Capitolo 13

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Il ragazzo era voltato di spalle, ma Lane l'avrebbe riconosciuto tra mille. Indossava una felpa grigia che metteva in risalto i tonici muscoli della schiena e le spalle larghe da giocatore di football. Il castano si passò una mano tra i capelli e si avvicinò con cautela, facendo lo slalom tra i tavoli. Il locale era più pieno rispetto all'ultima volta in cui vi era stato, e non sembrava frequentato da gente per bene. Un tizio lo squadrò con attenzione: stava giocando a biliardo in un angolo e indossava un gilet in jeans cosparso di tante spille strane. Lane abbassò lo sguardo e procedette avanti senza voltarsi. Pochi secondi dopo, l'uomo di prima gli sbarrò la strada. Il più piccolo alzò lo sguardo, che apparse più sprezzante di quello che pensava.
«Posso passare?» Domandò, con tono di voce fermo e calmo. Moriva di paura, ma non voleva darlo a vedere. Lui sorrise.
«È la prima volta che ti vedo qui, cosa cerchi, ragazzino?» Chiese in risposta. Lane sbuffò e fece per passare, ma l'altro lo afferrò per un braccio. «Ti ho fatto una domanda.»
«Non credo che la risposta ti riguardi,» si limitò a dire Lane, quando una terza figura comparve nella sua visuale.
«C'è qualche problema?» Domandò Dylan, squadrando il tizio col gilet in jeans. Questi lasciò Lane e scosse il capo, allontanandosi. Il quarterback scrollò le spalle e tornò a sedersi, mentre il più piccolo si diresse al medesimo tavolo dell'altro.
«Potevo cavarmela da solo,» fece notare, Dylan lo guardò di sottecchi.
«Non sembrava,» rispose, tracannando la propria birra. Il castano gliela tolse di mano e la posò a terra, poi lo guardò negli occhi azzurri.
«Sono le cinque e sei già ubriaco,» disse. L'altro sbuffò e appoggiò le mani sul tavolo.
«Cosa sei, mia madre? Ah no, lei è morta. Ridammi la mia birra o richiamo il motociclista e ti lascio qui con lui,» minacciò. Lane sorrise e si appoggiò allo schienale della sedia incrociando le braccia.
«Dylan, non sono un cucciolo da difendere, né tantomeno un pupazzo con cui giocare. Richiama chi vuoi, non ho paura di un motociclista,» snocciolò, con un tono di voce lineare e calmo. Il moro sorrise e si passò una mano tra i capelli, poi abbassò lo sguardo sul tavolo.
«Perché sei venuto?» Chiese. Lane notò come avesse delle marcatissime occhiaie e i vestiti appiccicati addosso, come se non si cambiasse da giorni. Aggrottò la fronte e si concentrò sulle mani. Le nocche erano screpolate e arrossate. Quando Dylan vide che le stava fissando, le ritrasse e le nascose.
«Per te,» rispose sinteticamente. L'altro alzò le sopracciglia.
«Bene, allora puoi andartene, non è necessario il tuo intervento. Tieniti pure la birra, forse serve più a te che a me,» annunciò, alzandosi dalla sedia. Lane spalancò gli occhi e lo imitò, braccandolo.
«Aspetta! Dove vai?» Dylan non sembrò ascoltarlo, pagò e uscì dal locale. L'altro lo seguì trotterellando dietro di lui. «Dylan, cazzo, smettila di fare così!»
«Non ha significato nulla, è chiaro? Quel bacio non ha significato un cazzo, ed è patetico che tu mi corra dietro così per una cosa del genere. Cos'è, Jeremy Holden ti ha rifiutato ancora e ti serve qualcuno per scacciare il chiodo?» Le parole del più grande lo ferirono come lame appuntite e Lane dovette fermarsi qualche secondo, con la testa che gli girava. Si appoggiò ad un pilone del molo e chiuse gli occhi. Sapeva che non aveva significato nulla per lui, ma sentirselo dire così era straziante. Anche Dylan si era arrestato, ma continuava a dargli le spalle. Probabilmente si era reso conto di avere esagerato con le parole. Il castano fece qualche passo in avanti e raggiunse nuovamente il più grande. Aveva lo sguardo fisso nel nulla.
«Lo so che per te non ha significato nulla. Non è importante, e forse sono patetico ma sono veramente qui per aiutarti,» rispose, cercando di ignorare la sensazione di cocci rotti nel petto.
«No, tu sei qui perché vuoi qualcosa da me, come tutti, e mi sono stancato di essere usato,» disse pacatamente Dylan. Lane si portò davanti a lui e gli alzò il mento con l'indice. L'avrebbe baciato, lì, con quella brezza di inizio novembre che gli faceva venire i brividi, su quel molo desertico e con quel lago scenico alle spalle. Sarebbe stato perfetto, ma sapeva che avrebbe rovinato tutto. Così si limitò a guardarlo negli occhi.
