Capitolo 2

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L'aria di New York dopo la primavera, inizia ad essere soffocante. Per non parlare degli odori, del traffico, dei turisti fermi per strada che chiedono di continuo indicazioni stradali o di qualche stupido che sfreccia con la bici rischiando di investirti per la fretta senza neanche accorgersene.
In una città come questa i pericoli sono ovunque. Sono qui solo da un anno però sono riuscita ad ambientarmi in fretta alla frenetica routine del posto. Adesso mi piace alzarmi alle prime luci dell'alba, andare a correre nel parco vicino casa con le cuffie nelle orecchie sulle note di Sia: una delle mie cantanti preferite; percorrere parecchi sentieri, riuscire ad intravedere i fiumi simili a specchi, perdendomi nell'immensità del posto prima di ritornare a casa.
L'appartamento è vuoto e silenzioso. Non mi dispiace. Amo stare in un posto tranquillo, magari in compagnia di un libro o di un telefilm. Sono una serie tv dipendente.
Spengo la musica, tolgo le cuffie, mi spoglio e ancora affannata mi infilo dentro la doccia. Questa volta mi sono spinta lontano. Inoltre, mi capita di avere momenti di perdizione in cui vengo riportata con la mente al passato ed è difficile non soffrire ancora un pò di quel dolore.
So cosa significa vedere arrivare il dolore nella tua vita. So cosa significa quando prende posto in un angolo continuando a bruciare come una ferita infetta. So cosa significa soffrire, perdere, perdersi. So cosa significa annullarsi dapprima lentamente poi del tutto senza fare rumore.
Ne ho passate tante in soli diciannove anni. Ora che non ho più niente da perdere invece, mi ritrovo a riflettere sul senso della mia esistenza. Perchè mettere al mondo una persona se poi è costretta a soffrire?
Non ho accettato nessun aiuto esterno. Non voglio andare a finire da uno strizzacervelli che crede di sapere come mi sento o per farmi dire che non sono una persona adatta alla società o ancora peggio: imbottirmi di pillole.
Voglio solo sentirmi un pò più normale. Per questo non mi fermo troppo. Sono un pò iperattiva e se mi stanco facilmente di qualcosa, ne trovo subito un'altra per andare avanti e non perdermi troppo in riflessioni pericolose.
Le paure, le ansie, sono dovute al fatto che sono incastrata a metà tra i sentimenti e la paura. Sono bloccata e spesso non riesco ad uscirne del tutto illesa.
E' una bellissima domenica mattina. Non ho appunti da studiare visto che sono avanti con il programma e ho accettato il turno intero al locale perché, a quanto pare manca una delle cameriere. Il proprietario: il vecchio Max, che di vecchio non ha niente se non un numero stampato sulla carta d'identità, mi ha chiamato mentre correvo per convincermi ad andare. Prenderò degli extra e questo è un bene per le mie entrate. In più mi piace passare del tempo lì dentro.
Consapevole di essere in largo anticipo, mi rivesto con calma ed esco nella calca mattutina di New York.
Le strade già dalle prime luci del mattino sono affollate di turisti e cittadini in procinto di andare al lavoro. Supero la serie di palazzi alti e antichi camminando lentamente sul marciapiede costellato di alberi e cancelli che separano le varie abitazioni tra loro.
A poca distanza una limousine è parcheggiata su una zona riservata. In questo periodo è facile vederne qualcuna. I turisti spesso adorano affittarle per poterci fare un giro in centro.
Passo accanto al negozio di dolciumi. L'odore della glassa investe le mie narici ancora intorpidite. Un corridore mi supera portando dietro il suo cane che tenta di mantenere il ritmo del padrone.
Mi fermo in mezzo ad un gruppo di persone in attesa che il semaforo cambi da rosso a verde. Quando scatta, come api sul miele ci spostiamo tutti dall'altro lato sparpagliandoci. All'angolo c'è un piccolo negozio di fiori. L'odore che emanano si sente da una certa distanza.
New York è un posto magnifico solo se ti abitui al ritmo della città.
Arrivata al locale noto Max intento a discutere con Sasha una delle cameriere e colleghe. Al mio arrivo lei già c'era ma solo due volte a settimana mentre adesso ci vediamo spesso.
