un'andatura goffa. È sicuro di sé anche mentre cammina. Inginocchiandomisi davanti posa due dita sotto il mento alzandomi il viso, costringendomi così a guardarlo dritto negli occhi. Lentamente le sue dita scivolano sulla mia guancia e in breve mi ritrovo la sua mano premuta contro pelle pronta a bruciarmi.
«Mia sorella avrebbe dovuto dirmi tante cose. Ad esempio che Scott è il tuo ragazzo», esclama quasi scocciato dalla cosa.
Mi sento confusa. «Avrebbe dovuto dirti che soffro di terrori nottu... cosa?» chiedo di getto.
Ho sentito bene? E cosa c'entra adesso questo?
«La notte della gara quando ti ho fatto una domanda ben precisa, non sei stata sincera. Non mi hai detto che hai un ragazzo e che quel ragazzo è Scott!» sbotta irritato.
Scuoto subito la testa come se volessi cancellare le sue ultime parole, come se volessi fermarlo.
«Non lo ero. Cioè non lo sono, Scott non è il mio ragazzo. Scusa se ti ho svegliato», sussurro battendo le palpebre velocemente e alzandomi dal letto mi allontano di un paio di passi da lui, dalla sua mano calda che rischia di scottarmi.
La sua presenza è forte. È come un fulmine a ciel sereno per i miei sensi. Irradia una strana aura attorno ed è carica. Mi folgorerò se sto ancora un pò accanto a lui. E poi, cosa significa la sua frase: "E che quel ragazzo è Scott!"
«Stai bene ora?»
Il suo tono è più dolce. Miele in grado di soffocarmi.
Contraggo la mandibola stringendo i pugni in vita per rimanere lucida. Non mi è mai successo niente del genere.
Per non perdere altro tempo rischiando di sciogliermi, annuisco mentendogli.
Perché gli importa? In fondo siamo due perfetti sconosciuti. In comune abbiamo solo Anya, probabilmente tra le braccia di Morfeo ormai da ore.
Ethan aggrotta la fronte assottigliando gli occhi. Dopo un momento di stasi in cui percepisco solo i battiti scostanti del mio cuore, si muove e un passo dopo l'altro esce dalla stanza lasciandomi sola.
Rifletto subito. Non so se sia la cosa giusta seguirlo. Il fatto è che è riuscito a sorprendermi, non mi aspettavo che sarebbe rimasto a dormire qui da noi.
Dandomi un grosso scossone decido di darmi una mossa. Con una certa pressione al petto esco dalla stanza percorrendo lo stretto corridoio di un fucsia appariscente. Sulle pareti c'è qualche quadro moderno. Sono per lo più schizzi di colore e fiori geometrici insoliti. Ci sono anche delle lampade alte bianche, una palma all'angolo. Più avanti un mobile dotato di specchio e appendiabiti, un tappeto davanti l'ingresso con la scritta "benvenuti" e un porta ombrelli vuoto. Mi sento in una galleria d'arte. Ogni oggetto ha una posizione strategica ben precisa. In fondo è così visto che Anya è un'artista a tutti gli effetti.
Mentre avanzo mi guardo attorno. Sto andando alla ricerca di Tara ma, in casa c'è solo silenzio.
Varco la soglia del soggiorno dove la cucina si trova a qualche metro di distanza in cui trovo Ethan intento a preparare due tazze. Mi siedo un pò rigida sullo sgabello. Tamburello con le dita sul ripiano grigio opaco.
«Ti ho svegliato?», chiedo interrompendo il silenzio che aleggia tra noi, sentendomi tremendamente in colpa per averlo svegliato, ringrazio per la tazza di tè che mi porge con naturalezza.
Certo che questo ragazzo ha sbalzi d'umore assurdi. Fisso la nuvola di fumo innalzarsi mentre fuori dalla finestra noto che è ancora buio. Istintivamente lancio un'occhiata all'orologio appeso alla parete in mattoni rossi proprio sopra il camino. Segna le 05:35.
«Non stavo dormendo, non preoccuparti. Quando ho sentito le tue urla non sono riuscito a trattenermi e sono corso a vedere se stavi bene», non appena pronuncia queste semplici parole apparentemente banali, corruga di nuovo la fronte; è come se trovasse strano il suo stesso comportamento. Gratta la tempia. Aprendo una scatola di biscotti con il cuore di cioccolato, avvicina il piatto alle mie dita strette attorno alla tazza. Un gesto premuroso il suo ma comunque misurato.
Osservo le sue dita ripercorrendo l'inizio del tatuaggio dal polso verso il braccio poi alzo gli occhi e i suoi mi stanno scrutando.
Il mio respiro cambia, quasi si spezza.
Perché mi fissa così? Perché riesce a farmi sentire in alto mare? Perché il mio cuore deve subire queste strane accelerate?
«Mi dispiace...» sussurro alzandomi. Purtroppo la gamba decide di non collaborare costringendomi a fare subito una smorfia per trattenere il dolore. Riesco a fare due passi in avanti. Quando penso di potermene andare dalla cucina però, rinuncio tornando sullo sgabello quasi sollevata, sentendo il dolore allontanarsi.
Ethan continua a fissarmi attentamente. Si è accorto di tutto e so con esattezza cosa sta pensando.
Mando giù un altro sorso di tè per riscaldarmi, riprendendomi mentalmente e per non cedere alla pressione del passato mordo un biscotto masticando lentamente.
«Cosa ti è successo?»
