Capitolo 10

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Era passata una settimana da quel bacio, e Lane non aveva potuto ancora parlarne con Dylan. Questi si era allontanato da lui dopo ciò che era successo, rimanendo sempre schivo e freddo tutte le volte che si erano incontrati. Aveva ricominciato a vedere Lisa e a sbaciucchiarsi con lei davanti al proprio armadietto senza ritegno o rispetto nei confronti di Lane. Tutte le volte che li vedeva, sentiva mille coltellate che lo trafiggevano nel cuore, ma ignorava costantemente la cosa e cercava di dimostrarsi forte. Inizialmente pensò di parlargli, di supplicarlo se fosse stato necessario, ma poi notò che quel bacio aveva fatto scattare qualcosa in lui: era più cattivo, prendeva in giro gli studenti, non si opponeva più agli atti di bullismo commessi dalla propria squadra di football e, talvolta, ne prendeva addirittura parte, era sprezzante e arrogante. Così Lane decise che non meritava nulla da lui. Anche se quel bacio era stata la cosa più bella che avesse mai fatto in tutta la sua vita, anche se quel semplice contatto tra le loro labbra gli era sembrato paradisiaco, una sensazione pura e vera, lui non si sarebbe abbassato a prostrarsi dinnanzi a Dylan per chiedere di avere anche lui la sua fetta. No. Non dopo tutto quello che aveva fatto per il moro, non dopo che l'aveva tirato fuori di prigione. E non dopo il suo cambiamento di quei giorni. In più, doveva sopportare la fastidiosissima presenza di Jeremy a scuola. A quanto pareva, le accuse contro di lui erano cadute per assenza di prove e il suo avvocato – presumibilmente suo fratello – l'aveva fatto uscire con facilità, minacciando l'ufficio dello Sceriffo di intentare una causa per abuso di potere e persecuzione se avessero di nuovo arrestato Jeremy senza uno straccio di prova. Ogni volta che lo incontrava nei corridoi, lo guardava con un'espressione delusa, triste, sprezzante. L'ambiente scolastico stava uccidendo Lane, tra Dylan, Jeremy e lui si era instaurata una guerra fredda che non sembrava avere termine.

Il castano si mise le cuffie e cominciò a correre, immerso nei propri pensieri. Corse per una mezz'oretta nel freddo di ottobre, prima di fermarsi al suo solito parco a fare rifornimento di energie. Era domenica mattina e, come sempre, si sedette sulla sua panchina a recuperare fiato. Prese il cellulare e lesse i messaggi di Jack e Miranda, poi scorrendo la lista delle chat vide quella con Jeremy. Serrò la mascella e rimase lì a fissarla per almeno cinque minuti. Moriva dalla voglia di scrivergli, voleva sapere il perché di ciò che aveva fatto, ne aveva bisogno. Cliccò la chat e scrisse un messaggio. Parliamo? Sono al parco. Si leccò le labbra, indeciso se inviarlo o meno. Contò mentalmente fino a cento, poi premette il tasto invio e ripose il telefono in tasca. Appena alzò lo sguardo, spalancò gli occhi e si voltò dall'altro lato per non farsi riconoscere. Sul sentiero, diretto verso di lui, c'era Gary Pougle che parlava al cellulare. Si alzò prima che questi potesse arrivare e si rifugiò dietro la siepe alle spalle della panchina, quindi attese. Gary raggiunse la zona e si sedette dove prima c'era Lane, che sorrise e serrò un pugno come gesto di vittoria, poi rimase in ascolto.
«Amico, non possiamo continuare così. È inutile parlarne, dobbiamo solo stare zitti. Non le diremo un cazzo, non serve coinvolgerla in... no, Dylan, così non va bene!» Sentì dire Lane, prima che un rumore interruppe la parlata di Gary. Il ragazzo si voltò verso la siepe e il castano imprecò, spegnendo immediatamente la suoneria del suo telefono. Poi Gary si alzò e si diresse verso la zona di Lane, che si voltò e prese a correre via. Si fermò solo dietro un albero e riprese fiato. Quella telefonata era strana. Parlava con Dylan, che a quanto pare non aveva ancora superato la voglia di dire alla sorella del padre. Scosse il capo e guardò i messaggi che l'avevano fatto scoprire. Era Jeremy che gli diceva di non poter vederlo. Aveva ragione, dopotutto cosa si aspettava? Che sarebbe corso da lui? Attese qualche minuto e si incamminò nuovamente verso casa.
Sulla via del ritorno, si fermò nei pressi di casa Carlyle, dove vide esserci gran fermento. Notò che una persona stava rapidamente raggiungendo il cancello, inizialmente inseguita da qualcun altro. Non appena mise a fuoco la scena, vide che Dylan tallonava Lisa. Il moro tentò di afferrarla per un braccio ma lei si divincolò.
«Smettila, ti ho detto di lasciarmi andare,» urlò la donna. Lui mollò la presa e allargò le braccia.
«Ma amore andiamo, è una cosa stupida,» provò a commentare, lei gli alzò il dito medio e proseguì a passo spedito verso il cancello. Il ragazzo rimase a fissarla qualche secondo, poi scosse il capo e rientrò in casa. Lei superò l'ultima barriera e uscì dalla proprietà dei Carlyle. Lane era lì, con un ghigno beffardo dipinto sul volto.
«Problemi in Paradiso?» Domandò, lei lo guardò con un'espressione truce, poi riprese a camminare, superandolo.
«Vaffanculo, Derrick.» Lane era felice. Chiaramente la sua cotta per il capitano della squadra di football lo portava inevitabilmente a odiare Lisa, ma in generale era il tipo di ragazza che non riusciva ad apprezzare neanche impegnandosi. Scrollò le spalle e tornò a casa.

