Capitolo 20

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Lane si svegliò col sorriso. Si voltò, stropicciando gli occhi, e notò Dylan al suo fianco. Lo fissò, felice, quindi si sporse per baciarlo. L'altro sbatté le palpebre e aprì gli occhi. Gli sorrise e si stiracchiò.
«Buongiorno,» disse, constatando che entrambi erano nudi sotto le coperte.
«Buongiorno,» rispose l'altro, poi si alzò, facendo una smorfia. «Mi fa male il culo.»
«Che finezza,» protestò il più grande. Lane alzò gli occhi al cielo e si vestì velocemente, poi afferrò il cellulare, aspettandosi di trovare un centinaio di chiamate da sua madre. Così era, infatti, ma qualcos'altro attirò la sua attenzione. C'era un messaggio da parte di Miranda, oltre a una decina di chiamate sia da parte sua che di Jeremy. Corrugò la fronte e lo ascoltò. Dylan lo vide impallidire improvvisamente, tornando serio. Dopo qualche secondo, notò che aveva gli occhi arrossati. Appoggiò il telefono sul comodino e si voltò a fissare Dylan negli occhi. «Che c'è?»
«Ti prego, dimmi che non è vero,» fece, con la voce ridotta a un sussurro. L'altro non sapeva a cosa si riferisse, quindi si tirò sui gomiti e si infilò le mutande, poi si alzò.
«Non ti avvicinare,» minacciò Lane, facendo un passo indietro. Dylan sorrise.
«Amore, cosa è successo?» Chiese, incredulo. Il più piccolo rise istericamente.
«Amore? Come mi hai chiamato? Dylan Carlyle, dimmi che non hai ucciso tua madre,» urlò, con una voce molto più ferma e sicura di quanto, in realtà, non fosse. Lui deglutì e abbassò lo sguardo a terra.
«Perché dici questo?» Lane scosse il capo.
«Non ci credo. Sei stato veramente tu,» constatò, stringendo i denti. Stava cercando di non piangere, ma sentiva una ferita al centro del petto che si espandeva sempre di più.
«Lane, chi ti ha detto questa cosa?» Domandò il più grande. Lane sbuffò.
«Miranda mi ha lasciato un messaggio dicendo di starti alla larga perché suo padre ti sta cercando per arrestarti. Pare che Gary abbia confessato di averti visto uccidere tua madre.» Non sapeva perché non se n'era già andato, ma le sue gambe non volevano muoversi.
«Io...» fece Dylan, senza trovare le parole. Si appoggiò al muro e fissò il nulla, mentre alcune lacrime gli rigavano il volto.
«Sono stato uno stupido. Tutto questo tempo con te, mi hai preso in giro fin dal principio,» disse, cercando di non piangere. L'altro alzò lo sguardo sul ragazzo con gli occhi pieni di lacrime dolorose.
«Ti prego, Lane, devi ascoltarmi,» supplicò, avvicinandosi di qualche passo.
«Vuoi uccidere anche me?» Chiese il più piccolo, sbattendo ripetutamente le palpebre ma senza allontanarsi dall'altro.
«Non è andata come pensi. Non sono un assassino, non ho ucciso mia madre a sangue freddo. Cazzo, quella nemmeno era mia madre. Era un mostro,» spiegò, asciugandosi gli occhi dalle lacrime. Lane scosse il capo.
«La tua era la famiglia perfetta, non puoi pensare che io mi faccia prendere ancora per il culo da te,» protestò Lane. Dylan sospirò e abbassò lo sguardo, cercando di calmarsi.
«Permettimi di spiegarti tutto e poi, se vorrai andartene e dire allo Sceriffo dove sono, non mi opporrò,» propose il moro. L'altro era combattuto. Il suo cervello gli diceva di fuggire quanto prima, di non farsi prendere ancora in giro da quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, ma il suo cuore vedeva qualcosa in quegli specchi che aveva sul volto il compagno. Vedeva rimorso, amore, colpa. E voleva sapere il perché una bellissima persona come Dylan fosse arrivato a commettere un atto così atroce.
«Hai due minuti,» decise, allontanandosi però di un passo verso la porta. Dylan accennò un mezzo sorriso.
«Grazie,» rispose, ma l'altro scosse il capo.
«Grazie un cazzo, spiegami,» ordinò. Il più grande prese fiato e si preparò a raccontare il paragrafo più orribile della sua vita.
