Capitolo 6

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Percy's pov

Mi trovavo ancora nella stanza bianca, a gambe incrociate a terra, mentre cercavo di muovere un muscolo. Ogni momento che passava, sentivo il respiro che veniva a mancarmi, le labbra sempre più secche, gli occhi sempre più stanchi, destinati a chiudersi per sempre. 

Era buffo il fatto che io avessi sconfitto i peggiori mostri della terra e due delle persone più malvagie della storia greca e che sarei potuto morire per aver sfidato una poltiglia arrabbiata.

Non volevo morire, la paura stava prendendo il sopravvento su di me, sentivo ansia, terrore. Non volevo chiudere gli occhi, perché sapevo che sarebbe stato per sempre.

Tuttavia ero stanco, l'oscurità era sempre più vicina a me. Però cercavo di tenere la mente sgombra da brutti pensieri: pensavo alla mia promessa, ad Annabeth, al fatto che io non l'avrei mai e poi mai lasciata sola. Ma ero stanco. Ogni singola parte del mio corpo mi urlava di chiudere gli occhi. 

Ma la mente, il mio istinto, il mio amore per lei e la paura di abbandonarla, erano più forti. Avrei sfidato la morte per lei. Così, cercai di alzarmi da quella posizione molto scomoda. Ogni volta che provavo a muovermi, sentivo delle fitte molto dolorose, ma quello era niente in confronto ad un cuore spezzato. 

Neanche con tutta la forza di volontà del mondo, una persona può svegliarsi da un coma. Era decisamente impossibile, ma ci dovevo provare.

Muovere anche un solo dito sembrava la cosa più difficile del mondo, come se avessi attaccato ad esso un peso di oltre mille chili.

Presi un grande respiro, il primo tentativo non aveva funzionato. Magari se mi fossi concentrato di più sul mio obbiettivo, ce l'avrei fatta.

Fu una lotta dura e dolorosa tra cuore, che voleva mi svegliarsi, e mente, che richiedeva quel riposo così tanto agognato.

Mi stavo arrendono, era come tornare nel Tartaro, doloroso, ogni singola parte del mio corpo sembrava bruciare. Le palpebre erano pesantissime, stava diventando difficile anche solo rimanere sveglio in quella stanza tutta bianca.

- Non arrenderti. -

Era una voce, veniva da fuori. O forse, era il delirio che parlava per me.

- Sono certo ce la farai. -

La voce continuava, io la conoscevo, l'avevo sentita molte volte prima.
Avrei voluto urlare e rompere tutto ciò che mi circondava, ma tutte le volte che provavo ad aprire bocca, la voce non usciva, era come se me l'avessero presa e buttata via.

Ricordo di aver sentito un calore all'altezza del petto, dove avevo la maggior parte delle ferite.

- Ce la puoi fare,
Io ti comando
Torna indietro. -

La persona fuori da quella stanza bianca ripeteva queste tre frasi, come una cantilena triste, senza rime, senza ritmo.

C'era qualcosa che mi spinse a fare un altro tentativo, non so spiegare adesso a distanza di anni cosa fosse quella sensazione, ma ci provai.

Iniziai a muovere gli occhi, a destra e a sinistra e, raggiunto questo obbiettivo, cercai di muovere anche la testa nelle medesime posizioni.

Ero felice, mi stavo muovendo, finalmente.

Iniziai lentamente a muovere tutto il resto del corpo: le dita delle mani e quelle dei piedi, le braccia, le gambe.

Con un movimento lento riuscii anche ad alzarmi e camminare fu difficile. Era come se avessi appena imparato.

Non sapevo dove andare, era una stanza bianca, senza pareti, senza soffitto. Sembrava quasi levitate a mezz'aria. 

Capii come si sentiva Jason quando volava.

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