Baby, you are my trouble

By Sara_H96

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Quando incontra Jamie e Aaron per la prima volta, Taylor non sa che il fato ha già scelto per lei: uno dei du... More

❥Pʀᴏʟᴏɢᴏ
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∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 2
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∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 5
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∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 20
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 21
Sequel
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 22
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 23
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 24
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 25
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 26
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 27
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 28
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 29
∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 30
❥Epilogo
Ringraziamenti
Baby, you drive me mad
Avviso
Importantissimo ❤️

∁ᴀᴘɪᴛᴏʟᴏ 11

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By Sara_H96

In foto: Wade Poezyn come River Raymond

Canzone: Kerrie Roberts - Rescue Me

•••


Taylor

Le gambe di Taylor tremarono per quanto si sentiva male.
Entrò in presidenza con un solo pensiero che le girava per la testa: se Jamie non avesse messo quel maledetto tesserino in quel maledettissimo ufficio, non si sarebbe mai trovata in una situazione così di merda!
Lo odiava per averla, in un certo senso, costretta a farsi odiare dalla sua migliore amica. Perché dopo ciò che stava per dire, Cloe l'avrebbe odiata e lo sapeva perché la conosceva come conosceva se stessa.

«Per favore Taylor,» la bloccò subito la madre. «non é il momento.» disse spazientita e le fece cenno con la mano di uscire lasciandola sola con il problema da risolvere.

Ma lei non le diede ascolto e si avvicinò alla poltrona dove era seduta Cloe. Evitò di rivolgerle anche solo uno sguardo, sapeva che se lo avesse fatto poi non sarebbe riuscita a parlare senza che la voce le si incrinasse per i singhiozzi trattenuti.

«Cloe non centra.» fece una pausa che le diede giusto il tempo di prendere un respiro profondo. Chiuse gli occhi per una frazione di secondo. «Sono stata io.»

Ci fu silenzio per un momento e Taylor si ritrovò gli occhi di entrambe su di se.

Cloe fece un sospiro voltando il busto per guardarla. «Taylor, non voglio che ti prenda la colpa per me.»

Era stata stupida, se ne rendeva conto solamente ora. Avrebbe voluto cancellare la bravata della notte scorsa con un battito di ciglia.

Guardò l'amica con il rammarico negli occhi. «Non lo sto facendo.»

Diana intervenne alzandosi in piedi, non era arrabbiata, ne delusa. Taylor non sapeva cosa stesse pensando finché non parlò.

«Abbiamo le prove che sia stata la tua amica a fare tutto questo.» affermò con risolutezza.

Il suo tono era distaccato come quello che doveva assumere una preside, il problema era che Diana usava quello stesso tono ogni qual volta parlava con le figlie. Il lavoro l'aveva completamente assorbita, tanto che anche nei giorni liberi si comportava in modo serio e professionale. Taylor non ricordava l'ultima volta che l'aveva vista ridere e la cosa la rendeva piuttosto triste.

Strinse le labbra incrociando lo sguardo della madre. «Lo so, avete il suo tesserino.»

«E come lo sai?» ribatté la donna.

Per un attimo le sfiorò il pensiero di dire che era tutta colpa di Jamie e che era stato lui a metterlo li. Archiviò quel pensiero quando si rese conto di non riuscire a spiegare il motivo per cui sapesse che era stato lui.
Lo sguardo di Taylor andò a riesaminare l'ufficio distrutto in ogni piccola parte, i quadri con i vecchi presidi baffuti scarabocchiati da Jamie, i suoi aeroplanini di carta e la cancelleria sul pavimento gettata da Aaron. Non era stato spostato quasi niente dalla notte scorsa, Taylor riusciva ancora ad immaginarsi li, nel buio, con il sorriso fiero sulle labbra. Se solo avesse potuto cambiare le cose...

«Lo so perché sono stata io a mettercelo.» confessò con il cuore in gola.

Cloe balzò in piedi, come se improvvisamente sentisse di non dover più stare seduta su quella sedia che puzzava di colpevolezza, oltre che di sudore.
Diana le disse che poteva andare, le ridiede il tesserino e si avvicinò alla porta. Taylor pensò di averla scampata, pensò che magari non era poi tanto arrabbiata, poi la sentì sussurrarle qualcosa prima di uscire e ogni speranza di riconciliazione andò perduta.

«Sei riuscita a farti odiare da me, brava.»

