Capitolo 21

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L'interrogatorio di Lane ad opera dello Sceriffo durò almeno quattro ore al termine delle quali, il fratello di Jeremy accorse in suo aiuto in qualità di avvocato e lo liberò da quella tortura. Lane ripeté più volte allo Sceriffo il suo non coinvolgimento in alcuna azione del quarterback, dichiarò di aver dormito da Jeremy e di non sapere dove fosse Dylan. Gli suggerì di cercarlo a casa, scatenando l'ira del signor Humphreys – Secondo te non l'abbiamo già fatto? Gli aveva domandato, stizzito – e deridendo il lavoro degli agenti. Appena uscito dall'ufficio, salì sull'auto dell'avvocato e vi trovò il proprio amico.
«Lane, ti sei cacciato in un guaio enorme,» lo accolse Jeremy, scuotendo il capo. L'altro sorrise.
«Grazie di avermi coperto, Jerry,» rispose, sinceramente grato. Il biondo fece una smorfia.
«Mi dovrai spiegare tante cose e... ma stai bene? Ti sento strano.» Jeremy aveva quell'innata capacità di comprendere Lane con un solo sguardo. L'altro gli sorrise e scrollò le spalle, poi appoggiò la testa sulla sua spalla e chiuse gli occhi per qualche minuto, beandosi della sua presenza che era sempre in grado di dargli conforto. Non seppe esattamente quanto dormì, ma quando l'amico lo svegliò, si accorse di essere davanti a casa sua. Sbatté le palpebre e vide il sorriso di Jeremy.
«Ehi, splendore, siamo arrivati. Tua mamma ti riempirà di domande, sei carico?» Chiese. Lane fece un verso incomprensibile e si alzò, scendendo dall'auto. Percorse, seguito da Jeremy, i pochi metri che lo separavano dalla propria abitazione e aprì la porta. Una Jennifer furente apparve dall'altro lato.
«Lane Derrick, entra immediatamente!» Lane sbuffò e la superò, ignorando le altre parole che stava dicendo. Non aveva voglia di ascoltarla, non voleva dare spiegazioni a lei. Voleva semplicemente stare solo nella sua stanza e dormire per sempre, o quantomeno finché la sensazione che gli stringeva il cuore non si sarebbe placata.
«Lanny, posso seguirti?» Gli chiese dolcemente Jeremy. L'altro sorrise e lo guardò nei suoi bellissimi occhi verdi.
«Sì,» decise, aprendo la porta della stanza e permettendogli di entrare. I due rimasero in assoluto silenzio per almeno venti minuti, al termine dei quali il più grande si schiarì la gola.
«Non è che vuoi raccontarmi qualcosa?» Provò, accarezzandogli il braccio. Lane aveva lo sguardo vacuo, fisso nel nulla. Si riscosse e lo guardò, come se si fosse accorto solo in quel momento della sua presenza.
«Dylan ha ucciso sua madre. Ma non l'ha fatto a sangue freddo, non è un killer o simili. È stato tutto... Dio, Jeremy, lui ha sofferto così tanto,» cercò di spiegare, con le lacrime che tornarono a bussare alla sua porta.
«Ehi, calmo, procediamo con ordine: raccontami tutto, dal principio.» Lane si liberò di quel peso enorme, piangendo, ridendo, urlando. Gli disse ogni singola cosa che Dylan gli ebbe raccontato, gli spiegò tutto ciò che era accaduto la sera prima e gli confessò di aver giaciuto con lui, di aver fatto l'amore con lui. Jeremy ascoltò ogni parola, come faceva sempre, e lo confortò in ogni modo possibile e immaginabile.
«Quindi, perché ti ha detto che era stato suo padre?» Domandò, scettico. Lane scrollò le spalle.
«Suppongo perché non si fidasse di me.» L'altro annuì, sorridendo.
