Trouble.

By AnnaNebyTorrente95

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Leyla Jane Hallen, conosciuta da tutti come Trouble (guaio), è una giovane donna con un caratteraccio, che vi... More

Capitolo 1. Mi chiamano Trouble.
Capitolo 2. Ricomincio da me.
Capitolo 3. No Name.
Capitolo 4. L'inizio.
Capitolo 5. Il sottoscala.
Capitolo 6. Nel profondo.
Capitolo 7. Rimorso.
Capitolo 8. Vulnerabile.
Capitolo 9. Un debito.
Capitolo 10. Cresci.
Capitolo 11. Follia.
*SPAZIO AUTRICE*
Capitolo 12. Non mi fido.
Capitolo 13. In partenza.
*FESTEGGIAMO*
PICCOLO SPOILER...
Capitolo 14. L'Oblivion.
ARTHUR LEWIS...
Capitolo 15. Il segreto.
*BRINDIAMO A NOI*
Capitolo 16. Crazy.
Capitolo 17. Emozioni.
*SPAZIO AUTRICE*
Capitolo 18. Ansia.
Capitolo 19. Chimica.
Capitolo 20. Senza lacrime.
Capitolo 21.Un brutto 'guaio'.
Capitolo 22. Lo specchio.
*10'000 VISUALIZZAZIONI*
Continuo Capitolo 22.
Capitolo 23. Una dea.
Capitolo 24. Buon Compleanno.
Capitolo 25. MAI PIÙ.
Capitolo 26. Why don't you do right.
Capitolo 27. Ultima notte.
Capitolo 28. Piccola Sam.
capitolo 29. Il Buio.
Capitolo 30. Avanti.
Capitolo 31. Un incubo.
Capitolo 32. Leyla.
Capitolo 34. Nei guai.
Capitolo 35. Malattia.
Capitolo 36. Tack. Parte uno.
Capitolo 36. parte due.
Capitolo 37.La piccola Trouble. Parte 1.
Capitolo 37. Parte 2.
*SPAZIO AUTRICE*
Capitolo 38.Il gioco.
Capitolo 38. Il gioco. (parte 2)
capitolo 39. Libertà.
Libertà.

Capitolo 33. L'ospedale.

