Capitolo 4

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«Derrick,» disse Dylan, sorridendo al giovane. Lane serrò la mascella e tentò di ricambiare l'espressione, riuscendoci solo parzialmente.
«Io ehm...» stava facendo la figura dello stupido davanti a tutta la scuola, ma non sapeva cosa dire.
«Stavo giusto arrivando, dai andiamo che facciamo tardi al colloquio con Andrews,» se ne uscì poi il più grande, dirigendosi verso la porta. Lane lo seguì senza aprire bocca. Appena varcarono l'uscio, il brusio della mensa ricominciò e la gente tornò a farsi i cavoli propri. Lane si voltò verso Dylan.
«Grazie per avermi tolto dall'imbarazzo generale,» fece poi. Il giocatore di football sorrise, poi si girò stizzito.
«Cosa volevi?» Chiese, freddamente. Lane si morse l'interno di una guancia e si passò una mano tra i capelli, poi abbassò lo sguardo.
«I-io volevo scusarmi per prima e dirti che sì, sono libero questo pomeriggio se ti va ancora di parlarmi,» spiegò. L'altro corrugò la fronte e annuì, mettendogli una mano sulla spalla e dandogli una pacca.
«Grazie,» disse poi, sinceramente. «Ci vediamo alla fine delle lezioni nel parcheggio.»
«A dopo,» rispose il più piccolo, poi i due si separarono. Lane si trovò a guardargli il sedere mentre camminava e decise che non era decisamente una buona cosa. Sapeva cosa si provava ad innamorarsi di un ragazzo etero, e non voleva sperimentare nuovamente quell'orribile sensazione. Vederlo costantemente tra le braccia di una ragazza, essere il suo miglior confidente e sapere che ci sarebbe stato sempre quel limite fisico tra loro. Era terribile. Scosse il capo e si preparò a tornare a lezione, sapendo che sarebbe rimasto tutto il giorno con la mente a quell'incontro.