«Tutto è iniziato diciannove anni fa. Le famiglie di mia madre e di mio padre erano le più in vista in tutta la Contea, due delle più ricche e conosciute, ed entrambe avevano due figli giovani. Un giorno, la povera Janine fu violentata da un teppista e rimase rimasta incinta. Sarebbe stato un disonore far nascere un bambino all'esterno del matrimonio, ma la sua famiglia era molto cattolica, quindi non prese mai nemmeno in considerazione la possibilità di abortire. Così a mio nonno venne un'idea: perché non far sposare Janine e Byron? Si conoscevano da una vita, sarebbe stata la copertura perfetta. Quindi combinarono un matrimonio: Janine e Byron si sarebbero sposati, suggellando un'unione economica e sociale importante per tutta la Contea. Ma Janine aveva sempre odiato Byron e non voleva sposarlo. Nove mesi più tardi sono nato io, figlio di una violenza.» Dylan si asciugò le lacrime e deglutì, pronto a proseguire. «Per mia madre fin dall'inizio sono stato un abominio, un bambino malato. Una volta ha anche provato a uccidermi, senza però riuscire a compiere l'opera. Così io ho sempre vissuto con un padre che non mi apprezzava perché non ero suo figlio, e una madre che non faceva altro che picchiarmi e ricordarmi che la mia esistenza è un enorme errore. Lei non è mai riuscita a superare quello stupro: è diventata un'alcolizzata, non ha mai provato affetto verso di me. Mai un bacio, mai un abbraccio, nulla di tutto ciò.»
«E per questo l'hai uccisa?» Chiese Lane, guardando l'altro negli occhi. Tutto tornava: la repressione per ogni contatto fisico con gli altri, il fatto che aveva picchiato Lisa, la sua incapacità a provare sentimenti prima della terapia con quello psicologo, però non riusciva a capire come fosse arrivato ad ammazzarla. L'altro si schiarì la gola.
«L'estate scorsa, lei ha scoperto che Byron la tradiva. Così, accecata dalla rabbia e dal disonore, gli ha puntato la pistola in faccia e ha minacciato di ucciderlo. Era ubriaca, non ragionava. Io e Gary l'abbiamo vista, io sapevo che lei gli avrebbe sparato. Io mi sono lanciato addosso a lei. Nel cercare di toglierle la pistola, è partito uno sparo e lei è stata colpita. Byron mi ha aiutato a distruggere la pistola e a cancellare le prove.» Lane valutò la teoria. Era sensata, poteva corrispondere ai fatti. «Io non volevo ucciderla, te lo giuro.»
«Però l'hai fatto,» rispose il più piccolo. «E non me l'hai voluto dire. Mi hai mentito, ti sei messo con me con questo segreto e se Gary non avesse confessato tu non me l'avresti mai detto.»
«Te l'avrei detto, prima o poi!» Protestò Dylan, con le guance ancora rigate dalle lacrime. Lane scosse ancora il capo. Quella era una storia tristissima. Non poteva immaginare cosa si potesse provare a vivere in quel modo. Aveva sempre visto i Carlyle come la famiglia perfetta, ma sotto quell'immagine immacolata, si ergeva la peggiore delle violenze. E tutto era sempre ricaduto su Dylan: aveva avuto una vita senza amore, senza affetto, senza una madre e un padre. Sbatté le palpebre per non piangere a quel pensiero. Aveva sofferto immensamente. Il suo cuore, in quel momento, pesava tantissimo. Dopo quel racconto, si sentiva la persona più fortunata del mondo ad essere vissuto con sua madre che lo amava come nulla al mondo. Ciononostante, non avrebbe mai potuto perdonare quella menzogna. Gli aveva mentito, l'aveva preso in giro, come avrebbe potuto Lane passare sopra a tutto ciò?
«Io non posso farcela. Non è l'omicidio, ma la mancanza di fiducia che hai avuto verso di me. Io... forse non ti amo abbastanza da passarci sopra.» Dylan scoppiò in lacrime e si voltò dall'altro lato, appoggiandosi alla parete. Lane strinse la mascella e ignorò la sensazione di bagnato sulle guance. Si passò una mano sul volto, poi afferrò il cellulare e lo ripose in tasca.
«Ti prego,» disse, singhiozzante, il più grande. «Sei l'unico con cui sia riuscito ad aprirmi. L'unico per il quale sia riuscito a provare veri sentimenti.»
«Non posso,» ribatté il più piccolo, testardo. Dylan lo guardò negli occhi. I suoi azzurri erano di una tristezza mai vista che fecero rabbrividire Lane.
«Non posso vivere senza di te,» confessò, con un filo di voce. L'altro gli afferrò le guance e sorrise.
«Puoi farlo e lo farai. Non dirò allo Sceriffo dove sei, fuggi. Rifatti una vita,» lo incoraggiò. Dylan si asciugò le lacrime e gli diede un dolcissimo bacio sulle labbra. Sapeva di mare, di tristezza, di paura. Era la cosa più vera che Lane avesse mai sentito. E quelle sensazioni lo travolsero come un uragano, facendogli pesare ancor di più il cuore nel petto.
«Partirò. Stasera, alle nove. Se cambi idea, se mi ami, vieni, ti aspetterò alla stazione.» Lane si allontanò di qualche passo, senza dargli le spalle. Gli sorrise tristemente.
«Addio, Dylan,» disse, poi si voltò e uscì per sempre da quella baita sul lago.

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