Capitolo 19

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La scuola era in fermento. Tra i corridoi si respirava agitazione, nervosismo. L'argomento era sulla bocca di tutti e Lane odiava fosse così. Una ragazza si avvicinò a lui, fissandolo intensamente. Corrugò la fronte, cercando di capire se la conoscesse o meno. Improvvisamente, una voce proveniente dalla sua mente lo illuminò.
«Angelina Brethes, classe di storia,» sentì, annuendo. Si accorse solo pochi secondi dopo che non era stata la sua testa a dirglielo, ma Jeremy, che era in qualche modo comparso al suo fianco.
«Tieni,» disse la ragazza, tutta pimpante, consegnandogli un volantino. Lane alzò gli occhi al cielo e si sforzò di sorridere, afferrando il pezzo di carta che avrebbe buttato al primo cestino. «Ci andrai con lui? Ti prego.»
«Io... no, non se ne parla,» rispose, superandola e andandosene. Jeremy fece un sorriso di circostanza alla ragazza e seguì l'amico che aveva accelerato il passo.
«Non devi per forza trattare male le persone,» fece notare il biondo. Lane annuì, fermandosi al centro del corridoio.
«Jeremy, lo sai che odio questa cosa,» gli ricordò. L'altro rise e gli mise una mano sulla spalla.
«Andiamo Lane, ormai sei cresciuto. È solo un ballo,» fece notare. Lane assottigliò gli occhi e lo guardò intensamente, quindi rimosse la mano dell'amico dal proprio braccio e fece un passo indietro.
«Traditore,» commentò, facendo ridere ancora l'altro. Il ballo di fine anno era sempre stato un momento traumatico nella crescita di Lane. Aveva sempre detestato quella festa, quell'inutile sfoggio di popolarità e vestiti sfarzosi atti solo a far sentire più diversi gli sfigati. Inoltre, si domandava come potessero festeggiare quel ballo dopo il suicidio di Jack. Erano passate tre settimane dai funerali, ma la ferita era ancora aperta in Lane, e sarebbe dovuta esserlo in tutti.
«Lane, sono passati due anni. Direi che puoi anche aver superato la cosa,» fece notare Jeremy, riferendosi ovviamente all'anno in cui aveva invitato Francis Gunningham. La ragazza lo aveva preso in giro, non presentandosi, e lui se ne era tornato a casa intenzionato a non mettere più piede in quella palestra allestita a tema.
«Non c'è verso che io ci vada. Negativo. Assolutamente no. Nulla potrà farmi cambiare idea,» decise, stracciando il volantino.
«Sicuro?» Sentì dire da una voce alle sue spalle. Si voltò e sorrise, baciando il nuovo arrivato.
«Sicurissimo,» rispose anche a lui, che corrugò la fronte e afferrò il volantino stracciato dal proprio ragazzo.
«E se io volessi andarci?» Ipotizzò, guardandolo negli occhi. Jeremy scoppiò a ridere e si allontanò di qualche passo, per non assistere a quella scena.
«Liberissimo di farlo. Da solo. Non accompagnato da nessuno.» Dylan sorrise e lo cinse con un braccio, quindi si avvicinò e gli sussurrò qualcosa all'orecchio che lo fece arrossire. «Smettila!»
«Sicuro di non voler venire?» Domandò infine. Lane assottigliò gli occhi e lo fissò con astio, poi gli menò un pugnò sulla spalla.
«Ti odio.»

«Amore, sei bellissimo,» disse la signora Derrick davanti a suo figlio, perfettamente conciato e pronto per il ballo di fine anno. Non aveva mai capito perché a Fairview si festeggiasse la fine dell'anno durante la prima settimana di maggio. Era insensato, l'anno scolastico terminava a giugno, mentre quello solare a dicembre. Ma, dopotutto, con ogni probabilità gli organizzatori erano giocatori della squadra di football con quoziente intellettivo pari a meno due, quindi anche porsi quelle domande era insensato. Sua madre gli fece un sacco di foto, consumando probabilmente l'intero rullino della macchina fotografica.
«Mamma, è esagerato!» Protestò il povero ragazzo, ma lei non era d'accordo.