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By AnnaNebyTorrente95

Mi giravo e rigiravo in quel letto con le lenzuola candide di cotone e un copriletto grigio di lana pesante, che sembrava non riuscisse a scaldarmi neanche un po'.
Le mura bianche, immacolate erano spoglie come l'arredamento, povero e vecchio e quella stanza era fredda e buia, si gelava.
Il braccio femminile di quella clinica era più rigoroso a detta degli infermieri e dei pazienti che erano stati almeno una volta in quello degli uomini.
Non riuscivo ad immaginare quanto fosse squallido l'altro lato, dato che il luogo in cui mi trovavo era più desolato di qualsiasi altro posto, che io avessi mai visto in vita mia, più della topaia in cui vivevo.
Tranne per il guardino naturalmente, quello era fantastico, ricco di fiori ed alberi di ogni genere con panchine e tavoli tutt'intorno.
I pazienti in semilibertà ci passavano gran parte della giornata a leggere o a guardare nel vuoto.
A me non era ancora consentito uscire dalla mia stanza o meglio cella, con tanto di sbarre alle finestre e uno spioncino alla porta.
Erano giorni, che non facevo altro che dormire.
Mi avevano inghiottito di tranquillanti.
"È la prassi"  mi avevano detto, dovevo ambientarmi, calmarmi e restare buona per un po', senza ribellioni.
Per sostenere quella situazione dovevo drogarmi, tanto valeva la pena restare fuori, nel mio mondo.
Quando mi rifiutavo di ingerire le pasticche, due infermiere mi tenevano ferma con la forza e me le facevano ingoiare buttandomele direttamente in gola.
Altre volte ero così indiavolata che non potevano fare altro che sedarmi con un'iniezione, sparata bruscamente in vena.
E così mi ritrovavo stesa sul quel letto scomodo e mi risvegliavo quando era buio intontita e spaesata.
Avrei potuto anche accettare di dormire, ma ogni volta che chiudevo gli occhi mi tormentavo nei sogni, gli incubi più brutti di tutta la mia vita.
Ogni volta era il ripetersi di una scena raccapricciante: io in una pozza di sangue con Billy tra le braccia morto e poi Sam, il suo volto mi tormentava.
Assistevo ripetutamente a scene terribili che si ripetevano nella mia mente.
Mi giravo e mi rigiravo e quando aprivo gli occhi mi ritrovavo grondante di sudore.
Ai piedi del letto c'era sempre un uomo, il mio medico.
Un omone biondo mi tranquillizzava sempre quando urlavo dalla disperazione e cercavo di alzarmi senza riuscirci.
Le mie grida riempivano il silenzio di queu corridoi, urlavo così forte da restare esausta.
Sentivo la testa pesante e gli arti immobilizzati.
Una volta avevo rischiato di cadere a terra e di restarci tutta la notte se quel omone grosso ed alto non mi avesse acchiappato in tempo.
Le sue parole erano sempre le stesse, "tranquilla è tutto ok, ci sono io qui".
Mi abbandonavo in quelle braccia possenti e non mi lasciava andare fin quando non mi fossi addormentata di nuovo, lui odiava sedarmi e lo faceva solo se necessario.
Ricordo il suo odore inebriante, sapeva di menta e di fiori appena colti.
Era dolce come una mattina di primavera e freddo come il mare in inverno.
Non riuscivo mai a guardare il suo viso era sempre buio quando mi svegliavo.
Qualcosa mi diceva che aveva due occhi profondi neri o castani, non lo sapevo o forse sì.
Non riuscivo a ricordare l'ultima volta che avevo visto la luce, anche di giorno tra quelle mura sembrava notte.
Avrei meritato di scontare la mia pena in galera, avrei preferito morirci in carcere piuttosto che restare in quel posto.
La mia era stata una pena ingiusta, non ero pazza o almeno credevo di non esserlo.
Mi trovavo tra i pazzi, anzi ancora peggio tra i pazzi che avevano commesso crimini e il solo pensiero mi faceva rabbrividire.
Sapevo che non sarei riuscita a sopportare tutto quello, sarei impazzita o peggio morta.
Ero lontana anni luce dalla mia vecchia vita dalla mia unica ragione di esistenza, dal mio piccolo Billy.

Ogni rumore era ovattato quella mattina o era notte non ricordo.
Non riuscivo più a distinguerli.
Un'infermiera mi alzò di peso e mi mise seduta sul letto, schiusi gli occhi lentamente. Quella luce fioca della lampadina appesa al soffitto mi incendiava le pupille.
Non riuscivo neppure a stare seduta, così un'altra infermiera più giovane mi teneva ferma.
Parlavano di me tra di loro, non riuscivo a captare bene ciò che dicevano.
L'unica cosa che sapevo é che ero da quattro giorni al reparto 1, ovvero quello dei malati di mente più gravi un passaggio momentaneo in isolamento per testare le mie condizioni.
Dopo sarei passata al reparto 3, con gente con problemi di dipendenze da droghe, alcool, depressione ed isteria.
Meglio di quello in cui mi trovavo, decisamente.
<Allora Leyla, adesso devi cercare di alzarti e parlare.>
In effetti era da quando ero arrivata in stato di shock che non proferivo parola. Sembrava che non ricordassi neppure come si pronunciasse il mio nome.
Jerry mi aveva lasciato promettendomi che sarebbe venuto presto, ma non avevo più avuto sue notizie o non gli consentivano di vedermi.
Fatto sta che la mia mente si sentiva lontano da tutto e da tutti.
Il dolore che stavo provando non era comparabile a nulla e lì dentro mi stavano abbandonando a quella sorte malvagia e crudele.
<Leyla, avanti fatti forza ed alzati.>
M'incoraggiò l'infermiera più anziana che con l'aiuto della sua collega, probabilmente una tirocinante, mi presero con forza reggendomi per le braccia.
Indurii le gambe e cercai di mantenermi in equilibrio, ma i miei muscoli sembravano gelatina.
Così una di loro mi lasciò cadere sul letto e mi fece stendere di nuovo dolcemente.
Si erano arrese, chiamarono il medico, che sarebbe dovuto venire comunque per la prima visita psichiatrica.
Chiusi gli occhi e dopo un po' mi addormentai.

