Capitolo 2 : Il Quartier Generale (I)

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Quando l'ultima volta aveva visto quella meraviglia, che da anni le riempiva distrattamente la vista, aveva sì visto una meraviglia, ma una meraviglia che nell'inconsapevolezza di bambina già risuonava di minaccia. E ogni giorno era lì, a ricordarle il terrore di dover perdere irrimediabilmente le persone amate, l'una dopo l'altra, tra le invalicabili braccia della Cupola. Davanti a quella meraviglia che aveva dipinto, con abile maestria, sorrisi sui volti degli altri, la piccola Vera che era stata si era detta di evitarne anche la sola vista con tutte le sue forze, come per concentrarsi sulla vita che aveva prima ed uscire da quell'incubo. Prima Rob, gli amici del quartiere, la sua vecchia casa, poi i suoi genitori. Poco le rimaneva della bambina che era stata e del mondo che aveva conosciuto e, man mano, poco le stava rimanendo della paura di restar sola, della rabbia verso un nemico sconosciuto, della sensazione costante di essere osservata dalla Cupola.

Dopo tanto, ora era lei ad osservarla. Osservarla, vederla, guardarla con occhi diversi da quelli da bambina che si era portata via.

“Buon compleanno, sorellina”

Quanto amava quei ricci castani tanto simili ai suoi, lo sapeva solo suo padre... Già suo padre; che aveva dato la sua libertà, la sua vita per non farle vedere il male che c'era in quel nuovo mondo al di la della “meraviglia”.

“Buon compleanno, sorellina.”

Era troppo presa dai suoi pensieri perché potesse realmente ascoltarlo.

“Ehi Vera, lo so. Lo so che tutto questo è così strano: essere qui fuori da soli, compiere gli anni sapendo che chi più ami non è con te, vivere in un mondo distrutto, però ascoltami. Da oggi c'è molto di più, di meglio.”

“Cosa?”

“La risposta alle tue domande.”

Mano per mano, nel bosco. Sembrava essere ritornati bambini, quando tutti erano contro tutti e invece i due fratelli giocavano insieme, vincendo insieme, come se fossero uno solo. Nascondino si chiamava il gioco, Vera lo ricordava bene. 5, 4, 3, 2, 1...e tutti si dovevano nascondere.

“Umberto, e noi dove andiamo?”

Era la domanda di rito, poi gli consegnava espressamente la sua mano e insieme andavano alla ricerca di un posto sicuro, un posto di strategia, dove aspettare per poi vincere. Vera e Umberto vincevano sempre perché Umberto sapeva sempre dove portarla.

Mano per mano, nel bosco; ma loro due erano sempre dietro l'angolo della Tana... La Tana era il camino di una vecchia casa? Loro erano sul suo cadente soffitto. La Tana era il tronco di un massiccio albero? Loro erano irrimediabilmente nel cespuglio sotto l'albero dalle forti e immense radici che seguiva lungo il cammino.

Mentre gli altri erano concentrati su posti inattaccabili, introvabili e perché no, stupidamente irraggiungibili. Tanto irraggiungibili che la Tana diventava un luogo lontano, un obiettivo sconosciuto. Invece loro erano lì, a divertirsi in silenzio come matti, ridendo con la vittoria già in tasca. Quante vittorie le aveva regalato con i suoi posti sicuri...

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Questo è l'inizio del secondo capitolo! Come sempre fatemi sapere eventuali opinioni, correzioni e tutto quello che volete! Grazie mille.

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