«È il tuo ultimo anno, sono contenta che hai deciso di andare a questo ballo. Sai, io sono stata eletta reginetta al mio ultimo ballo.» Lane fischiettò, poi la abbracciò, tutto per farle smettere di scattare foto.
«Non avevo dubbi. E chi era il tuo accompagnatore?» Chiese, curioso. Lei sorrise, poi tornò nuovamente seria e scosse il capo.
«Non ti riguarda,» sancì, posando la macchina fotografica.
«Mamma,» protestò Lane. Lei lo guardò di sottecchi e sospirò, conscia del fatto che non avrebbe potuto nascondere la cosa ancora a lungo.
«Byron Carlyle,» confessò. Il figlio spalancò gli occhi e sfoggiò la sua espressione da Oh Mio Dio, poi si riprese.
«Io... come è possibile? Non me ne hai mai parlato.» La donna scrollò le spalle.
«Sono stata con lui per diversi anni, poi mi ha lasciata e ho incontrato tuo padre. Non fidarti mai al cento percento dei Carlyle, sono meschini ed egoisti,» spiegò lei. Lane la fissò interdetto.
«Mamma, non è che io sono figlio di...» fece per chiedere, lei scoppiò a ridere di gusto.
«Di Byron? Assolutamente no. Non ti avrei lasciato commettere incesto con suo figlio, tranquillo,» chiarì lei. Il ragazzo si tranquillizzò e, in quel momento, il campanello li destò. Jennifer corse ad aprire e apparve una visione fantastica. Dylan era vestito con un completo nero e una cravatta del medesimo colore su di una camicia bianca. I capelli erano perfettamente lisciati e tirati indietro e i suoi occhi azzurri sembravano ancora più grandi. Era mozzafiato, indubbiamente il ragazzo più bello che Lane avesse mai visto in vita sua.
«Buonasera signora Derrick. Lane,» disse. Il più piccolo rimase leggermente frastornato, quindi la madre lo incoraggiò con una pacca sulla schiena.
«Divertitevi ragazzi e, Dylan, riportamelo non più tardi dell'una. Posso provare a fidarmi di te, vero?» Domandò la donna, scettica. Dylan le sorrise e, con quell'espressione, avrebbe convinto anche il Papa a bestemmiare.
«Certamente. Le assicuro che all'una, Lane sarà nel suo letto.» Il viaggio in limousine fu molto rilassante, soprattutto grazie allo champagne che il quarterback aveva ben pensato di offrire al ragazzo. I due non parlarono praticamente di nulla, fatta eccezione per la confessione di sua madre. Lane raccontò tutto a Dylan, che ammise di averlo sospettato tempo prima. Arrivarono alla scuola in perfetto orario. Appena scesero dall'auto, notarono la calca di gente che si stava dirigendo all'ingresso della palestra addobbata d'azzurro. Dylan fu sommerso dai classici saluti di rito, mentre Lane cercava con lo sguardo Jeremy.
«Sei teso?» Domandò il più grande. L'altro sorrise.
«Abbastanza,» ammise, sentendosi profondamente a disagio. Essere l'unica coppia dello stesso sesso non era facile, esserlo al ballo di fine anno lo era ancor meno.
«Stai tranquillo. Andrà tutto bene: balliamo un po', poi ti riporto a casa. Nulla di complicato, non dobbiamo nemmeno assistere alla votazione per re e reginetta, se non vuoi.» Lane spalancò gli occhi.
«Scherzi? Sarai sicuramente il re del ballo. Non posso perdermi il mio fidanzato che viene eletto da tutta la scuola,» rispose l'altro. Dylan lo baciò, poi fu braccato da alcuni membri della squadra di football, così Lane li lasciò soli e si diresse al punch. Mentre si stava versando un po' della bevanda, vide Jeremy in lontananza. Lasciò il bicchiere e procedette a grandi passi verso di lui, spalancando occhi e bocca nel vedere la sua accompagnatrice.
«Jeremy e... Miranda?!» Fece lui, incredulo. Il suo amico sorrise e la ragazza mimò uno scusa con le labbra.
«Dov'è Dylan?» Chiese il biondo. Lane indicò una zona col dito.
