Capitolo 9

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Lane aprì la porta ed entrò in casa seguito dai suoi due amici. I tre avanzarono sino alle scale e salirono al piano superiore. La stanza del castano era aperta, così vi entrarono. Jeremy era lì e sorrise al loro arrivo. Lane lo guardò di sbieco e strinse le palpebre.
«Sei stato tu,» accusò. «Mi hai mentito, hai fatto tu la soffiata allo Sceriffo.»
«Perché avrei dovuto?» Domandò il ragazzo. Lane scosse il capo e gli puntò un dito contro.
«Cosa ci facevi in giro la notte in cui mi hai incontrato?» Chiese nuovamente il più piccolo. L'altro sorrise e abbassò lo sguardo.
«Siamo arrivati a questo? Un vile interrogatorio?» Reagì il biondo, scuotendo il capo e facendo per andarsene. Jack gli si parò davanti, impedendogli di uscire dalla stanza. «Spostati.»
«Ti ha fatto una domanda. Rispondi,» disse il ragazzo, non accennando a muoversi. Jeremy sorrise amaro e sospirò.
«Spostati,» ripeté, Jack incrociò le braccia e rimase assolutamente immobile. Così il biondo sferrò un pugno al ragazzo, che urlò dal dolore, poi spinse via Miranda e passò, superandoli. Si fermò solo sulla soglia della porta della stanza di Lane, voltandosi a guardare quest'ultimo. «Io ti ho aiutato, ti ho sostenuto, mi sono scusato per ciò che è accaduto due anni fa, e tu mi ringrazi così. Dovevi fare solo una cosa, Lane, credermi, fidarti di me.»
«Nessuno può fidarsi di te.» Jeremy si girò e sparì dalla vista dei tre. Lane si avvicinò a Jack e gli tolse la mano dal naso. Vide che sanguinava. «Ti fa male?»
«No, figurati, sto benissimo,» ironizzò il ragazzo. Miranda alzò il capo e guardò Lane. Gli sorrise e gli strinse la spalla destra.
«So che fa male, ma era la cosa giusta,» disse la ragazza. Il castano annuì e si alzò, sospirando. Doveva pensare a Dylan, eliminare Jeremy dalla testa e tirare fuori di prigione il capitano della squadra di football. Ma come?
«Miranda, devi parlare con tuo padre,» suggerì Lane. Lei scosse la testa.
«Non puoi chiedermelo. Sai che mi tiro sempre fuori, non voglio partecipare a tutto ciò,» rispose, ma il castano non aveva dubbi sul fatto che quella fosse l'unica soluzione possibile.
«Miranda, ascoltami. Devi dire a tuo padre che è stato Jeremy a fare la soffiata. Se lo fai tu, ti crederà. A quel punto gli spiegherai che Dylan è innocente, gli racconterai le stesse identiche cose che io gli ho detto, così assumerà che sono vere. Infine gli esporrai i nostri sospetti: Jeremy ha complottato con qualcuno, forse Gary, forse Byron, comunque ha avuto un ruolo attivo nella faccenda, gli dirai che ha cercato di depistarci e che deve lasciar andare Dylan. Se ancora non lo farà, cercheremo un avvocato,» decise Lane. La ragazza non sembrò, però, convincersi.
«Ha ragione lui. Dobbiamo far sì che venga incriminato Jeremy al posto di Dylan, e l'unica che può farcela sei tu,» sostenne Jack, tamponandosi il naso con un fazzoletto. Miranda alla fine cedette, annuì e si alzò.
«Lo farò, chiamo subito papà.»

Al suono della campanella, una folla incontrollabile si precipitò fuori dall'aula. Lane si alzò con calma, preparò lo zaino e salutò la signora Ryan, poi uscì dalla classe. Percorse svogliatamente il corridoio diretto alla mensa. Miranda era andata da suo padre quella mattina, e Lane non poteva non pensare a cosa si stavano dicendo. Avrebbe funzionato? Sarebbero riusciti a tirar fuori Dylan? Appena raggiunse la mensa, vide Jack seduto al loro solito tavolo. Si accomodò di fronte a lui e gli sorrise.