***

Psicopatologa (/psicologa) - Professoressa C. Daniels

Taylor fissò, seccata, la bacheca della scuola riflettendo sull'esistenza della parola "psicopatologa".
Chi poteva aver inventato una parola del genere? pensò tra se, non sarebbe stato più facile dire "psicologa" o "analista" o ancora "strizzacervelli"?
In ogni caso andare da una psicopatologa, non rientrava nella sua punizione, così decise di passare oltre.
Le bastò scorrere il dito una riga più in basso per trovare il suo girone dell'inferno personale, la sua cosiddetta punizione per aver "causato danno alla scuola" come aveva precisato la preside.

Gruppo per il controllo e la gestione della rabbia (GCGR) - Professor. R. Raymond Biblioteca, ore16:30 (Lunedì e Venerdì)

Sbuffò rumorosamente.
Taylor si sentì incompresa, la madre aveva pensato che la bravata della notte scorsa - non aveva spifferato niente su Aaron e Jamie, per quanto quest'ultimo se lo meritasse - fosse dovuta a un eccesso di rabbia, ma ancora una volta la dottoressa aveva sbagliato la diagnosi. Lei non si sentiva affatto arrabbiata, ciò che voleva era attenzione e trovava ingiusto il fatto di dover prendere parte a un gruppo di ragazzi pazzi e accecati dalla rabbia che non avevano nulla a che fare con lei.
Malgrado tutto questo le sembrasse una colossale ingiustizia, non era nella posizione di contestare.

Sulla porta della biblioteca c'era l'elenco dei partecipanti all'incontro, lesse qualche cognome tra cui.
Carlton
Davidson
Monroe
...
Non conosceva nessuno di quei cognomi.
Quando decise di entrare, la porta le si aprì davanti e un ragazzino con occhiali e camicia a quadri ne uscì con una pila di libri sotto ognuna delle due braccia.

«Ne hai lasciati un po' oppure la biblioteca si trasferisce a casa tua?» scherzò lei aspettando che lui si voltasse per ridere o per lanciarle un'occhiataccia, ma non fece nessuna delle due cose.

Allora Taylor si precipitò dentro, pronta al peggio. Aveva trascorso tanto di quel tempo in quel luogo il primo anno, da sapere per certo che quei tipi di incontri si svolgevano sul lato ovest della biblioteca, uno spazio libero dove gli studenti potevano incontrarsi per studiare. I tavoli erano stati spostati ai lati, sotto i due finestroni, mentre le sedie erano servite a creare un cerchio in mezzo allo spazio libero.

La ragazza entrò nel cerchio andando a sedersi accanto a l'unica persona presente, un ragazzo con le spalle ricurve e i capelli che sembravano il nido di un uccello. Si promise di non ridere, non sapeva quale sarebbe stata la reazione dello sconosciuto.

Taylor fece scivolare lo zaino a tracolla dalle gambe al pavimento. Tamburellò con le dita sul jeans chiaro, all'altezza del ginocchio. «Siamo solo noi?» chiese cauta.

«Non parlarmi!» le intimò il ragazzo, gli occhi neri strabuzzati la fissarono insistentemente per qualche istante.

Presto Taylor si rese conto che parlare con quel ragazzo, o con uno qualsiasi di quei pazzi, era come camminare su un campo minato. Potevi dire la cosa giusta e salvarti, oppure potevi dire quella sbagliata e saltare in aria come un petardo.
Prese in considerazione l'idea di andarsene poco prima di perdersi in un pensiero.
"R. Raymond" Chi poteva essere?
Non ne aveva mai sentito parlare prima d'ora, il che era plausibile vista la sua assenza negli ultimi due anni.
Cloe era sempre stata i suoi occhi e le sue orecchie in quei due anni, sapeva sempre chi arrivava, chi andava e chi tornava nella scuola e non ricordava che le avesse mai parlato di un professore di nome Raymond.
Certo, se fosse stata li con lei e avesse potuto parlarle, avrebbe potuto chiederglielo. Ma purtroppo Cloe non c'era, ne le parlava.
Quando si incrociavano nei corridoi della scuola, Taylor si sentiva dividere in due dal dolore per lo sguardo astioso con cui l'ex migliore amica la guardava e sapeva che quello era l'unico dolore a cui non si sarebbe mai abituata.
Aaron, invece, le teneva compagnia di tanto in tanto. La aggiornava sugli stati d'animo di Jamie parecchie volte in un solo pomeriggio, malgrado il livello del suo interessamento fosse rasente lo zero. Le aveva detto che era dispiaciuto, che la ringraziava per non aver raccontato alla preside la verità e che era stato «Testuali parole» aveva detto Aaron. «un emerito coglione!».
Taylor aveva concordato a pieno su quest'ultimo punto aggiungendo anche «testa di cazzo» all'elenco.
E così, la stessa conversazione si era ripetuta per i seguenti due giorni.