Mi svegliai tra le lacrime e il mio dottore seduto al mio fianco mi guardava attentamente.
Mi posai una mano sulla testa, quel movimento mi sembrò un grande passo avanti, dato che per quattro giorni non avevo mosso nemmeno un dito.

< Hey bellezza... Finalmente sveglia...>
Sentivo chiara quella voce roca e profonda. Mi parlò piano quasi sussurrando come se stesse parlando ad un animale selvatico per no farlo spaventare.
<La lu-luce...> bisbigliai con un filo di voce.
La detestavo quella fottuta luce gialla che sembrava fuoco che bruciava nelle iridi.
<Ti da fastidio?>
Borbortai un sì raschiato.
L'uomo si alzò e la spense. Mi prese la mano sulla fronte che mi copriva gli occhi e piano piano iniziai ad aprirli.
<Così va meglio?>
Annuii. Era giorno. I pochi raggi del sole che filtravano dalla finestra sbarrata, illuminavano appena la stanza .
Mi voltai a guardare quel dottore tanto gentile la camicia azzurra che si intravedeva sotto il camice bianco lungo a metà ginocchio.
Era un uomo sulla quarantina, coi capelli brizzolati e il viso squadrato.
I suoi occhi grandi color nocciola mi scrutavano in modo clinico e le labbra asimmetriche, accenanavano un sorriso.
Sembrò così rincuorante averlo vicino, mi sfiorò una guancia e quel tocco mi arrivò dentro nell'anima. Ne avevo bisogno e me lo godetti ad occhi chiusi quasi facendo le fusa, come un gatto.
<Allora, ce la fai ad alzarti? Le infermiere non sono state molto clementi in questi giorni vero?>
Cercai di alzarmi, ma riuscii solo a sollevare la testa. Lui mi afferrò per le spalle e io mi aggrappai alle sue braccia, cercando di mettermi seduta.
Mi girava la testa, come dopo una sbronza fortissima. Chiusi gli occhi ed appoggiai la testa sulla sua spalla.
<Forza Leyla, apri gli occhi.>
Mi appoggiò con la schiena al muro e mi diede due pillole bianche.
<Non voglio...>
Non volevo prenderle non volevo dormire ancora, chiudere gli occhi e morire in quegli incubi.
<Ti aiuteranno, vedrai. Dopo riuscirai a parlare ed ad alzarti.>
Lo guardai fisso in quegli occhi nocciola che ispiravano fiducia, ma dentro di me era ancora viva la stronza bastarda che non cedeva alle belle parole.
<Fidati Leyla; senza di queste continuerai a dormire. La dose di tranquillanti è stata eccessiva in questi giorni. Prendi le pillole io resterò qui vicino a te.>
Ero così debole, scossa e depressa che pensai che ormai nulla sarebbe stato peggio di quella situazione.
Senza nemmeno un sorso d'acqua buttai giù le due pillole.
<Brava piccola!> mi disse accarezzandomi la testa mi rimise giù, con la testa sul cuscino.
Mi girai su un fianco rivolta verso di lui che continuava ad accarezzarmi il viso e poi i capelli e dolcemente ricaddi in un sonno profondo.
Affannata e senza forze come se avessi corso per tutta la notte ritornai alla realtà.
<Calma Leyla, stai calma.>
La voce del mio dottore mi tranquillizzava.
Ero più lucida, la vista era chiara e nitida e le parole non mi rimbombavano più nella testa.
Non ero più strafatta.
<Sto...meglio, posso...parlare>
Dissi molto lentamente dando conferma a lui che mi aveva promesso che sarei stata meglio.
Mi aveva dato la sua parola e non mi aveva deluso.
< Vuoi alzarti? Ce la fai?>