Al suono della sveglia, Lane mormorò e la spense, costringendosi ad alzarsi dal letto. Il freddo, la mattina, cominciava a farsi sentire quindi avrebbe sicuramente preso l'autobus per andare a scuola. Uscì dalla stanza e notò un silenzio tombale. Sua mamma era dovuta andare al lavoro prima anche quel giorno. Tutta quella fatica l'avrebbe uccisa. Si infilò in bagno ed entrò nella doccia, aprendo il rubinetto e attendendo l'acqua calda. Inizialmente il getto congelato gli fece battere i denti, ma resistette e quando arrivò quello caldo, sorrise, beandosi di quella sensazione bellissima. Si fermò a pensare alla sua vita, come ogni mattina. Avrebbe tanto voluto incontrare Dylan anziché Lisa là fuori il giorno prima. Gli mancava, non poteva stare senza di lui. Ancora ricordava quel bacio, la sensazione delle sue labbra addosso, del suo corpo premuto contro, del suo respiro sulla faccia... Terminata la doccia, si asciugò e si vestì optando per un outfit molto semplice: maglioncino color panna, pantalone scuro e un paio di Nike da combattimento ai piedi. Afferrò il pranzo e lo zaino ed uscì di casa. Come immaginava, il freddo era lancinante. Si strinse nel cappotto e alzò i lembi del colletto della giacca per coprirsi dal vento gelido. Infilò le mani in tasca e procedette verso la fermata dell'autobus, ignorando la spiacevole sensazione di avere mezzo volto ibernato. Raggiunse la pensilina e notò che un paio di persone erano in attesa come lui. Appena il mezzo arrivò, si precipitò su e trovò posto. Il caldo dell'aria condizionata era la cosa più piacevole del mondo, così si crogiolò in quella situazione soddisfacente. Giunse a scuola pochi minuti più tardi. Cercò con lo sguardo Jack e Miranda ma non li vide. La cosa era bizzarra perché loro, abitando dall'altra parte della città, arrivavano con la corriera 55, che era già lì nel parcheggio. Che fine avevano fatto i suoi amici? Si mosse, a disagio, nel cortile esterno alla scuola e passò tra diversi gruppi senza trovare Jack e Miranda. Dopo una manciata di minuti, la campanella suonò e lui entrò a scuola. Il classico odore di chiuso del lunedì mattina gli diede il voltastomaco. Procedette verso il proprio armadietto, dove estrasse il materiale per la prima ora – si ricordò che aveva storia alla prima ora e Kendriks segnava i ritardi anche di dieci secondi – e richiuse il tutto. Suppose che avrebbe incontrato i due amici in classe, quindi inizialmente si voleva dirigere lì, ma poi optò per cercarli ai loro armadietti. Prima andò a quello di Jack, ma non c'erano, così si diresse a quello di Miranda. Per sua grande sorpresa, i due erano lì a parlottare. Sorrise e fece per avvicinarsi, poi notò l'espressione allibita sul volto dell'amica e si fermò, corrugando la fronte. I due scomparivano così e poi parlottavano misteriosamente con quelle facce? Si fece leggermente più vicino e udì alcune parole del loro discorso.
«Devi spiegarmelo, Jack, cazzo,» disse Miranda. Fu in quel momento che Lane si fermò. Miranda era arrabbiata, la cosa non succedeva spesso.
«Io... ti prego, Miranda, non dirlo a lui,» rispose Jack. Era di spalle rispetto a Lane, ma dalla voce poteva sentire che era spaventato, triste.
«Non posso, okay? Non posso mentirgli. Neanche tu avresti dovuto farlo. Ora, spiegami come è andata. Cristo, è tutto vero?» Domandò ancora lei. L'altro scrollò le spalle.
«Sì, è vero. Ma se lo meritava, Miranda! Jeremy non è una bella persona, io gli ho solo... fatto un favore,» provò il biondo.
«Fatto un favore mandando il suo migliore amico in prigione per qualcosa che avevi fatto tu?» Chiese ancora, spazientita.
«Smettila di trattarmi così,» protestò Jack. Lei scosse il capo.
«Voglio sentirtelo dire.» L'altro scrollò le spalle.
«Cosa?» Fece il finto tonto. Lei gli tirò uno schiaffo, attirando l'attenzione di qualche studente passante.
«Dillo, Jack.» Lui sembrava tentennante, poi sbuffò.
«Ho fatto io la soffiata anonima su Dylan allo Sceriffo.»

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