Capitolo 14

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La Citroen bianca si arrestò dinnanzi al cancello aperto. Jeremy scese dal posto di guida, chiuse le portiere e varcò la soglia. Proseguì raggiungendo immediatamente l'ingresso di casa, quindi suonò il campanello. Pochi secondi più tardi, la porta si aprì e una donna dai capelli scuri gli esibì un sorriso di circostanza.
«Jeremy,» disse lei, scostandosi per farlo entrare. Lui ricambiò l'espressione e si portò all'interno.
«Ciao, Jennifer. Mi ha sorpreso la tua chiamata.» La donna lo guardò di sottecchi e scrollò le spalle.
«Ho provato a chiamare Miranda, ma mi ha detto di sentire te.» Jeremy annuì e si precipitò su per le scale. Aprì la porta della stanza di Lane e trovò un enorme bozzolo sotto le lenzuola. Si diresse alle finestre e spalancò le tende, facendo gemere l'altro dal fastidio. Quindi si chinò sul letto e tolse completamente le coperte.
«Su, è ora di andare a scuola,» annunciò il più grande, tirando piccoli schiaffetti all'altro. Lane si tirò su col busto e lo guardò male.
«Tu cosa ci fai qui?» Chiese, grattandosi gli occhi. Jeremy scrollò le spalle.
«Sei scomparso da una settimana, ti vengo a recuperare. Alzati.» Lane scosse la testa e incrociò le braccia, sembrava un bambino di cinque anni.
«No. Vattene. Ho sonno,» rispose. L'altro sorrise.
«Ma se dormi da sette giorni. Su, muoviti, o ti alzi con le buone o lo fai con le cattive,» minacciò. Lane assottigliò le palpebre e lo guardò cercando di capire quanto facesse sul serio, quindi tirò nuovamente su le coperte e si stese.
«Vattene,» mormorò. Jeremy scrollò le spalle.
«L'hai voluto tu,» rispose, quindi iniziò scoprendolo e poi prese a fargli il solletico ovunque. Lane non riuscì a non ridere e si dimenò più volte, finché non cedette.
«Okay, okay, ci vado,» disse, col fiato corto per via del solletico. L'altro smise e si rialzò, pulendosi i vestiti.
«Hai cinque minuti per lavarti.»