Noto subito l'umore di Max e decido di rimanere a debita distanza. Quando è di cattivo umore, non conviene stargli attorno. Lo capisco dal suo sguardo così, decido di iniziare il mio turno senza disturbare o fiatare. Prendendo postazione dietro il bancone do inizio alla mia frenetica giornata lavorativa.
Per gran parte del tempo, Max inveisce con Sasha che sembra sul punto di mettersi ad urlare, a discutere con lui. Spesso sa essere polemica. Mi affretto ad aiutarla per risparmiarle altri rimproveri e per evitare lo scoppio di un inutile litigio.
Pulisco al posto suo i tavoli togliendo posate e bicchieri, passo lo strofinaccio poi pulisco per terra usando il panno umido dove poco prima un'allegra famigliola ha fatto un casino con cioccolata e frappè.
Sasha mi ringrazia con lo sguardo. In fondo sento che è gelosa del mio rapporto con Max; anche se non abbiamo mai parlato apertamente di questo. In più ha qualcosa che proprio non riesco a carpire. Sa essere mimetica.
Facendole un cenno del capo continuo le mie mansioni in silenzio fino ad ora di pranzo.
«Ok, siete in pausa», alza il tono Max fissando Sasha con sguardo truce mentre si avvia verso l'uscita di emergenza.
Ci dileguiamo in fretta salendo le scale esterne per raggiungere la zona riservata al personale durante la pausa: un terrazzo spazioso anche se pieno di piccioni e qualche piccola chiazza di muschio a causa dell'umidità.
Sasha, apparentemente nervosa, accende una sigaretta iniziando a fumare con sguardo volto verso il vicolo in basso. In questa strada si trovano altri locali, una discoteca e un negozio di fumetti frequentato da grandi e piccini.
Le offro un panino. Accetta con un sorriso. Dopo la sigaretta, sembra più rilassata.
«Grazie per prima», inizia colpevole. Non ha però l'aria di essere preoccupata o spaventata dal pessimo temperamento di Max.
«Non preoccuparti, ti aiuto volentieri. Quando Max è di cattivo umore è meglio non dargli altri motivi per esplodere.»
Ci fissiamo per due secondi poi scoppiamo a ridere ricordando come ha trattato il povero Rick al terzo giorno di lavoro. Quel poveretto è capitato proprio in un brutto momento ed è scappato a gambe levate dopo ben tre giorni e senza pretendere un pagamento.
Max deve essere trattato con le pinze. E' un uomo pretenzioso e attento al lavoro. Non ammette errori banali. Stranamente nei miei confronti si è sempre dimostrato socievole e premuroso. Forse sono io quella a non portarlo all'esasperazione. Mi ritengo fortunata ma non immune ai suoi attacchi. Temo sia per questo che Sasha non riesce a mandare giù il mio rapporto con lui. Lui che per me è come uno zio.
Perché certi legami nascono anche quando pensi di non volerlo, di non meritarlo. Siamo legati da fili rossi invisibili alle persone.
Ritornate al lavoro è tutto più tranquillo. Max ad impatto ha tanto l'aria di uno con gravi problemi in casa, magari con la moglie ma nessuno riesce a parlargli in modo civile perché partono prevenuti nei suoi confronti. L'unica persona a sostenerlo è Tony, il cuoco del locale. Tratta Max come un suo pari e non ha di certo paura di affrontarlo come sta proprio facendo in questo momento in cucina.
Tra i due c'è molto rispetto; più volte Max è riuscito a tacere per non perderlo perchè Tony è uno dei pilastri più importanti di questo locale. È essenziale per far sì che i clienti affezionati non rinuncino ad un gustoso primo piatto per un caffè da Starbucks a qualche isolato di distanza.
«Emma torna al bar», ordina.
Mi affretto lasciando i tavoli da pulire a Sasha, pronta a ricevere qualche altro rimprovero. Fortunatamente non succede ed è una gran fortuna perchè se Sasha va via, mi ritroverò con una nuova cameriera inesperta e pronta a darsela a gambe levate alla prima occasione.