Annuii senza riuscire a dire altro, la mia bocca sembrava incollata e il sapore amaro delle medicine la invadeva tutta.
Non avevo fame, eppure non mangiavo da giorni, non so quanti ormai.
Mi aggrappai ancora una volta alle sue braccia forti e muscolose ed inspirai profondamente il suo profumo.
Mi alzò di peso, per lui dovevo essere estremamente leggera. Ormai ero solo un mucchietto di ossa.
Feci forza sulle mie gambe e quando i piedi toccarono terra, stranamente ero in piedi, anche se un po' barcollante.
<Brava Leyla.>
Lo sentii chiamare due infermiere che aspettavano fuori alla mia cella, mentre lui continuava a sorreggermi per un braccio.
Feci due passi avanti e quasi non inciampai nei miei stessi piedi.
Per fortuna il mio dottore era lì che mi reggeva e mi teneva stretta.
Mi trascinò di fronte un lavabo e con un po' di acqua fresca sciacquò il mio viso.
Sentivo rinvigorirmi sotto quella freschezza, avevo bisogno di una doccia.
< Allora Leyla, ascoltami.>
Mi disse guardandomi fisso negli occhi.
<Maggie e Susie ti aiuteranno a vestirti e a darti una sistemata. Ci vediamo nel pomeriggio per una passeggiata in giardino. Ho bisogno di parlarti un po'. D'accordo?>
La sua voce profonda e roca era dolce in un tono estremamente pacato che ispirava tranquillità.
Mi lasciò aggrappata al lavabo e le due infermiere corsero in mio aiuto.
Mi resi conto solo in quel momento di indossare solo un camice bianco di cotone senza biancheria.
Maggie e Susie mi scortarono fuori dalla cella. Mi fecero accomodare su una sedia a rotelle perché non riuscivo ancora a camminare sulle mie gambe.
I corridoi erano affollati da donne con una divisa arancione ed azzurra.
Alcune di loro fissavano il vuoto altre camminavano nevrotiche avanti ed indietro.
Una ragazzina colpì la mia attenzione.
Se ne stava seduta ad un pianoforte nella sala comune e lo fissava immobile senza accennare a suonarlo.
Non riuscivo ad immaginare il motivo della sua permanenza in un ospedale psichiatrico giudiziario ed avevo paura di ricevere una risposta.
Arrivammo a quello che doveva essere il bagno comune del reparto.
Una fila di docce si susseguiva su una parete e da quella opposta una serie di lavabi.
Non c'erano specchi, probabilmente per paura che qualche paziente potesse romperlo e farsi male.
Susie mi tolse in fretta il camicione e l'altra mi accompagnò alla doccia.
L'acqua uscì con un getto potente dalla fontana, tanto che il suo impatto sulla mia pelle delicata quasi mi provocò dolore.
Non dissi nulla, la beatitudine di quel calore mi toglieva di dosso quel sapore amaro e quel odore di disinfettante che invadeva le mie narici provocandomi una forte nausea.
I miei capelli bagnati diventarono ancora più lunghi solleticandomi il fondoschiena.
Chiusi gli occhi e fu scioccante quando una delle due infermiere mi avvolse in un telo e mi fece uscire da sotto il getto privandomi del mio sollievo.
Mi diedero la divisa arancione e celeste che avevo visto in dosso agli altri pazienti, mi strofinai i capelli in un asciugamano lasciandoli bagnati ed uscimmo.
Questa volta camminavo sulle mie gambe, con i piedi in delle scarpe da ginnastica bianche.
Carine pensai. Stavo tornando in me.