«Da qualche parte con la squadra di football. Ma, voi state insieme?» Domandò, sconcertato.
«Cosa? No, no, assolutamente. Avevamo bisogno di compagni per il ballo e ci siamo venuti insieme, tutto qua,» spiegò l'amico, con il sostegno di Miranda. Quei due non gliela raccontavano giusta, ma lasciò correre, congedandosi e cercando il proprio accompagnatore. Appena lo trovò, i due si buttarono in pista e cominciarono a ballare alcuni lenti. Il contatto col corpo di Dylan fece dimenticare a Lane tutte le ansie e le pressioni di quella serata. Si sentiva al sicuro con lui, si sentiva bene, e voleva esserlo sempre.
«Ti amo,» sussurrò il quarterback alle orecchie dell'altro. Lane deglutì.
«Ti amo anch'io,» rispose, incerto. Non sapeva se fosse amore, sicuramente era qualcosa, ma come poteva definirlo? Non aveva un metro di paragone, non aveva modo di sapere con certezza se lo fosse o meno. Sapeva solo che provava qualcosa e sì, forse era corretto definirlo amore. Quelle parole, dette da Dylan, gli scaturirono una gioia incontrollata nel petto. Era come se mille luci si fossero accese nel corpo del ragazzo, si sentiva completo.
«Voglio farlo,» gli sussurrò. L'altro spalancò gli occhi, ancora immerso in quel ballo.
«Cosa?» Chiese, sbattendo le palpebre.
«Andiamo a casa,» disse Lane, con la voce roca e bassa. Dylan deglutì.
«Sei sicuro?» Domandò. L'altro, per convincerlo, lo baciò caldamente. Un contatto sublime, che però andava oltre l'amore o il sentimento. Era qualcosa di più, una richiesta. Voleva andare oltre, si sentiva pronto per farlo. E si fidava del suo compagno come non mai. Così i due abbandonarono la pista, mano nella mano, e uscirono dalla palestra. Fu una terribile coincidenza che, proprio in quel momento, Miranda e Jeremy li stavano cercando disperatamente in ogni angolo della scuola. Non li avrebbero mai trovati. Così Lane e Dylan, ignari di tutto, si catapultarono nella loro limousine. Appena questa partì, Lane, che non riusciva a staccarsi dal suo ragazzo, spalancò gli occhi.
«Non possiamo andare a casa, ci vedrebbe mamma,» fece notare. L'altro sorrise e lo baciò ancora.
«Non ti preoccupare, so io dove possiamo andare,» lo informò, poi aprì lo sportellino dell'autista e gli diede un indirizzo, salvo poi richiuderlo e tornare a baciare il più piccolo. Diversi minuti dopo, arrivarono nei pressi di una baita vicino al lago.
«Cos'è questo posto?» Domandò Lane, notando quanto fosse caratteristica quella casetta in legno.
«L'ho affittata per noi,» confessò. L'altro lo baciò e sorrise contro la sua bocca.
«Hai promesso a mamma che sarei stato a casa all'una.» Il più grande ricambiò il bacio e si leccò le labbra.
«Tanto già mi odia,» ricordò. I due scesero dalla limousine e Dylan pagò l'autista, poi si avvicinarono alla baita. Spalancarono la porta, baciandosi con foga.
«Aspetta, devo chiuder...» fece per dire Lane, quando il moro assestò un calcio all'uscio per richiuderlo.
«Fatto,» decretò, sorridendo. Avevano il fiato corto e non riuscivano a smettere di baciarsi. Mano nella mano corsero lungo il corridoio, arrivando nella stanza da letto. Si abbracciarono come se quella fosse l'ultima volta. Forse sapevano cosa stava per succedere, forse implicitamente erano a conoscenza di ciò che, a breve, sarebbe accaduto. Un telefono suonò: era quello di Lane, ma lo ignorarono. E così fecero quando fu quello di Dylan a squillare. Non gli importava. Si sdraiarono sul letto, ancora baciandosi e cingendosi in quell'abbraccio così solido e stretto. Erano felici, completi. E quella notte fecero l'amore, ignari di cosa il domani gli avrebbe riservato.

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