Da quello che so di lei, ha bisogno di questo lavoro. Ha un bambino ed è una mamma single. Così giovane e così forte. La ammiro perchè non si lascia intimidire e tiene duro per portare a casa il pane, cosa che il vero padre del bambino non fa.
So tutto questo perché un giorno mentre eravamo in pausa mi ha raccontato parte della sua vita. E' una ragazza apparentemente semplice, mora e dagli occhi grandi color nocciola, robusta. Ha tanto il portamento da poliziotto. Quando glielo faccio notare ridacchia dicendo che ho una bella fantasia.
Non posso definirla una mia amica ma, tra di noi si è creato un certo legame.
Servo due caffè ai clienti abituali aggiungendo per loro una fetta di torta che si trova sul menù del giorno.
«Grazie dolcezza», dice il signor Preston. Un anziano di sessant'anni abituè del locale, sempre pronto a godersi il suo caffè pomeridiano con il suo amico, il signor Patrick. «Tieni pure il resto è sempre un piacere vederti raggio di sole», quest'ultimo mi rivolge un sorriso dandomi una mancia un pò eccessiva.
Quasi dopo il crepuscolo inizio a sentirmi un pò stanca. Gli ultimi raggi del sole filtrano dalle vetrate creando colori e arcobaleni sul pavimento. Il locale è strapieno perché è uno dei momenti in cui la gente preferisce uscire per mangiare o per un aperitivo tra amici.
Giro come una trottola giostrandomi tra i tavoli e il bar. Dopo le nove, finalmente, Max ci congeda. Sasha si offre subito di darmi un passaggio entrando nella sua vecchia utilitaria mentre fuma la sua terza sigaretta della giornata.
Come sempre rifiuto a causa della mia paura incamminandomi verso casa dopo averla salutata.
Metto le cuffie, aumento di poco il volume della musica godendomi la passeggiata serale lenta e rilassante. Cammino sotto i lampioni, per le strade sempre affollate, piene di tabelloni, cartelli pubblicitari che cambiano in pochi secondi. Questa è New York, mi dico chiudendo per pochi secondi le palpebre e inspirando l'aria calda e piena di odori.
In questi ultimi giorni ho avuto parecchio tempo per riflettere. In particolar modo ho riflettuto sulla gara clandestina dell'altra sera. Più volte ho espresso le mie perplessità alla mia coinquilina in merito a ciò. Quando lei ha ripreso l'argomento per stuzzicarmi sul tizio misterioso però ho eluso la domanda sviando l'argomento. Perché non posso dirle che ho pensato e pure tanto a quel ragazzo che mi ha salvata. Non credo che in un posto come questo sia possibile rivederlo per strada. È stato solo un caso. Un bel caso che mi ha spinto verso una strada diversa per qualche ora.
Arrivata a casa trovo le luci del soggiorno accese. Decido di non disturbare Anya probabilmente in compagnia di Mark in uno dei loro weekend romantici.
«Emma?» chiama poco prima che io superi il soggiorno. Guardo la divisa da lavoro macchiata di salsa e cioccolata. Sono un vero disastro. Torno indietro facendo capolino, nascondendomi dietro la porta.
«Ceni con noi?» domanda tenendo in mano una forchetta. Se ne sta ai fornelli mentre Mark accenna un saluto. In cucina aleggia l'odore delle zucchine, del pomodoro e del tonno. Il mio stomaco si contrae.
«No grazie sono stanca e so di patatine fritte. Passate una buona serata», mi dileguo prima che riesca a ribellarsi.
Dopo la volta scorsa, nonostante i continui inviti, non sono più uscita con lei. Non voglio farmi coinvolgere in qualche altra pazzia e rimanere di nuovo da sola. So che pensa che io sia strana ma non posso gettarmi a capofitto in situazioni pericolosamente divertenti. Ho bisogno di programmare tutto nel migliore dei modi. Ho bisogno di tempo per adattarmi ai suoi ritmi.
Quando le ho spiegato gentilmente tutto questo, ha solo annuito ma, so per certo che non accetterà altri no o scuse come: "devo studiare, devo lavorare, sono stanca..."
Dopo essermi data una ripulita, finalmente mi getto sul letto addormentandomi immediatamente.

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