Capitolo 23

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Nella vita ci insegnano che forti lo si diventa imparando dai propri errori, rialzandosi dopo una caduta. Gli ostacoli ci permettono di metterci alla prova, di scoprire quello che siamo disposti a fare per superarli a testa alta. Molte cose ci insegnano che alla fine di un tunnel, quasi sempre c'è una luce di speranza, questa porta amore laddove c'è una ferita profonda e mai rimarginata nel cuore.
A farci paura non è tanto il mettere un punto ad un capitolo concluso in modo orribile, ma il sapere ricominciare da capo. Trovare la forza per sopravvivere, per cambiare pagina.
E non è solo questione di arrabbiarsi, urlare o piangere. Quando si è feriti è diverso. Perché quando si è feriti, si prova un dolore forte al centro del petto. E mentre la delusione prende il sopravvento bruciando ogni vena e i pensieri iniziano ad urlare dentro la testa, l'anima viene distrutta. Tutto questo mentre fuori mostri solo il sereno.
Il mondo può sembrare orribile quando ci svegliamo dopo un brutto incubo. Non sempre riusciamo a capire dove finisce l'illusione e dove inizia la realtà. Non lo facciamo fino a quando non ci ritroviamo faccia a faccia con il presente.
«Emma, come stai?», Anya prende le mie mani fissandomi intensamente. Mi capisce sempre al volo. A dire il vero ci è riuscita sin dal primo istante. Non ha mai sbagliato. Abbiamo avuto subito una connessione empatica in grado di avvicinarci e affezionarci.
Adesso però è tutto diverso. Devo fingere. Non posso dirle che in realtà sto un vero schifo. Vorrei dirglielo, essere sincera ma le sorrido. Anche se in modo triste lo faccio per non turbarla, per non farla sentire in colpa. Perché anche se lei non lo ammette, so come si sente. Crede di essere la responsabile di tutto ciò che mi succede a causa di suo fratello. Ma, non voglio farla preoccupare. Nonostante tutto, posso ancora fingere di essere una persona normale esteriormente. Posso mostrare allegria mentre dentro questa brutta delusione mi sta uccidendo.
Ero a tanto così dall'afferrare la realtà ma alla fine ciò che ho preso è solo un pugno di polvere e tristezza in grado di danneggiare il mio umore così fragile.
Mi trovo su una corda sottile tirata fino allo stremo. Sto barcollando pericolosamente rischiando di precipitare nel vuoto.
Ciò che ho capito da tutta questa storia, è che non bisogna mai legarsi così tanto alle persone. Perché tanto alla fine le perdi.
Ci troviamo in centro, in un grazioso locale. Sedute all'esterno, sotto un enorme ombrellone con la vista rivolta ai palazzi alti con le vetrate a specchio e i taxi in lontananza. Una cartolina di New York caotica con i suoi angoli tranquilli in cui potersi rilassare senza avere la costante sensazione di essere osservati o giudicati. Qui nessuno ti conosce. Nessuno sa chi sei. Il bello di questa città è proprio questo.
I tavoli sono di vetro con i piedi incrociati in argento. Comode poltrone al posto delle solite sedie. Due tovagliette nere con l'immagine di un ghirigoro che forma una foglia e una rosa. Simbolo del locale chiamato proprio: "Black Rose". Un vaso al centro con tanti fiori di campo profumati e una candela che odora di biscotti appena sfornati.
I bicchieri sono molto particolari. A coppa, sfumati, dal nero sul fondo al trasparente sul bordo.
C'è un'atmosfera intima, allegra, accogliente. Il personale cordiale, attento.
Nel complesso hanno creato una bella presenza scenica nonostante il monocromatismo. Siamo circondati dai pannelli di vetro e in argento sulla parte bassa, installati con dei bottoni. Ci sono anche delle piante alte dalle foglie verdi lucide grandi e attorno, si respira l'odore tipico di un locale in cui il pezzo forte è la carne, il pollo arrosto immerso nelle salse e non solo, anche il caffè italiano e la pasticceria.