Erano le quattro e mezza e Lane era dinnanzi all'auto di Dylan. L'aveva riconosciuta facilmente, si era posizionato lì per aspettarlo, ma la gente lo guardava male. Pensavano che fosse lì per rubarla? Una manciata di minuti più tardi, apparve il capitano della squadra di football circondato dagli amici e seguito dalla sua fidanzata, Lisa. Lane strinse i denti, convinto che non era una buona idea, e si guardò attorno, puntando una stradina sulla destra e meditando di andarsene, ma era troppo tardi. Dylan lo vide e alzò il braccio in segno di saluto. Lane ricambiò, poi attese. Il più grande diede la mano ad ognuno dei suoi amici e baciò con passione Lisa. Era indubbiamente una bella ragazza: i capelli biondi lunghi le ricadevano sulle spalle perfettamente stirati e gli occhi azzurri, circondati dalla matita scura, erano grandi e vigili. Le ciglia erano ben curate, aveva un ombretto bianco sulle palpebre e un rossetto rosa sulle labbra. Sembrava sempre che si fosse fatta un bagno nel fondo tinta, probabilmente se le avessero tirato un gavettone in faccia, tutto il trucco sarebbe colato e sarebbe rimasto il mostro di Lochness. Fisicamente era ben dotata: il seno era prosperoso – ma anche lì, secondo Lane era tutto merito del push-up – ed era veramente magra. Si vestiva alla moda, ovviamente, e sembrava sempre dolce e gentile con tutti, ma Lane era sicuro che segretamente era una perfida manipolatrice che aveva deviato il povero Dylan. In sostanza la odiava. Il più grande lo raggiunse e aprì l'auto col pulsantino sulla chiave, quindi i due entrarono e si sedettero. A quel punto Dylan partì e salutò ancora una volta Lisa e il gruppo suonando il clacson mentre passava vicino a loro. Lane alzò gli occhi al cielo e si voltò verso il guidatore.
«I tuoi amici non hanno pensato che fosse strano il fatto che sono salito sulla tua auto?» Domandò il ragazzo. L'altro annuì.
«Gli ho detto che al colloquio Andrews ci ha dato un progetto e stai venendo da me per realizzarlo,» confessò. Lane rise. Alla fine la scusa di Andrews che l'aveva tirato fuori dai casini in mensa era tornata utile.
«Quindi stiamo andando a casa tua?» Realizzò il castano, cominciando a sudare freddo. L'altro, però, scosse il capo.
«No, andiamo in un posto qui vicino,» spiegò, lasciando un alone di mistero sulla destinazione dei due giovani. Lane si preoccupò di scrivere a sua madre che non sarebbe tornato presto e che non sapeva che ora avrebbe fatto o se avesse dovuto cenare fuori o a casa, lei gli aveva risposto che quella sera lavorava, quindi avrebbe ordinato una pizza e gliene avrebbe lasciata una in cucina da scaldare. Sua madre non cucinava mai, non ne aveva il tempo o le forze, così aveva preso a farlo Lane anche per lei. Era il suo misero modo di dirle grazie. Dylan guidò per circa venti minuti, fermandosi solo al parcheggio del Fairview Lake. Non appena l'auto si arrestò, scese e il castano lo imitò. I due proseguirono a piedi lungo il molo e raggiunsero un'insenatura sulla loro sinistra. Alla loro destra vi era il lago di Fairview, grande e maestoso, sempre tranquillo e freddo, trasmetteva armonia, silenzio, calma. Le assi di legno del molo scricchiolavano al loro passaggio e il suono si udiva riecheggiare in tutta la zona. Poche persone erano nei paraggi: pescatori, navigatori e nessun'altro. Appena raggiunsero l'insenatura sulla sinistra del molo, Lane vide una tenda a cappottina con sopra scritto "Discoteque Roby Club" posto sulla facciata di uno stabile blu, con davanti un cancello bianco che dava su di una porta dello stesso colore della facciata. Dylan avanzò e Lane lo seguì. I due entrarono in questo bar per pescatori e il castano ne rimase affascinato: l'interno era in pieno stile anni '50, con i tavolini bianchi e il pavimento a scacchi. Le pareti erano tappezzate di manifesti d'epoca e il tutto insieme era perfetto. C'erano poche persone all'interno, così Dylan alzò una mano per salutare il proprietario e si andò a sedere, seguito dall'altro, ad un tavolo poco distante vicino ad una finestra che dava sul lago.
«Come conosci questo posto?» Domandò il più piccolo. L'altro sorrise.
«Ci venivo da piccolo con mamma. È un posto da pescatori, poco frequentato, ma eccezionalmente tranquillo. Si mangia discretamente,» spiegò poi. Lane sorrise e si accinse ad ordinare un the ai frutti di bosco, mentre l'altro prese un caffè e una brioche al cioccolato.
«Sai, ci si aspetta che un tipo come te sia superficiale e antipatico. Non è così. È questa la cosa peggiore. Ti giuro, a nome di tutti gli sfigati della FUHS, vorremo odiarti con tutto il nostro cuore ma non possiamo farlo. Non ci riusciamo,» confessò il castano, facendo sorridere il più grande.
«Non voglio farmi odiare. Si può essere popolari e gentili, è solo più difficile,» disse l'altro. «Parlami di te. Non so assolutamente nulla sulla famiglia Derrick.»
«Derrick è il cognome di mia madre. I miei sono divorziati, quando mio padre se n'è andato di casa, lei ha dovuto cambiare la sua vita. Ora fa due lavori per portare avanti la famiglia e io cerco di aiutarla come posso. Viviamo infondo alla traversa di casa tua e probabilmente tra qualche mese saremo costretti a vendere la casa. Non ho passioni particolari, mi piace guardare il football però. Sono un tifoso degli Steelers, quindi mi odierai perché tutti sanno che tifi i Falcons. Ah sì, sono gay, se ti può interessare,» raccontò Lane, l'altro spalancò gli occhi durante parte finale.
«Steelers? Ossignore, tornerai a casa a piedi mi sa,» commentò, ignorando la parte della sessualità. Il castano scoppiò a ridere e bevette a sorsi il su the. Passarono un'oretta a parlare del più e del meno, a discutere di famiglia, scuola, football, libri, serie tv. Il pomeriggio si stava facendo molto piacevole, ma Lane voleva andare al nocciolo della questione, quindi durante un momento di silenzio, si schiarì la gola.
«Di cosa volevi parlarmi?» Gli chiese il più piccolo. Dylan si grattò la testa.
«Andrò subito al sodo. So che hai visto me e Gary al cimitero. Io... non l'ho detto a Gary o sarebbe uscito di testa. Voglio assicurarmi che tu... sì, insomma, non abbia capito male ciò di cui parlavamo. Non ho ucciso mia madre, non avrei mai potuto farlo,» disse il moro. L'altro sospirò. Gli sembrava sincero e ormai aveva accantonato l'idea che lui potesse essere l'assassino, ma il cuore prese a dolergli nel petto. Quel passaggio, i saluti a scuola, l'uscita di quel pomeriggio. Non faceva quelle cose per Lane, lo faceva perché aveva paura che lui andasse dallo Sceriffo.
«Non dirò nulla allo Sceriffo, non ci avevo nemmeno pensato. Non credo che tu possa essere l'assassino di tua madre. Ma sicuramente sai chi è,» rispose convinto Lane. Ora o mai più. L'altro spalancò gli occhi.
«Io... no, perché dovrei?» Domandò. Il più piccolo scosse il capo con decisione.
«Non mi mentire, Dylan, o vado dallo Sceriffo e racconto che non solo sai chi ha ucciso tua madre, ma hai anche pagato per il silenzio un tizio misterioso al 47 di Heckland Ave.» Dylan cominciò a tossire e poi alzò le braccia in segno di resa.
«Io devo proteggerlo, Lane. Non posso dire chi è stato a ucciderla. Non posso e non dirò altro né a te né allo Sceriffo. Se vuoi andare, fallo. Mi prenderò la colpa. E, per la cronaca, compravo del fumo per Gary, non pagavo nessuno per il silenzio,» decise infine, alzandosi e lasciando dei soldi sul tavolo. L'altro deglutì e si sollevò anch'egli dalla sedia e si accinse a seguirlo. Dylan uscì dal locale senza salutare il proprietario, poi percorse a passo svelto il molo in direzione dell'auto. Fuori si era fatto abbastanza buio, quindi il freddo era calato su Fairview. I due salirono sull'auto, sempre in silenzio, e in una ventina di minuti il più grande lasciò Lane davanti al cancello di casa sua.
«Grazie per oggi,» provò il castano. L'altro annuì e fece un sorriso amaro.
«Grazie a te, parte finale esclusa, erano anni che non passavo un pomeriggio così spensierato.» Lane sentì il cuore battergli rapidamente nel petto, ma non poteva accantonare la consapevolezza che l'aveva invitato solo per indurlo al silenzio. Non sarebbe mai stato nulla per lui, solo una pedina nel suo gioco.
«A domani, Dylan,» lo salutò e, senza aspettare la sua risposta, si avviò a passo spedito verso la porta di casa, cercando invano di reprimere le lacrime che gli annebbiavano la vista.

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