Capitolo 15

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«Ehi Derrick, complimenti per il down. Ho visto che c'era mammina oggi a vederti: le hai dato il bacino prima di scendere in campo?» Chiese Gary Pougle, facendo ridere l'intero spogliatoio. Lane sorrise.
«Spiritoso, Pougle, davvero. Ma meglio baciare mammina, piuttosto che il culo del professor Andrews per non farti bocciare, che dici?» Rispose l'altro, creando un Oh generale seguito da una risata. Gary mimò il segno del cappello, quindi si tolse la maglia e filò in doccia. Lane lo imitò, seguito dal resto della squadra. Erano passati quattro mesi dalla sua ammissione al gruppo, e Lane aveva lentamente scalato le gerarchie: da sconosciuto e sfigato era diventato uno dei due running back titolari e colonna portante della squadra. La sua tecnica era molto migliorata e il coach era soddisfatto di lui. In quei mesi, il castano si era reso conto dei suoi errori di giudizio sulla parte popolare della scuola. Uscire con loro, giocare insieme, suggerirsi ai test, imbrattare i muri con la vernice, andare a bere assieme: tutto ciò l'aveva strabiliato e continuava a volerne sempre di più. La popolarità era come una droga, e lui non voleva smettere di assumerne. In quanto a Dylan, poteva dire di averlo totalmente eliminato dalla propria vita. Si era reso conto di averlo messo su un piedistallo troppo grande per lui. Mentre si docciava, non poté non pensare a quanto si sentisse felice di quella sua nuova vita.

Jeremy stava aspettando da oltre mezz'ora dinnanzi al palazzetto dello sport e si era abbastanza stufato di attendere. Aveva perso il conto delle volte in cui Lane l'aveva lasciato lì ore perché stava parlando o giocando con la propria squadra. E lui continuava, come uno stupido, a persistere e presentarsi al campetto per portarlo a casa in auto, quando era ormai evidente che il più piccolo avesse ampliato il proprio giro già da un pezzo, lasciandolo indietro. Ma a Jeremy mancava il suo amico, il suo confidente, suo fratello. E sapeva che, sotto sotto, Lane era ancora là dentro, in quel corpo con un'anima completamente diversa da quella che il biondo era abituato a conoscere. Se avesse immaginato cosa sarebbe accaduto, non avrebbe mai permesso che si iscrivesse a quella stupida squadra.
«Ma no, non è la squadra, avrebbe trovato comunque un modo per cambiare,» disse ad alta voce, contraddicendo i propri pensieri. Sì, avrebbe trovato un altro modo: la chiave era Dylan e la sua partenza. Quella era la motivazione. Lane arrivò poco dopo, salutò i suoi compagni battendo il pugno con loro, quindi si affrettò a salire sull'auto di Jeremy.
«Ciao,» gli disse semplicemente il castano. L'altro sospirò e saltò su al posto di guida.
«Come è andata oggi?» Chiese, Lane sorrise.
«Amico, sembri mia madre con queste domande. È andata bene, come sempre, che vuoi che ti dica?» Rispose, con il solito tono sprezzante che aveva da mesi. Jeremy annuì, intristito, e mise in moto. «Oggi lasciami in centro, mi vedo con Doug, Mark e Steph al pub.»
«Ma domani abbiamo il test di chimica,» ricordò il biondo. L'altro sbuffò.
«Che vuoi che mi freghi del test, mamma, tanto con il football ho il college assicurato,» fece Lane. Jeremy contrasse la mascella e fermò l'auto, accostando. «Che fai, bello?»
«Innanzitutto se vuoi che ti porti al pub, mi chiedi per favore di lasciarti in centro. Poi, non mi chiamare bello, e infine: mi sono stancato di farti da taxi mentre mi tratti di merda,» snocciolò il più grande, sentendo il petto liberarsi di un peso.
«Beh, sai che ti dico? Non mi frega. Tanto lo trovo chi mi da un passaggio, non è più necessario che ti scomodi a venirmi sempre a prendere. E anche io mi sono rotto i coglioni di come mi tratti: la vita è mia e decido io come viverla, non mi serve una seconda madre bacchettona e rompicazzo, una mi basta. Ci becchiamo a lezione, bello,» rispose, poi gli diede una pacca sulla spalla e scese dall'auto, sorridente. Così il petto di Jeremy fu colpito da un macigno molto più pesante di quello che si era appena tolto.
Lane si diresse a piedi in centro, assaporando la fresca aria primaverile. Adorava la primavera: poteva correre e giocare all'aria aperta, in più sua mamma lavorava più spesso al bar e così non aveva la rottura del dover tornare presto a casa la sera e poteva tirare fino alle due o tre di notte. Raggiunse poco dopo il pub e notò che i suoi amici erano già lì, così si accomodò al loro tavolo e ordinò una birra. Erano le dieci, la notte era ancora giovane e non vedeva l'ora di cominciare a bere.