«Hai avuto notizie da Miranda?» Chiese, speranzoso. L'altro scosse il capo, poi estrasse il suo portatile dallo zaino e lo aprì.
«In compenso, però, ho trovato questo avvocato. Vive a Portland, sembra bravo. La famiglia di Dylan non ha problemi economici, quindi il prezzo anche se alto sarà sostenibile,» disse il ragazzo. Lane guardò il sito di quell'avvocato: sembrava ben fatto, traspariva fiducia. Almeno avevano un piano B.
«Prenota un appuntamento per domani pomeriggio, nel caso serva, al massimo lo disdiciamo,» decise, estraendo poi dallo zaino il suo panino e cominciando a mangiarlo. Le lezioni del pomeriggio furono estremamente noiose e pesanti: non riusciva a pensare ad altro che a Dylan. Appena la giornata scolastica terminò, uscì dall'edificio. Istintivamente buttò l'occhio nella zona dove solitamente era parcheggiata l'auto del più grande, non trovandola. Scosse la testa e andò a prendere il suo autobus, non aveva voglia di camminare. Una volta tornato a casa, si mise a fare i compiti, poi decise di ordinare una pizza. Un quarto d'ora dopo, ricevette una telefonata da Jack.
«Ehi Jack, hai novità?» Chiese subito.
«No, Lane, mi dispiace. Ti chiamavo per il lavoro di letteratura. Tu che autore hai scelto?»
«Ho scelto Poe, porterò i racconti.» Sentì sbuffare.
«Che palle, mi fa schifo letteratura, non ha senso studiare 'ste cose.» Lane fece per rispondergli, poi il campanello suonò e fu grato al fattorino delle pizze che lo stava togliendo da quella situazione. Lui voleva bene a Jack, ma a volte era veramente pesante e noioso. Che senso aveva lamentarsi con lui di un compito facile e veloce? Ci avrebbe messo meno tempo a farlo che a lagnarsi.
«È arrivata la mia pizza, ti devo salutare, ciao!» Fece, sbrigativo, e mise giù. Scese per prendere la pizza, afferrò i soldi e aprì la porta. Rimase di sasso quando vide chi aveva davanti.
«Stai bene?» Chiese Dylan, vedendolo improvvisamente impallidito. L'altro si riscosse e annuì ripetutamente, poi, istintivamente, si lanciò e lo cinse in un abbraccio stretto. Il più grande rimase evidentemente sorpreso da quel gesto, ma dopo un paio di secondi di interdizione, ricambiò l'abbraccio.
«Sei tornato,» disse Lane, dimenticandosi che la loro relazione era solo nella sua testa. Dylan sorrideva, trovava divertente quel comportamento.
«Posso entrare? Sai, fa freddino,» chiese, l'altro spalancò gli occhi e si spostò, permettendogli di entrare. Appena si rese conto di ciò che aveva fatto, arrossì ed era abbastanza convinto di essere rimasto rosso in volto per almeno cinque minuti.
«Io... cosa è successo?» Domandò il più piccolo. Dylan scrollò le spalle e sorrise.
«Grazie,» rispose semplicemente, poi si guardò attorno. Il salotto era piccolo e disordinato: il divano era coperto dai panni che precedentemente erano stesi in bagno, la televisione era rotta, la cucina che si intravedeva sulla sinistra era colma di contenitori e condimenti disposti disordinatamente.
«Sì, non è propriamente ordinata, ma è casa mia,» annunciò il ragazzo, allargando le braccia. Dylan non sembrò schifato – Lane lo era ogni volta che tornava a casa da scuola – ma compiaciuto.