«No, non sono qui per usarti o per avere qualcosa da te. Sono qui per aiutarti a stare meglio,» chiarì, fissandolo attentamente. Poi si avvicinò e lo abbracciò, aspettandosi che l'altro lo scacciasse. Con sua grande sorpresa, Dylan gli posò una mano sulla nuca e l'altra sulla schiena e lo strinse a sé, chiudendo gli occhi. Rimasero lì per qualche secondo, poi il più piccolo si staccò e gli sorrise. «Sei pronto per farti aiutare?»
«Spiegami perché dovresti farlo,» disse il moro, con la voce talmente flebile che a stento l'altro riuscì ad udirla.
«Perché lo meriti.» Era la prima cosa alla quale Lane aveva pensato, e anche la più adatta a quella situazione. Dylan sbatté le palpebre, come per reprimere le lacrime.
«Non credo di meritare qualcosa. Ma nessuno ha mai veramente tenuto tanto a me dal fare tutto ciò che hai fatto tu. Quindi credo di doverti ringraziare. Però ora ti conviene andartene e lasciarmi qua, o poi potrebbe essere troppo tardi,» fece il più grande. L'altro sorrise.
«Non vado da nessuna parte, almeno che non ci sia anche tu,» rispose. Dylan annuì e si voltò, ricominciando a camminare. Lane lo seguì, stando accanto a lui. I due percorsero le assi scricchiolanti del molo sino al termine, poi si sedettero su di una panchina posizionata sul lato destro con vista lago. Dylan non sembrava totalmente a suo agio, ma era normale.
«Suppongo tu abbia sentito di me e Lisa,» accennò il più grande. Lane annuì.
«Ti va di parlarne?» Chiese, sperando in una risposta affermativa. L'altro si voltò e lo guardò.
«È meglio così. Sia per lei che per me. Non eravamo destinati a stare insieme,» spiegò brevemente, tenendo per sé i dettagli che più interessavano a Lane. Questi non fece altre domande: stava appena cominciando ad aprirsi, non poteva tartassarlo subito. Le occasioni non sarebbero mancate in futuro, se tutto fosse proceduto come da programma.
«Perché sei venuto qui? Cazzo sei uno straccio,» provò il castano. L'altro scrollò le spalle, guardandosi la felpa grigia.
«Non mi andava di stare a casa.» Era comprensibile, contando ciò che sapeva su suo padre e il ricordo incessante di sua madre.
«Puoi... puoi venire da me quando vuoi, lo sai vero?» Ricordò Lane. Dylan sorrise e lo guardò con occhi tristi.
«Mi piacerebbe, ma credo non sarà possibile,» rispose semplicemente. Il più piccolo aggrottò la fronte e scosse leggermente il capo.
«Per quale motivo?» L'altro gli posò una mano sulla spalla. Quel contatto fece sussultare il castano, che sperò di non averlo dato a vedere. Ogni volta che lo toccava, sentiva come delle scintille provenire dai loro corpi. Era più che convinto che fossero destinati a stare insieme, ma evidentemente Dylan non era dello stesso avviso. Questo importava poco: Lane aveva bisogno di lui nella sua vita, non voleva assolutamente perderlo.
«Sei troppo gentile, mi dispiace tanto darti questa notizia ma forse è la cosa migliore per te,» disse il più grande. L'altro deglutì, spaventato. Le sue parole non presagivano nulla di buono.
«Di cosa parli?» Chiese, con la gola secca. Dylan sorrise.
«Sto per partire. Mio padre mi manda in un collegio a Portland,» confessò. Lane sentì per un momento il fiato mancargli, quindi si riscosse e ignorò la sensazione di smarrimento che lo stava pervadendo. Dylan lo stava ancora tenendo per la spalla, stringendolo in quel contatto che, dopo quella notizia, il castano non sentiva nemmeno più.
«Io... quando?» Domandò, con un filo di voce.
«Domani.» Il mondo di Lane si ruppe in quella parola. La vista gli si annebbiò e cominciò a sentire tutto ovattato, distante. Dylan gli afferrò il volto con entrambe le mani, riportandolo alla realtà. Così si accorse di quanto erano vicini. Solo qualche centimetro più avanti e avrebbe potuto baciarlo di nuovo, provare ancora le sue labbra sulle proprie. Il respiro del più grande era affannato, lo avvertiva sulla sua faccia, rabbrividiva nel sentirlo.
«Posso baciarti?» Si ritrovò a chiedergli, senza pensare al peso delle proprie parole. Dylan non rispose, si limitò a chinarsi e posare le proprie labbra su quelle di Lane. La brezza autunnale gli scompigliava i capelli, si insinuava tra le loro bocche ed espandeva la sensazione di quel bacio spettacolare. Fuochi d'artificio, sul molo, in riva a un lago. Quella era la descrizione ideale: l'unica possibile e immaginabile che potesse quantomeno avvicinarsi a spiegare la completezza e l'unicità di quel momento irripetibile.

The Last YearWhere stories live. Discover now