Non hanno badato a spese e il proprietario oltre ad essere gentile intrattiene la clientela organizzando eventi divertenti come: serate karaoke, cinema all'aperto e tanto altro.
Il profumo della crostata al cioccolato misto a quello delle erbe aromatiche e di tanti altri odori mischiati che aleggia intorno dal locale vero e proprio, mi provoca una certa nausea.
«Alla grande», replico con finto entusiasmo abbozzando un sorriso.
Una delle cameriere. Una bellissima ragazza con due piercing ai lati della bocca, proprio sopra le fossette, ci porta il primo che Anya ha scelto per entrambe mentre ero troppo distratta a perdermi nei dettagli del posto.
È la prima volta che ci incontriamo proprio qui e penso voglia fare bella figura, visto che ha scelto i piatti più costosi ma un po' meno appetitosi per il mio stomaco contrariato e inappetente. Purtroppo se non mangio Anya se ne accorgerà e quando si insospettisce poi inizia con la sua sequenza di domande a cui attualmente non so rispondere.
Sono già venticinque minuti che mi mette alla prova tornando alla domanda originale ogni cinque per vedere se ho cambiato versione; ma la risposta è sempre la stessa, proprio come la reazione.
Passa una mano sul tovagliolo. «Riguardo il posto che hai trovato invece, ti piace davvero? Non mi hai ancora invitata per un caffè. Mi piacerebbe portarti una pianta grassa.»
Detesto questo cambiamento di argomento. E trovo difficile questa parte della conversazione. Ormai è passata una settimana, lunghi ed interminabili giorni passati alla ricerca di un posto lontano che facesse per me. Purtroppo senza preavviso non trovi niente e in estate i prezzi sono esorbitanti, specie dopo Brooklyn.
Temporaneamente ho trovato un piccolissimo appartamento dove abitare. In realtà si tratta di una stanza quadrata ben organizzata ed essenziale. Una cucina piccola con un tavolo pieghevole e due sgabelli accanto ad una finestra, un soggiorno/camera da letto dove ho sistemato il materasso all'angolo e una vecchia tv davanti per non sentirmi poi così sola in quelle notti in cui non riesco a dormire. Il bagno è molto ristretto però va bene così.
«È un piccolo appartamento, non è male», rispondo intuendo di essermi un po' persa.
Anya allontana il piatto vuoto. «E riguardo la pianta?»
«Non posso portare animali e piante. I vicini sono attratti da ciò che è peloso o verde», rispondo. In parte è vero. Ho visto come hanno rubato quel tappeto peloso della vicina e quella palma durante una notte passata in preda all'euforia.
Inarca un sopracciglio. «Davvero?» arriccia il naso quasi inorridita al pensiero.
Annuisco. «Si, quando sono lievemente euforici riescono a rubare senza che te ne accorgi. Ti tolgono anche le scarpe mentre cammini», notando la sua faccia rido e lei mi spinge rilassandosi. «Non prendermi in giro. Sai che mi preoccupo. E se i tuoi vicini sono dei ladri squilibrati non posso che pensare di non volerti tutta sola in quel posto.»
Lo so. Quando non ha trovato più le mie poche cose in camera le è preso un colpo. Il padre di Mark è stato costretto a prescriverle degli ansiolitici per riprendersi perché la sua reazione è stata quella di una mamma che non riesce ad accettare il distacco di un figlio.
Detesta questa situazione, lo so. Anch'io, ma ho bisogno di questo distacco. Soprattutto per la mia sanità mentale.
Magari potrò apparire pazza o problematica però dopo quanto successo non voglio ritrovarmi tra i piedi la ragione della mia tristezza. Se solo chiudo gli occhi... mi manca l'aria.
Tremo. Boccheggio tamburellando le dita sul tavolo. «Si, scusami.»
«Davvero non vuoi che venga a trovarti?»
Nego. «Ho bisogno che sia un posto tutto mio, capisci?»
Incupendosi annuisce. «Si, ma io ci sono. Non dimenticarlo», sfiora la mia mano avanzando la sua sul tavolo.
