3 || Scintille in biblioteca (R)

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Il rumore della pioggia rendeva particolarmente difficile mantenere l'attenzione sulle lunghe e noiose spiegazioni della Smith, che nemmeno quella mattina aveva perso quell'odiosa aria di sufficienza e superiorità che la caratterizzava. Perla fissava il paesaggio urbano avvolto nel grigiore autunnale con aria assente, completamente persa nei suoi pensieri.

Quella notte aveva sognato di nuovo quell'uomo dagli occhi gialli che, da circa un anno, le andava a far visita di tanto in tanto. Si era svegliata in un bagno di sudore, e sebbene suo padre l'avesse stretta a sé per tranquillizzarla, non era più riuscita a prendere sonno. Era stufa di quella situazione e si era chiesta perché continuasse a fare quell'orribile incubo; nell'ultimo periodo aveva fatto numerose ricerche su Internet e aveva letto centinaia di libri sul significato dei sogni, senza però trovare nulla di utile che l'aiutasse a capirci qualcosa. Era persino arrivata a domandarsi se avesse bisogno di uno psicologo, ma il timore di esser presa per una pazza le aveva impedito di chiedere a suo padre il permesso. John le ripeteva sempre che probabilmente era lo stress che non le permetteva di far sonni tranquilli, eppure lei aveva come la sensazione che ci fosse qualcosa di più profondo e spaventoso dietro tutto questo.

Inoltre aveva il pensiero fisso sul ragazzo nuovo. Da quando l'aveva incontrato per la prima volta il giorno precedente, non aveva fatto altro che pensare a lui e al modo in cui l'aveva guardata quando i loro sguardi si erano incrociati durante l'ora di Spagnolo e nella sala mensa. Non si erano mai visti prima di quel giorno, e di questo Perla ne era fermamente sicura – anche perché si sarebbe ricordata di un tipo come lui, eppure sembrava che Tyler provasse una forte antipatia nei suoi confronti e che non fosse proprio in grado di nasconderla. Sapeva che non avrebbe dovuto darci così tanto peso, tuttavia non poteva fare a meno di chiedersi che tipo di problema avesse con lei.

E poi non poteva fare a meno di pensare a quanto fosse bello. Ricordava perfettamente quegli occhi castani, quei capelli dorati che cadevano in ciuffi ribelli sul suo splendido viso, quel corpo tonico che celava dietro una maglietta e un paio di jeans. Quest'ultimo pensiero la fece arrossire fino alla punta delle orecchie, ma non poteva negare a sé stessa di sentirsi fortemente attratta da quel ragazzo. E nemmeno lo conosceva!

All'improvviso il suono della campanella la strappò dai propri pensieri, riportandola alla realtà. In un movimento fluido e sincrono, gli studenti si alzarono dalla sedia e s'impegnarono a infilare le proprie cose nello zaino il più rapidamente possibile, come se non vedessero l'ora di uscire da quell'aula – cosa altamente probabile.

«Prima di andarvene a fare solo Dio sa cosa» esclamò la Smith, stringendo tra le mani un plico di fogli alto almeno dieci centimetri, «prendete questo foglio e svolgete tutti gli esercizi per la prossima volta. Fate funzionare quei due piccoli neuroni che vi rimangono, e magari riuscirete a diventare qualcuno nella vostra vita pressoché mediocre.»

Perla sollevò gli occhi al cielo e sbuffò. Quella donna era la cattiveria fatta a persona; sarebbe riuscita a far crollare l'autostima di chiunque, con quella lingua biforcuta che si ritrovava. Si alzò e si sistemò lo zaino su una spalla, poi si affrettò a prendere il foglio dalle mani della Smith e uscì dalla classe. Imboccò il lungo corridoio e si avviò verso il suo armadietto per prendere il libro della lezione successiva, quindi raggiunse l'aula di Inglese in pochi minuti. Non appena vi arrivò, però, trovò la porta d'ingresso chiusa su cui era stato affisso un piccolo pezzo di carta.

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