«Torna tutto: la frase di Byron "Sbarazzati di lei al più presto" era riferita all'amante, e Dylan l'ha usata per farti credere che si trattasse della madre. Se ci pensi bene, è stato un genio: non ti ha mentito, ha detto la verità, solo che l'ha posta in modo che tu pensassi che Byron avesse fatto uccidere Janine,» commentò, affascinato, il biondo. Lane sbuffò.
«Non è vero, mi ha mentito,» rispose testardamente il più piccolo.
«Pensaci bene, Lanny, ti ha ma detto che Byron è l'assassino?» Lane si fermò a ragionare. Spalancò gli occhi e sorrise amaro. No, non l'aveva mai fatto. Non aveva mai usato quelle parole, non si era mai esposto così. Aveva ragione Jeremy: gli aveva fatto credere quella cosa senza mai ammetterla, aveva distorto la verità senza mentire. O era un genio, o era un folle. Probabilmente era entrambe le cose.
«Mi ha chiesto di fuggire con lui,» sussurrò Lane, esprimendo l'ultimo dettaglio del suo racconto rimasto ancora celato. Jeremy spalancò gli occhi.
«E tu cosa hai risposto?» Chiese, spaventato. Lane scosse il capo.
«Gli ho detto addio,» confessò, con le lacrime che gli rigavano le guance. Jeremy sembrò inizialmente sollevato, poi corrugò la fronte e sorrise amaro. La sua espressione sembrava rassegnata.
«Lane, perché gli hai detto di no?» Il più piccolo lo guardò allibito.
«Perché mi ha mentito, o distorto la verità che sia, mi ha usato, quantomeno all'inizio, e non mi ha mai detto la verità. Mi ha detto che mi ama, ma non ha avuto le palle di confessarmi quella cosa. E perché è un assassino, e non mi fido più di lui,» chiarì, sentendosi dalla parte della ragione. Ma Jeremy, come sempre, lo leggeva meglio di quanto sapesse fare lui stesso.
«Lanny, e perché ora stai piangendo?» Lane cominciò a sentire la rabbia montare. Come poteva pretendere di sindacare sulle sue reazioni?
«Dove vuoi andare a parare?» Jeremy gli strinse una spalla.
«Tu vuoi lui. Se il suo gesto fosse stato così forte da far sì che tu lo odiassi, ora non staresti piangendo. Se fosse stato veramente imperdonabile, l'avresti raccontato allo Sceriffo.» Lane sospirò.
«Io non credo nelle tue parole,» disse, scosso dai fremiti del pianto. L'altro sorrise.
«C'è un motivo se mi hai raccontato della sua fuga. Speravi che io ti convincessi a partire.» Lane tirò su col naso e lo guardò negli occhi.
«E dovrei farlo?» A Jeremy si spezzò il cuore. Era evidente, in quell'istante l'amico stava vivendo un conflitto. I suoi occhi parlavano, dicevano a Lane che era triste, che non voleva vederlo partire. Ma la sua bocca emise altre parole.
«Tu lo ami, Lanny. E tengo troppo a te per vederti pentire di non essere andato con lui.» Il più piccolo annuì.
«Grazie Jeremy,» disse. L'altro annuì e lo abbracciò, piangendo lacrime silenziose dietro le sue spalle, sapendo che aveva appena perso la persona più importante della sua vita per sempre.

Lane aveva deciso di non salutare sua madre. Se l'avesse fatto, lei si sarebbe opposta, impedendogli di partire. L'avrebbe fatto sentire in colpa. Lui odiava abbandonarla, ma doveva farlo. Aveva ragione Jeremy: se fosse rimasto se ne sarebbe pentito per sempre. Non sapeva come sarebbe stato, non pensava al domani, alle conseguenze che una vita da fuggitivo avrebbe comportato. Pensava solo di non volerlo lasciare, di voler stare con lui. Così Jeremy lo aveva aiutato con i bagagli ed era lì, ad aspettare che lui scendesse le scale. Lasciò una lettera scritta a mano sul comodino di sua madre e sorrise, sapendo che gli sarebbe mancata immensamente. Si precipitò giù e guardò l'amico, che fissava il vuoto. Gli consegnò due buste: una era per lui, l'altra per Miranda.