Non toccai cibo, era rivoltante.
Quella puzza di quella zuppa mi nauseò a tal punto che avrei potuto vomitare sul tavolo.
Restai seduta vicino alla porta a finestra guardando fuori nel giardino.
Molti pazienti erano fuori e mi parve di vedere anche qualche uomo, ipotizzando che probabilmente in alcuni orari maschi e femmine si tenevano compagnia.
Non avevo voglia di uscire e di lì a poco avrei dovuto incontrare il mio dottore, che nella mia mente era idolatrato come se fosse il mio salvatore, il mio eroe.
Una donna sulla cinquantina si sedette al mio fianco.
La guardai per un secondo.
Occhi ghiaccio, pelle chiara e capelli neri.
Era una paziente anche lei, non mi sembrava pazza, ma mi guardava in un modo che mi terrorizzava.
Mi girai di nuovo con lo sguardo fisso sul giardino. Fissavo le piante e i pochi fiori che riuscivano a resistere a quel clima austero.
<Tu sei nuova. Sono Maddison, Maddison Miller.>
Non mi voltai a guardarla, non avevo voglia di parlare.
<Sai i primi giorni sono duri per tutti, ma il dottor Sarter ti aiuterà, vedrai.>
Il nome del mio dottore fece nascere in me un certo interesse per la conversazione.
<Sono Trouble. Parlami di lui...>
<Trouble? Ti chiami davvero così?>
Mi guardava sconcertata, era assurdo che qualcuno potesse chiamare sua figlia "guaio".
<Mi chiamo Leyla, ma tutti mi chiamano Trouble e allora mi presento direttamente così. Che tipo è il dottor Sarter?>
Spostai di nuovo l'attenzione su l'unico argomento che mi interessava, avevo bisogno si sapere, di raccogliere quante più informazioni possibili.
<Ah Trouble, è un uomo eccezionale. Julius Sarter è un santo!>
Non risposi, volevo che continuasse a parlarmi di lui.
<Io sono qui da 3 anni, sono passata alla semilibertà qualche mese fa. Ho ucciso il mio bambino, ho lasciato che morisse annegato. Ho sofferto di una brutta depressione che mi ha portato all'isteria.
Adesso parlarne mi fa male, ma il dottor Julius mi ha aiutato a superarlo.
Mi é stato vicino e farà lo stesso con te.>
<Io sto bene, sono qui ingiustamente, Jerry, mio padre, scoprirà cosa è successo e mi tirerà fuori da qui.>
Rivolsi di nuovo li sguardo fuori dalla finestra.
Lei capì che non mi andava più di parlare e per qualche minuto restò in silenzio a guardare il mio profilo e poi dopo un po' andò via.
Due ore dopo il dottor Sarter mi raggiunse. Lo vidi arrivare col passo spedito verso di me.
Vestito di bianco sembrava un angelo, la sua esperssione calma e decisa mi metteva a mio agio.
<Ciao Leyla.>
Accennai un lieve sorriso.
Mi alzai e lui mi fece segno di uscire fuori.
Passammo davanti alla ragazza seduta al piano.
<Ciao Sophie.>
Lei non lo guardò, non rispose e continuò a fissare il piano.
<Lei sta aspettando suo fratello che l'aiuti a suonare. Tutti noi abbiamo provato a  suonare con lei, ma non ha mai dato segni d'interesse.
È in semilibertà perché non possiamo tenerla rinchiusa.>
<Perché é qui?>
<Ebbe una crisi e prese a martellate suo padre, che abusava di lei e di suo fratello.>
<Che storia orribile. E suo fratello che fine ha fatto?>
<Si è suicidato. Delle volte pensiamo che sia irrecuperabile, non parla, non mangia.
Quando è in stanza fissa il soffitto e quando è qui si siede al piano.>
La guardai fin quando non svoltammo in un corridoio e sparì dalla mia vista.
L'aria era fredda e pungente, ma il sole riscaldava il mio viso e la sensazione fu pazzesca.