Al suono della campanella, Jeremy entrò a scuola a passo svelto. Non sapeva quale fosse il suo armadietto, ma era abbastanza sicuro di quale fosse la sua prima ora. Rapidamente si portò dinnanzi alla classe e attese, recuperando il fiato perso per la corsa precedente. Ci vollero pochi secondi perché la ragazza apparisse da dietro l'angolo. Le sorrise, bloccandole la strada. Lei corrugò la fronte e allargò le braccia.
«Cosa c'è, Jeremy?» Domandò. Lui sospirò e abbassò lo sguardo a terra.
«Si tratta di Lane, Miranda. Io... non so più cosa fare. Ho bisogno del tuo aiuto,» rispose, alzando poi gli occhi e fissandola. Lei si morse un labbro e scrollò le spalle.
«Lo chiedi a me? Sai che non mi parla da almeno tre settimane? E l'ultima volta che l'ha fatto, era per chiedermi di passargli i compiti di storia. Io gli voglio bene, ma così non può continuare.»
«Miranda, ti prego, devi aiutarmi. Non possiamo lasciare che si perda così senza intervenire,» sostenne il biondo, allargando le braccia.
«Mi sa che si è già perso, Jeremy. Sei arrivato troppo tardi,» rispose la ragazza, superando il più grande.
«Quindi ti arrendi così? Lo lasci stare? Ho sempre pensato che tu fossi una donna con le palle, così mi fai ricredere totalmente,» urlò, per farsi sentire. Lei si arrestò e si voltò, poi tornò sui propri passi e fu nuovamente a contatto col più grande.
«Non è che mi arrendo, ma non posso farci nulla,» ribatté lei, incrociando le braccia. Lui sorrise, aveva vinto.
«Almeno potresti tentare,» concluse, dandole il colpo di grazia. Lei assottigliò gli occhi. Sapeva benissimo che aveva giocato sulla sua principale debolezza, ma non le importava. Annuì lentamente.
«Qual è la tua idea?» Domandò, ignorando la porta della classe che si chiudeva successivamente all'arrivo del docente.
«Innanzitutto cerchiamolo, obblighiamolo a parlarci, e sicuramente caveremo qualcosa dal buco.» Miranda si avviò lungo il corridoio e lui la seguì, sorridendo. Il fascino di Jeremy Holden non ha limiti.
Dopo che i due lo ebbero cercato per tutta la scuola, ricevettero la preziosa informazione che non era presente, così uscirono dall'edificio e si avviarono in auto a casa del castano. Il viaggio fu estremamente produttivo: discussero riguardo a una tattica potenzialmente produttiva da utilizzare con l'amico per metterlo alle strette. Appena giunsero all'abitazione del running back, scesero dal mezzo e suonarono il campanello. Nessuno sembrava voler aprire, così replicarono il gesto più volte, finché Miranda non si stancò.
«Andiamo, non è in casa,» decretò, ma Jeremy non era d'accordo.
«Aspetta.» Prese un sasso dal giardino e staccò la chiave che, con il nastro, era posizionata sotto di esso. Con quella aprì la porta. I due salirono al piano superiore e trovarono Lane addormentato nel letto. Miranda aprì le tende, mentre Jeremy lo scoprì. La stanza era un casino: il disordine regnava sovrano, sembrava non venire pulita da mesi.
«Cosa volete,» disse un assonnato Lane. Miranda si precipitò da lui.
«Parlarti. Mettiti qualcosa addosso, per favore,» rispose lei. Il castano si coprì il petto con una canottiera e si sedette sul letto con le braccia spalancate.
«Quindi?» Chiese, Jeremy si preparò a parlare, ma la ragazza lo anticipò.
«Noi ti vogliamo bene, per questo siamo qui: devi ritornare il ragazzo dolce e sensibile che conosciamo. Ti rendi conto di cosa sei diventato?» Iniziò lei, andando contro tutti i piani fatti in auto.
«Scherzi, vero? Sei qui per darmi una lezione, proprio tu? Sei una traditrice, hai continuato a vedere Jack dopo tutto ciò che è successo.» Lei sbuffò.
«Ancora con quella storia. Sono passati cinque mesi, per Dio. Svegliati e ritorna in carreggiata!» Sibilò lei, battendogli le mani dinnanzi al volto. Gli occhi di lui furono attraversati da una rabbia cieca, poi sorrise.
«Sai cosa dicono di te in spogliatoio? Che sei solo una gran puttana. Quante storie ho sentito su di te! Altro che la pura Miranda, vedo che ti piace darla a tutti. Scelta di vita rispettabile, ma dico io: con che coraggio una troia mi viene a dare lezioni? E ora vedo che hai catturato anche Jeremy nel tuo giro. Cosa sono per te i ragazzi, dei trofei?» Miranda scosse la testa, si voltò e uscì dalla stanza di Lane. Jeremy guardò l'amico di sottecchi, poi si precipitò a seguire la donna.
«Miranda! Miranda aspetta!» La braccò afferrandole il braccio, quindi lei si voltò.
«L'hai sentito, vero? Non mi frega più nulla di lui, io...» fece per dire, quando il telefono prese a squillare. Lei lo ignorò.
«Non era Lane a parlare, era la rabbia che si è presa possesso di lui dopo la partenza di Dylan,» teorizzò Jeremy. Miranda fece per rispondere, quando fu il telefono del biondo a squillare. Anche lui lo ignorò, cercando di far ragionare la ragazza, ma a quel punto il cordless di casa Derrick suonò. I due corrugarono la fronte e Jeremy rispose.
«Casa Derrick. Cosa...» Il più grande rimase interdetto e deglutì.
«Cosa c'è? Jeremy? Cosa è successo?» Miranda tentò di riscuoterlo, senza successo, quindi sfilò il telefono dalle sue mani. «Pronto? Chi parla?»
La ragazza sbiancò e lasciò cadere il cordless, portandosi le mani alla bocca. Poco dopo, scoppiò in lacrime e corse via, uscendo di casa. Jeremy avrebbe dovuto seguirla, sapeva di doverlo fare. Ma non riusciva a muoversi, non riusciva a smettere di pensare a quelle parole, quelle terribili parole che avrebbero distrutto Lane quando gliele avrebbe riferite, così rimase immobile nel salotto del suo migliore amico a fissare il nulla con occhi vitrei e assenti.

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