«Sei pronto?» Domandò. Lane annuì, tremante. Lo stava facendo veramente. Si avvicinò alla porta, dove il taxi lo aspettava.
«Sicuro che non vuoi che ti accompagni io alla stazione?» Si accertò Jeremy. Lane scosse il capo: non poteva permettere che fosse coinvolto. Appena aprì l'uscio, però, vide un'auto parcheggiata nel vialetto. La riconobbe immediatamente: era la macchina dello Sceriffo Humphreys. Richiuse la porta immediatamente e guardò l'amico.
«Jeremy, c'è Humpreys, è qui. Oddio, mi vedrà,» disse, sconvolto. L'altro gli sorrise e lo abbracciò, quindi sospirò.
«Ci penso io.» Fece una chiamata allo Sceriffo, gli disse di aver visto Lane fuggire verso l'aeroporto. Pochi secondi dopo, l'uomo partì all'inseguimento della falsa pista. Lane doveva ancora una volta ringraziare Jeremy Holden. Improvvisamente il peso della loro separazione lo assalì.
«Io... come farò senza di te?» Gli chiese, sforzandosi di non piangere. L'altro sorrise e gli tirò su il mento, incastonando i loro occhi un'ultima volta.
«Se hai bisogno, sai dove trovarmi,» rispose il biondo. Lane sorrise e annuì.
«Grazie di tutto, Jerry,» disse, abbracciandolo. «Addio.»
«Addio, Lanny.» Le sue parole giunsero basse, tristi, un sussurro alle orecchie dell'altro, che si voltò e uscì dalla porta. Il più grande rimase imbambolato. Sollevò la lettera, la aprì e lesse quelle righe scritte per lui.
A Jerry, il migliore degli amici. Senza di te ora non sarei ciò che sono. Ne abbiamo passate tante, e siamo sempre sopravvissuti. Mi dispiace per tutto, per le volte in cui ho dubitato di te, per quelle in cui ti ho trattato male. Mi dispiace per aver rischiato di rovinare la nostra amicizia per sempre. Ma per fortuna tu non mi hai portato rancore, perché sei una persona bellissima. Meriti il meglio, e mi auguro che tu lo ottenga. Sarò sempre al tuo fianco, non dimenticarlo mai. Mi mancherai più di tutti, conserverò per sempre il tuo ricordo nel mio cuore. Spero che questo non sia un addio, anzi, ne sono certo. Ci rivedremo, perché siamo destinati a condividere le nostre vite. Rimarrai per sempre il mio più grande amore.
Tuo, Lanny.
Jeremy aveva le guance rigate dalle lacrime. Singhiozzava, abbracciando quelle parole che gli avevano appena spezzato il cuore. Scosse il capo. Non poteva permetterlo, non poteva lasciarlo andare. Corse fuori proprio mentre il taxi stava partendo, urlando il nome di Lane. L'auto si fermò e il più piccolo scese, con la fronte corrugata.
«Non farlo,» disse, con un filo di voce. Lane deglutì, sentendo le lacrime raggiungerlo.
«Jeremy, sei stato tu a convincermi,» gli ricordò. Per la prima volta notò quanto il biondo fosse distrutto dalla sua partenza.
«Lo so, ma ti prego, non partire,» tentò, singhiozzante. L'altro sentì le guance calde e il sapore salmastro delle lacrime in bocca.
«Perché?» Domandò, anche se conosceva la risposta. Jeremy gli afferrò la mano e si avvicinò a lui, poi lo guardò ancora negli occhi.
«Non posso vivere senza di te.» E, con quella frase, Jeremy distrusse le convinzioni di Lane e ridusse il suo cuore in mille pezzi.

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