Non le ho ancora dato il regalo per il matrimonio. Però ho organizzato tutto grazie a Mark come sempre disponibile. Arriverà a casa e troverà le buste nella sua stanza.
In cuor mio spero che non sbirci rovinandosi la sorpresa per il gran giorno. Me lo ha promesso e io credo alla sua parola.
La cameriera nel frattempo ci serve il secondo. Non ho ancora toccato cibo. Il mio stomaco continua a contorcersi dolorosamente lasciandomi senza fiato.
«Non lo dimentico e sai che ho ancora qualche settimana libera prima di tornare al lavoro. Possiamo vederci», replico distratta dal quantitativo di cibo.
Anya sospira. «Emma, vuoi sapere davvero quello che penso?»
«Sentiamo», incrocio le braccia prima di bere un sorso d'acqua per attenuare la sensazione di calore che mi fa sentire male.
«Hai bisogno di staccare la spina, di allontanarti da tutto e tutti e lo capisco», inizia agitandosi sulla poltrona. Ovviamente fatica ad essere d'accordo riguardo questo mio bisogno di lontananza dalla famiglia Evans.
Faccio una smorfia. «Si, ho bisogno di allontanarmi dai pensieri, dagli incubi che la notte mi tengono sveglia; dalle paranoie che continuano a logorarmi ingigantendo questo enorme vuoto che non riesco a riempire perché sono talmente triste da non credere più a niente e nessuno.»
Le parole escono incontrollate dalla mia bocca. In un tono carico di tensione misto a rabbia. Una sensazione lacerante, che non mi fa neanche più respirare normalmente.
Anya non riesce a guardarmi in faccia. Questo perché le ho appena urlato addosso come non avevo mai fatto prima. «Mi dispiace», abbasso il viso ricomponendomi.
Avanza subito la mano prendendo la mia. «No, dispiace a me. Sto continuando a parlare di ciò che non va quando invece dovrei... farti svagare. Hai bisogno di non pensare e io... io non mi sto comportando da amica», scuote la testa muovendo il caschetto scuro di capelli.
Indossa un top a corpetto nero, jeans a vita alta con due risvolti sulle caviglie e tacchi vertiginosi. Una collana lunga in argento e sulle dita due grossi anelli con delle pietre color opale. È fissata ultimamente con le pietre. A quanto pare ne esistono alcune in grado di infondere coraggio o calma a chi le usa.
Per me servirebbe una montagna visto che non riesco proprio ad essere tranquilla.
«Non preoccuparti», provo a rassicurarla.
Prende aria gonfiando il petto mentre il suo telefono vibra e lo schermo subito dopo le si illumina mostrando un messaggio in arrivo su whatsapp. Guardo di sfuggita vedendo solo la prima lettera perché lei è più veloce a sollevare lo schermo, anche se non abbastanza.
«Che cosa vuole?» sono rigida come un paletto di legno. Sento una vampata di calore attraversarmi tutta. Placo la sensazione bevendo avidamente un bicchiere d'acqua. Inizia a diventare come brodo. Oggi fa davvero un caldo asfissiante.
Anya prova a rifilarmi una stronzata. Ovviamente guardandola negli occhi non le credo. «Sai che non puoi mentirmi», aggiungo.
Risponde al messaggio ad una velocità impressionante. «Non ho ancora detto niente», si giustifica.
In pochi secondi le arriva una risposta e con un gesto secco le tolgo il telefono dalle mani. Evito di leggere quello che lui ha da dirle. «Che cosa stai combinando?»
Arrossisce iniziando a guardare ovunque. Evita il mio sguardo cercando un appiglio osservando l'uomo di spalle seduto a pochi tavoli di distanza. Sta discutendo con una donna alzando la voce. Parlano di divorzio e lei non sembra di certo subire o spaventarsi a causa dei ricatti.
Il telefono che tengo ancora tra le mani vibra e guardo lo schermo. Anya prova a fermarmi ma leggo quello che gli ha appena mandato.

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