«È un ambiente caldo e accogliente, disordine a parte,» commentò il capitano della squadra di football. Lane sorrise e indicò le scale, quindi si avviò. L'altro lo seguì sino alla sua stanza. Quella era indubbiamente la camera più ordinata di tutta la casa: il letto era perfettamente fatto e le coperte rimboccate, la scrivania linda con i libri egregiamente riposti nella apposita libreria, ordinati per grandezza, tipologia e autore. Scoppiò a ridere. «Ecco la tua maniacalità, me l'aspettavo.»
«Voler vivere nell'ordine e nella pulizia è da maniaci? Se sì, allora io sono un maniac- Non spostare quei soprammobili!» Urlò, per fermare l'altro, intento a giocare con dei soprammobili perfettamente ordinati su una mensola senza un granello di polvere.
«Agli ordini,» rispose, lasciando giù l'elefantino. Poi si voltò e si sedette sul letto. L'altro lo imitò, posizionandosi accanto a lui ma senza toccarlo nemmeno con un centimetro del suo corpo.
«Quindi, come è andata?» Chiese nuovamente. Dylan lo guardò e si preparò a raccontare.
«È arrivato lo Sceriffo, mi ha interrogato. Gli ho detto le stesse cose che ho detto a te di dire, gli ho detto che non c'entravo nulla e che non avrei richiesto un avvocato perché ero innocente. Lui mi ha chiesto in che rapporti fossi con Jeremy Holden, gli ho risposto che lo conoscevo sommariamente e che talvolta l'avevo visto a casa mia perché era uscito con mia sorella fino a qualche mese fa, ma che non ci avevo mai effettivamente stretto amicizia. Lui ha detto che è stato Jeremy ha fare la soffiata su di me, che non avevano prove e che pensavano che lui avesse mentito per proteggere qualcuno. Mi hanno lasciato andare e basta,» spiegò il moro. Lane si fermò a ragionare sulla situazione. Era estremamente complicata. Byron era l'assassino di Janine. Dylan e Gary lo sapevano, ma lo avevano coperto per due motivi differenti: il primo voleva proteggere la propria famiglia, mentre il secondo voleva ricattarlo per avere denaro. Dall'altro lato, c'era Jeremy che, per qualche motivo – forse coinvolto da Gary – aveva cercato di far incolpare Dylan dell'omicidio della madre. Ma così facendo, se fosse stato accusato, le accuse su Byron sarebbero cadute e Gary non avrebbe potuto ricattarlo. Gli mancava un tassello, ma non sapeva quale.
«Sono contento che tu sia uscito,» disse poi al più grande. Questi gli sorrise. Su quel letto sembravano così intimi che a Lane corse un brivido su per la schiena.
«È solo merito tuo. Mio padre se ne è fregato, mia sorella anche. Gary non l'ho sentito, Lisa mi ha lasciato un messaggio chiedendomi se fossi colpevole. Tu invece hai creduto in me. Perché?» Chiese Dylan. Lane aveva la bocca secca e doveva rimanere immobile o era sicuro che gli sarebbero tremate le mani.
«Perché ho capito che sei sincero e... non lo so, ho sentito di poterlo fare, di poterti credere.» Dylan sorrise e si avvicinò di più a lui, guardandolo negli occhi. Poi corrugò la fronte.
«I tuoi occhi sono arancioni, non marroni. Non avevo mai visto degli occhi così belli,» commentò. I volti dei due ragazzi erano a pochi centimetri di distanza e le loro gambe si toccavano.
«Io sì, i tuoi,» rispose Lane, con una voce talmente bassa che non l'avrebbe mai sentito se non fosse stato così vicino. Dylan sollevò la mano e gli accarezzò una guancia, sorridendo, poi sospirò e si avvicinò sempre di più, fino a sentire la presenza delle labbra dell'altro a pochi millimetri dalle sue. Il suo respiro era calmissimo, quello di Lane invece era accelerato come non mai. Così Dylan sorrise e lo baciò.

The Last YearWhere stories live. Discover now