La scuola era più spoglia e vuota senza Dylan tra i corridoi. Lane non poteva credere che fosse veramente partito, ma così era. Dylan Carlyle non c'era più, era andato a Portland e nessuno sapeva precisamente dove nello specifico. Gli mancava tanto, non era riuscito a superare la cosa e si era chiuso in stanza senza più uscirne. Almeno finché Jeremy non l'aveva obbligato a farlo, con la complicità di sua madre. Scosse il capo, cercando di ignorare la sensazione di vuoto che lo stava pervadendo.
Vagando tra le aule, Lane e Jeremy si imbatterono nei manifesti della squadra di football. Cercavano un nuovo giocatore per sostituire Dylan. Nel leggerlo, il castano sorrise, pensando a quanto anche per la squadra fosse indispensabile il loro quarterback. Un'idea malsana gli balenò per la mente. Socchiuse gli occhi e inclinò il capo, arrestandosi nel corridoio. Jeremy lo imitò, corrugando però la fronte senza capire le motivazioni di quella fermata. Lane, poi, si avvicinò alla bacheca e prese la penna, firmando in uno degli appositi spazi sotto all'avviso che aveva letto.
«Sul serio? La squadra di football?» Domandò il biondo, sforzandosi per non ridere.
«Sì. Non me la cavavo malissimo, se ricordi. E tu mi aiuterai a entrarci,» sentenziò. Jeremy alzò le braccia in segno di resa e annuì.
«Okay capo, agli ordini. Da oggi pomeriggio ci alleniamo al campetto,» rispose, preparandosi mentalmente. Ci sarebbe stato tanto lavoro da fare in poco tempo: il provino sarebbe stato due giorni dopo.
I due si avviarono verso l'aula di chimica, che raggiunsero poco dopo. Appena entrarono, videro Miranda e, accanto a lei, Jack. Questi alzò lo sguardò su Lane, che scosse il capo e lo superò senza degnarlo di una parola. Si sedette poco dietro di lui con Jeremy, ma Jack non voleva demordere. Si avvicinò ai due.
«Lane, ti prego, parliamo,» disse, l'altro lo guardò di sottecchi.
«Non ho nulla da dire a chi mi tradisce,» rispose atono. Jack scosse il capo.
«Lane, ho sbagliato, ti chiedo scusa,» provò il biondo. Lane alzò finalmente lo sguardo e lo fissò attentamente.
«Non basta chiedere scusa per farsi perdonare una cosa simile,» disse, sprezzante. L'altro aveva gli occhi liquidi, annuì e scrollò le spalle.
«Sai, Lane, il valore di una persona si capisce anche dalla sua capacità di perdonare,» tentò infine. Il castano gli sorrise.
«Allora evidentemente non valgo un cazzo,» sentenziò, l'altro si asciugò gli occhi e tornò al proprio posto accanto a Miranda. Jeremy attirò l'attenzione di Lane, che lo guardò storto. «Cosa c'è?»
«Dovresti perdonarlo, Lanny. Ha sbagliato, ma è passato del tempo. E ci sta male.» Lane scrollò le spalle.
«Non sono affari tuoi, Jeremy.»
Il resto della giornata trascorse tra noiose lezioni e discussioni con Jeremy o con Miranda. A pranzo, Lane notò come Jack non si fosse seduto al loro tavolo, ma non disse nulla: era giusto così, doveva pagare per ciò che aveva fatto. Nel pomeriggio dello stesso giorno – e anche del successivo – Lane e Jeremy si videro al campetto per allenarsi a football. Il castano non si ricordava di quanto fosse complicato resistere allo sforzo fisico prolungato, ma non aveva perso il suo talento: era un buon running back, perché riusciva a coadiuvare la propria velocità di corsa con la capacità di ricevere e afferrare la sfera ovale. I duri allenamenti di Jeremy – che, in canottiera e pantaloncini nonostante il freddo, faceva la sua sporca figura – erano utilissimi a Lane per riprendere la forma, ci teneva molto alla squadra di football. Il perché era evidente: voleva sentirsi più vicino a Dylan. Ora che lui non c'era, credeva che l'unico modo per sentirlo era raccogliere la sua eredità, anche se non era facile eguagliarlo come giocatore. In più, il problema principale era che Lane non sapeva giocare da quarterback. I due giorni volarono tra allenamenti e lezioni, e i provini sembrarono arrivare in un batter d'occhio.
Jeremy accompagnò Lane al campo dove il coach Sander stava radunando circa dieci ragazzi.
«Buona fortuna, amico,» disse il più grande, stringendo una spalla all'altro. Questi sorrise.
«Grazie di tutto, grazie dell'aiuto e del sostegno,» rispose. Jeremy scrollò le spalle.
«Io sono proprio lì, quindi stai tranquillo che non sei solo,» fece, indicando un punto sulle gradinate. I due si separarono e Lane si accodò al gruppo. L'assistente del coach segnò il suo nominativo e poi contò tutti i presenti, infine diede il via libera a Sander che prese a parlare:
«Siete in nove per un posto. Non è un mistero che il nostro migliore giocatore è appena partito, lasciandoci a stagione in corso senza un quarterback titolare. So che nessuno di voi potrebbe mai giocare in quel ruolo, non senza una carriera alle spalle, ma non importa: il sostituito ce l'abbiamo in squadra. Quel che ci serve è un altro giocatore che riempia il vuoto creato da Carlyle. Non ci aspettiamo che siate formidabili, né che giocherete mai titolari. Quindi potete fare solo una cosa: stupirci,» disse l'uomo, indossando il cappellino bianco con il logo della squadra. «Che i giochi abbiano inizio.»
I coach chiamarono tutti in ordine alfabetico e chiarirono che si sarebbero prima svolte delle prove individuali, poi di squadra e infine una partitella: inizialmente li fecero scattare uno a uno e misurarono i loro tempi. Lane fu il più veloce, ma quello non era un mistero. La seconda prova era di ricezione: un giocatore della squadra titolare – Dale Brereton, quarterback che fu scelto per sostituire Dylan – lanciò loro la palla in diverse zone del campo e i coach valutarono la loro capacità di presa. Lane fu il terzo su nove per palle agguantate. Infine la terza prova: tre giocatori della squadra di difesa si pararono dinnanzi a loro e, singolarmente, i ragazzi dovevano sfuggirgli con la palla per andare in touchdown. Avevano cinque possibilità a testa. Lane fu anche lì tra i migliori – secondo con due touchdown su cinque – ma non tanto per meriti suoi, quanto per demeriti degli altri. La prova di squadra riguardava la cooperazione: i nove ragazzi vennero divisi in due file: dovevano lanciarsi la palla da una parte all'altra del campo, afferrarla al volo e rilanciarla. Chi aveva la palla doveva stare fermo, chi era senza doveva correre. L'esercizio fu un mezzo fallimento: la maggior parte dei nove non riuscì nemmeno ad agguantare la palla. Dopo di che, il coach chiamò tutti a raccolta.
«Bene, i tre nomi che dirò sono i ragazzi che si giocheranno il posto nella partitella, mentre gli altri possono andare sotto le docce: Kyle Jenkins, Carter Poole e Lane Derrick.» Lane vide Jeremy esultare quando il coach pronunciò il suo nome, mentre lui si limitò a sorridere ed alzarsi. Gli vennero date delle pettorine verdi con numeri diversi – a Lane toccò il 5 – per permettere ai coach di riconoscerli contro gli altri. I tre furono inseriti nella squadra d'attacco delle riserve, che indossava pettorine rosse, e dovevano affrontare la squadra titolare, dotata della classica divisa ufficiale bianca e blu con i loghi della squadra e della scuola. La partita durò due tempi, quindi circa mezz'ora: Lane fu impiegato da running back e riuscì a realizzare anche un touchdown, con grande sorpresa da parte dei coach. Al termine della partitella, la squadra fu mandata negli spogliatoi e Sander chiamò a raccolta i tre osservati.
«Vi siete comportati meglio di quello che immaginavo, ma tra voi c'è un ragazzo in particolare che ha attirato la mia attenzione: complimenti, Lane Derrick, sei ufficialmente il nuovo membro della nostra squadra di football.»
«Grazie coach, farò il possibile per non deluderla,» disse Lane, stringendogli la mano. Appena il gruppo si congedò, camminò a passo svelto verso Jeremy che gli sorrideva dalla distanza. Mentre si avvicinava a lui, il biondo lo guardò. Aveva una luce negli occhi, era diverso dal solito. Un brivido gli corse lungo la schiena: nel vederlo lì, col casco in mano e la pettorina della squadra di football, si rese conto che Lane sarebbe presto cambiato. Il ragazzo che conosceva era morto con la partenza di Dylan, e ne stava nascendo un altro, completamente diverso. Così Jeremy giunse alla terribile conclusione che Lane Derrick non sarebbe mai più stato lo stesso di prima.

The Last YearWhere stories live. Discover now