Spalanco gli occhi. La sua voce mi colpisce come uno sparo. Adesso fissa le mie gambe.
Mi sento improvvisamente messa a nudo sotto il suo sguardo indagatore e attento, come quello di un falco pronto all'attacco. Mi va di traverso il tè e tossisco convulsamente. Agilmente gira attorno il bancone, appoggiando la tazza sul ripiano dopo averla staccata dalle mie dita troppo strette al manico come ventose, mi dà un colpetto dietro la schiena. Quando la sua mano si posa sulla pelle, avverto una forte scossa, come se avessi toccato di nuovo un filo scoperto. Quel filo è lui. Lui è il filo scoperto causa di tutto. Faccio segno che va meglio scostando la sua mano. Continua a guardarmi in quel modo, con quel suo sguardo disarmante.
Il problema è che ha degli occhi in grado di lasciarmi senza fiato ogni volta che mi si posano addosso quando per sbaglio li incrocio. Sono occhi immensi. Occhi che ti rubano tutto.
Bisogna fare attenzione a certi occhi.
Certi occhi fanno vibrare il cuore.
Ha provato anche lui la stessa sensazione?
«Ho avuto un incidente. Mi sembra di avertelo detto», dico brusca.
Cerco di non ripensare al passato, a quegli eventi tristi e duri da superare. Ricadere in quel baratro buio non è difficile. Basta un attimo di distrazione e i flash tornano.
«Ti fa male?» Chiede ancora con insistenza appoggiandosi sui gomiti al bancone dell'isola.
Mi stringo nelle spalle. «Non quanto il suo ricordo», sfioro la cicatrice con il polpastrello.
«Che cosa ti è successo?» Ripete ancora una volta con una nota dura ed insistente nella voce. Un tono basso, roco in grado di farmi tremare.
Sento il vuoto sotto ai piedi e precipito con la mente nel passato. Sento di soffocare. No, non posso, non posso parlarne. I suoi occhi si accendono mentre i tratti del suo viso si induriscono.
Mi alzo traballante. La gamba continua a fare male, stringo i denti trattenendo il dolore. Questa volta non sono debole. Questa volta riesco a trovare la forza di allontanarmi. Vado dritta in camera seppur zoppicando con in testa una miriade di pensieri. Non posso parlarne con lui. Non posso parlarne con nessuno. Non voglio essere guardata come una persona troppo fragile e sola. Non voglio che pensino che io sia una debole.
Non ho neanche il tempo di fermarlo. Ethan mi raggiunge bloccandomi al muro, le mani sulle mie spalle. «Emma, cosa ti fa stare così male?»
Perché ho questa sensazione? È come se mi conoscesse più di chiunque altro. Gli occhi mi si annebbiano. Perché è così? Perché riesce a leggermi dentro?
Evito di guardarlo voltandomi. «Per favore non, non voglio parlarne...»
Scuoto più volte la testa.
«Che cosa ti è successo di così grave?» Sembra frustrato e turbato dal mio atteggiamento schivo e dalla mia voce che getta angoscia ad ogni parola pronunciata.
Nego ancora con la testa trattenendo a stento il panico. Chissà come riesco a divincolarmi rinchiudendomi in camera. Zoppico fino al bagno dove faccio una doccia fredda, mi vesto preparandomi per il lavoro ed esco fuori di casa nel bel mezzo dell'alba.
Non riesco a contenere l'angoscia e ho un breve attacco d'asma nel bel mezzo del traffico mattutino. Alcuni turisti mattinieri mi guardano insicuri sul da farsi mentre mi trascino verso un vicolo per non farmi notare. Devo proprio fargli pena.
Provo a pensare a qualcosa di positivo. Purtroppo non trovo nessun appiglio. È come quando stai precipitando e nessuno corre a salvarti. Nessuno ti lancia una corda. Nessuno ti aiuta. Nessuno ti afferra portandoti al sicuro.
Appoggiata ad un muro pieno di graffiti di un vicolo silenzioso abitato da gatti randagi e cassonetti della spazzatura a qualche metro di distanza, proprio sotto le scale antincendio di un palazzo antico, alzo il viso verso il cielo. Ad occhi chiusi inspiro ed espiro prima di riprendermi, legare i capelli e avviarmi al locale come se niente fosse.
Trovo Max all'entrata, sta per aprire la porta. Quando mi vede il suo sguardo si illumina. Saluto allegramente il mio capo prima di entrare al locale sentendomi quasi nel posto giusto.
Facendo due passi in avanti raggiungo il piccolo spogliatoio del personale e dopo avere indossato il grembiule esco dalla stanza dirigendomi verso il bancone del bar accendendo le luci e le macchinette per il caffè. Tony, arriva pochi secondi dopo il mio arrivo dirigendosi subito in cucina, pronto a sfornare dei gustosi cornetti e qualche pezzo di rosticceria per gli amanti del salato.
Inizio il mio turno di lavoro sentendomi frastornata, un po' giù di morale. Devo trovare un modo per recuperare il buon umore.
Lo scampanellio della porta mi fa alzare lo sguardo dalle ciambelle alla glassa che sto disponendo in vetrina.
Scott arriva seguito da Sasha. I due si stanno sorridendo.
Mi volto. Forse sono solo annebbiata dalla gelosia e dal mio pessimo umore. Continuo ignorando ogni tipo di sensazione che arriva dal profondo. Sono solo paranoica.
Scott avvicinandosi mi bacia sulle labbra. «Buongiorno», sussurra allacciandosi il grembiule.

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