Un altro paio di studenti raggiunse il proprio posto a sedere e Taylor, ben in guardia, non osò rivolgere la parola a nessuno di quegli psicopatici. Scelse di non guardarli nemmeno per evitare di far scattare in modalità ON l'interruttore - chiaramente guasto - della rabbia.
Stirò le gambe al centro del piccolo cerchio di sedie facendo attenzione a non farci inciampare nessuno.
Le mancò il fiato, non le piaceva stare sull'attenti così a lungo. Si sentiva come se da un momento all'altro qualcuno avesse potuto accoltellarla.
Lanciò un occhio all'orologio che aveva al polso. Erano le 4:25 pm.
Cinque minuti, pensò e inizia la tortura.
Raccolse le gambe tornando nella sua precedente posizione. Allontanò i pensieri negativi e per i minuti successivi, si impegnò a creare nella mente, l'identikit perfetto del professor Raymond, la persona con cui avrebbe dovuto discutere dei suoi problemi - inesistenti - legati alla rabbia, due volte la settimana. Il risultato fu un uomo sulla quarantina con una fronte così spaziosa da poter essere utilizzata come pista di atterraggio, un naso aquilino che faceva un baffo a quello di Dante Alighieri e qualche capello sparuto sulla capoccia mezza calva.
Taylor si ritrovò a ridere come una forsennata a quell'immagine, senza preoccuparsi delle sedie ormai tutte occupate da aspiranti killer di ragazze-bionde-punite-ingiustamente.

«Buongiorno a tutti ragazzi e ben ritrovati!» esclamò un ragazzo ed entrò nel cerchio, era girato di spalle, perciò Taylor non riuscì a vederlo in faccia.

La sua voce, però, le era vagamente familiare, cercò di collegarla a un nome o a un volto, ma non vi riuscì. Rimase a fissare la sua nuca ripetendo nella mente la stessa parola "girati girati girati" come fosse una formula magica.
Si protese in avanti sul bordo della sedia.
Alla fine il ragazzo si girò, i loro sguardi si incontrarono e per poco Taylor non perse l'equilibrio finendo faccia a terra.

Spalancò la bocca per lo sconcerto e le uniche parole che le uscirono dalla bocca furono «Oh cazzo!»

Il ragazzo figo che lei aveva scambiato per un bidello giorni fa, rise dopo che Taylor si tappò la bocca con le mani. L'identikit pazientemente elaborato poco prima, non poté risultare più sbagliato di così.
Ora si spiegava perché non lo si incontrava così spesso per i corridoi, lui era alla California High School solo per due giorni la settimana.
Aveva sbagliato tutto, ma proprio tutto.

«Tu sei la ragazza dello sgabuzzino.» disse a un tratto il professor Raymond.

A Taylor risultava difficile chiamare un ragazzo così giovane "professore", era strano e lo era ancor di più per il fatto che fosse di una bellezza folgorante. Non si era mai sentita attratta da nessuno dei suoi insegnanti, ma cavolo, con lui era diverso.

Combatté con il desiderio di darsela a gambe per la figuraccia e tolse le mani dalla bocca. «È una domanda?» chiese avvolta dall'imbarazzo come fosse carta stagnola.

«No.» rispose secco, le mostrò un sorriso obliquo. «Come ti chiami?» il tono gentile.

Taylor si lasciò incantare dal colore intenso dei suoi occhi e prima ancora che potesse pensare a cosa dire, le parole erano già sulla lingua.

«Prima tu.» osò col rischio di sembrare impertinente.

Lui ridacchiò in un modo che lei trovò dolce, il resto del gruppo rimase in un silenzio agghiacciante. Taylor aveva ancora la tremenda sensazione di poter essere attaccata da un momento all'altro.

«Io sono il professor Raymond,» disse, la sua voce era ancora sexy come la ricordava. «ma puoi chiamarmi River.»

Oh, i suoi occhi, pensò. Marroni e blu, come la terra e il mare che si incontrano, che si fondono e si legano indissolubilmente.

«Okay... professor River.» scherzò e si sentì immediatamente meglio. «Io sono Taylor.»

Il ragazzo rise insieme a lei, Taylor cercò di ricordare quando esattamente avevano iniziato a flirtare.

...

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