1 || Un giorno come un altro (R)

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La campanella che segnava l'inizio della prima ora era suonata già da dieci minuti, quando Perla entrò nell'aula di matematica. La sera prima era rimasta sveglia fino a tarda notte per terminare un compito sulla guerra di Secessione e, vinta dalla stanchezza, quella mattina non era riuscita a sentire la sveglia. Suo padre era uscito da un pezzo e aveva perso il pullman, perciò non aveva potuto far altro che incamminarsi a scuola a piedi.

La professoressa Smith stava scrivendo alla lavagna una dozzina di equazioni con l'aria da sufficienza che da sempre la contraddistingueva. Era una donna acida e burbera che sembrava provare un odio profondo per qualsiasi adolescente; indossava un maglione di un giallo sbiadito e un paio di pantaloni scuri con cui probabilmente cercava di nascondere l'esagerata rotondità del suo corpo, mentre i capelli, grigi e perennemente unti, erano legati in uno chignon basso. Teneva lo sguardo fisso di fronte a lei e sembrava non essersi accorta dell'arrivo della ragazza, che cercò di approfittare della situazione per entrare in classe facendo il meno rumore possibile. Con movimenti lenti, si sedette al suo banco e lanciò uno sguardo ai suoi compagni, che la guardavano con un lampo di divertimento negli occhi. Si voltò di nuovo verso la Smith e vide che era ancora intenta a scrivere quella sfilza di numeri e lettere, e non poté trattenere un sospiro di sollievo.

«Spero che la signorina Wells abbia una ragione valida per essere arrivata in ritardo, questa mattina.»

Beccata, pensò lei.

La Smith si voltò e posò il gesso sulla cattedra, poi sollevò gli occhi e la guardò con disprezzo. Non che fosse la prima volta, ma Perla si sentiva sempre a disagio sotto quello sguardo austero che la donna era solita rivolgere agli studenti, e le guance le si imporporarono violentemente.

«Mi dispiace tanto, professoressa, ma ieri sera...» cercò di giustificarsi, portandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio.

La donna alzò una mano e le fece segno di fermarsi. «Non m'interessa. Quello che fa fuori da questa classe non è affar mio.» Prese una salvietta profumata dalla borsa e cominciò a pulirsi le dita dal gesso, tornando a osservarla con uno sguardo gelido. «Potrebbe persino essere andata a cena alla Casa Bianca! Io esigo che le regole vengano rispettate e che i miei alunni, al suono della campanella, siano già in aula con i libri aperti sul banco, pronti a seguire la lezione con molta attenzione.» Accompagnò quest'ultima parola con un pugno secco sulla cattedra, svegliando di soprassalto un ragazzo che stava seduto in prima fila.

Perla dovette mordersi la lingua per evitare di rispondere a tono e abbassò lo sguardo: era sempre andata bene a scuola e in matematica aveva ottenuto ottimi voti sin dai tempi delle elementari. Proprio non capiva perché la Smith dovesse prendersela anche con lei, una delle sue migliori studentesse, ma sapeva che quella donna non vedeva di buon occhio praticamente nessuno.

«Visto che è arrivata in ritardo» continuò la donna, «immagino sia ben riposata e pronta per risolvere queste equazioni con estrema facilità.»

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