Mi avvolsi le spalle con le braccia, avevo freddo ma stare fuori e respirare aria pulita, mi dava l'impressione di rinascere.
Sarter mi appoggiò la sua giacca sulle spalle e subito mi scaldai.
Ci sedemmo su una panchina e lui mi  prese per mano.
<Allora Leyla, ti va di parlare?>
<Di cosa?>
<Di te. Del tuo problema, di qualsiasi cosa.>
Sfilai una sigaretta dal pacchetto che avevo in tasca, che avevo ritrovato nei miei effetti personali e me l'accesi senza chiedere il permesso.
Lui sembrò non obbiettare e continuò a guardarmi sereno aspettando una mia risposta.
<Non saprei cosa dirle, io sto bene.>
Mentii, forse il mio esaurimento nervoso mi aveva devastato più di quanto pensassi.
<Fai uso di droghe?>
Partì spedito, se non avessi parlato mi avrebbe costretto a farlo.
<No.>
<Sulla cartella c'è scritto che prendi farmaci senza prescrizione. Ne fai abuso?>
<Solo ultimamente.>
<Bevi?>
<No.>
Mentii di nuovo. Bevevo delle volte ero così ubriaca da dimenticare il mio stesso nome.
<Sulla tua cartella c'è scritto anche questo.>
Non leggeva, sembrava conoscerla a memoria.
<Solo ultimamente.>
Ammisi.
<Sei fortemente depressa. Hai problemi a controllare la tua rabbia che sfocia in crisi violente. La tua è una patologia.
Mai sentito parlare dell'isteria? Se non ti curi non danneggi te stessa, ma le persone che ti amano.
<Con me affronterai i tuoi demoni, cercherò di fare il mio meglio per farti stare meglio. Con le medicine, ma anche col mio aiuto. Parliamo dei tuoi sogni ti va? Ho notato che ti agiti.>
Lo guardai a bocca aperta.
Ero malata, Cristo. Non mi sentivo una paziente ero lucida. Eppure dentro di me iniziavo a comprendere che poi non ero molto lontana da Maddison o dalla ragazza al piano.
Ero pazza.
<Mi tormenta il viso di Sam, sogno la sua morte continuamente oppure quella del mio Billy. Sono sempre ricoperta di sangue e grido, ma nessuno mi sente è frustrante.>
Facevo fatica a trattenere le lacrime ero sotto shock. La situazione era insostenibile.
Che cazzo ci facevo lì.
Non potevo credere di stare male. Non era da me. Non ero più io.
Mi stavo avvelenando l'anima e non sapevo cosa fare per uscirne pulita.
<Parlami di Sam.>
Mi esortò il dottore. Mi sembrò quasi un ordine.
Non riuscivo a guardarlo negli occhi. Faceva male ricordarsi di Sam, faceva male parlarne.
Pensare alla sua morte mi faceva arrabbiare.
Non volevo credere che si fosse suicidata eppure la logica diceva che era così.
Tutti credevano che fossi così, anche la polizia. Ed iniziavo a crederci anche io.
Non c'erano tracce di un omicidio e il solo pensiero che mi avesse abbandonata di proposito mi faceva incavolare.

Come aveva potuto pensare che la sua vita fosse così scontata.
Come aveva potuto pensare che non mi importasse niente.
Tutta la mia esistenza era stato un continuo perdere, una continua rinuncia, un continuo abbandono.
L'abbandono di mia madre, di mio padre, di Michael e poi di Sam.
Una lacrima iniziò a bruciarmi in un angolo dell'occhio e rigò il mio viso.
<Va bene piccola. Tranquilla ne parleremo più in là.>
Sarter aveva ascoltato il mio silenzio e letto i miei pensieri.
Ero una bomba di emozioni.
Debole, come non lo ero mai stata.
Il dolore esplodeva nel mio cuore e non riuscivo più a fermarlo.
Ero condannata ad una sorte crudele e sadica e se non volevo morire, dovevo riuscire ad accettarla, anche se ero consapevole che tutto quel male non avrebbe mai cessato di esistere.

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