Capitolo 4

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Non appena mi resi conto che vi fossero alte probabilità che mia madre si fosse recata da mio padre, là dove era solita trascorrere parte del suo tempo per sfogarsi e scavare nel più profondo della sua interiorità, non ci pensai nemmeno un attimo e immediatamente indossai le mie vans nere, dopo aver pettinato velocemente i capelli; aprii la porta, con la speranza di poter trovare poggiata sulla lapide di quella tomba, la figura distrutta della donna che sembrava avessi annientato poco prima.

Erano già le sei del pomeriggio e, stranamente, un venticello fresco sembrava preannunciare l'arrivo di nuovoloni poco piacevoli alla vista, che rispecchiavano perfettamente il mio stato d'animo: leggero e cupo. Durante il percorso, continuavo ad interrogare me stessa, cercando di risolvere e creare un connubio con le parti di me che lottavano tra di loro, che facevano delle mie scelte un costante errore. Non appena giunsi dinanzi all'ingresso del cimitero, riuscii a vedere solo le cancellate, chiuse.

Non era possibile.

Ecco che il respiro cominciò ad essere affannoso, ecco che l'unica speranza evaporò. Dove diavolo si era cacciata?

I sensi di colpa non facevano altro che triplicarsi; non credevo di averle detto qualcosa di così offensivo a tal punto da farla scappare.

Scappare dove? Non abbiamo altri parenti stretti oltre che noi. Noi dobbiamo esserci l'una per l'altra, perchè ci siamo sin da quando mio padre è scomparso, siamo l'unico pilastro che regge in piedi le nostre vite.

Continuavo a rimurginare in merito, quando il telefono vibrò nella mia tasca. Era Meggie.

'Corri a casa mia, c'è tua madre e sta piangendo, non so cosa le prenda.'

Non aveva potuto davvero fare una cosa del genere. Andare a casa di Meggie, una delle mie amiche più strette, compagna di banco e fedele guida, con la quale mia madre non ha mai avuto rapporti, nè tanto meno si era mai interessata prima di quel momento. Cosa diavolo stava succedendo? Perchè era arrivata a tanto?

Nonostante le mie gambe stessero ormai cedendo a causa dei lunghi tratti di strada che avevo dovuto sostenere negli ultimi 30 minuti, continuai a camminare, più veloce di prima, ignorando del tutto il fiatone.

Giunta a casa di Meggie, suonai il campanello, aspettandomi ormai di assistere a qualsiasi scena, a qualsiasi situazione imbarazzante, ma consapevole del fatto che tutto ciò che stavo vivendo, mi avrebbe reso ancora più convinta sulla scelta che ormai doveva soltanto concretizzarsi nel giro di settimane, se non di giorni.

«Cris, entra.» - mi invitò Meggie, accarezzandomi il braccio sinistro e osservandomi con aria compassionevole. Stavo odiando sempre di più questa situazione, il mettermi in ridicolo ed esporre le mie problematiche agli altri, era da sempre stata una cosa che mi rendeva nervosa, infastidita, questo è uno dei motivi per i quali ho sempre preferito tacere e tenere tutto dentro, a meno che non fossi di mia spontanea volontà predisposta ad aprirmi con qualcuno in particolare, come nel caso di Liam.

Non appena attraversai l'immenso ingresso che caratterizzava l'abitazione, Meggie mi indirizzò in salotto, dove seduta sul divanetto, c'era mia madre che singhiozzava tentando di parlare con Katie, la madre di Meggie.

Che situazione disastrosa, non avrei potuto immaginare di peggio, non credevo che da una semplice frase detta con sincerità, malgrado la freddezza, avrei mai generato tanto caos. La mancanza di dialogo con mia madre, portava spesso e volentieri anche a questo; creava scoppi, bombe atomiche, e devo ammettere, che questa fu decisamente la bomba più distruttiva, che pose fine a quel poco di rispetto e legame che era rimasto tra di noi.

Tentai di avvicinarmi a lei, ma sembrò allontanarsi di scatto, causandomi un brivido: era pura sofferenza.

«Adesso, è meglio che vi lasci sole.» - pronunciò sottovoce Katie.

Non avevo il coraggio di risponderle, mi sentivo così umiliata. Chinai il capo con un sorriso falso, e lasciai che lasciasse la stanza, per guardare per l'ultima volta negli occhi mia madre, e dirle che da quel momento in poi avrebbe dovuto ricollegarmi soltanto ad un ricordo.

«Cristie, io vol-» - riuscii ad interromperla nella maniera più fredda e sicura possibile.

«Non chiamarmi in quel modo.» - dissi, senza alzare la voce, nonostante avessi voluto.

«I-io, so di non essere stata la madre perfetta, la madre che hai sempre desiderato e meritato, lo so, meglio di chiunque altro.» - iniziò, piangendo.

«Dimmi perchè sei quì e mettiamo fine a questa pagliacciata.» - la guardai dritta negli occhi, cercandole di comunicare il mio imbarazzo misto ad una forte, immensa, indescrivibile rabbia.

«Avevo bisogno di parlare con un adulto, con una persona che non fossi tu. Siamo sole, lo sai, e la mia vita è un disastro da quando tuo padre non c'è. Ho tentato di superare la cosa, di non evidenziare il mio dolore ai tuoi occhi, davvero Cristine, le ho provate tutte, ma come ben vedi, se siamo giunte a tutto questo è perchè non ce l'ho fatta e mai ce la farò. Ho completamente dimenticato cosa significhi essere una madre, a tal punto da aver deciso di ricostruirmi una vita sentimental-» - non le lasciai finire la frase, non poteva essere vero ciò che mi stava dicendo.

«Cos'hai detto?» - ripetei scandendo per bene le parole finali.

«Ho detto che, Cristine, sarai libera di odiarmi, di eliminarmi dalla tua vita, ma anch'io ne ho una, anch'io ho il pieno diritto di ricominciare. Te l'ho nascosto per mesi e mesi, ma adesso è giunto il momento di dirtelo. Io ho un altro uomo e.. scusami Cris- » - scoppiò a piangere.

La mia figura rimase immersa nel buio, un buio sentimentale che non avevo mai visitato prima di quel momento. Non potevo credere alle parole che mi aveva appena detto, non poteva essere vero, non poteva avermi tenuto segreto un rapporto sentimentale dopo la morte di papà, dopo tutto questo tempo, dopo i pianti, dopo i silenzi. Non poteva averlo fatto. Sapeva meglio di chiunque altro che se me l'avesse detto, se si fosse aperta a me come io ho fatto sin dal giorno dopo della morte di papà, avrebbe avuto tutto il mio appoggio, avremmo potuto creare una seconda famiglia, avremmo potuto ricominciare, ma tutto ciò era troppo difficile da comprendere. Tutto ciò era troppo perfetto affinchè accadesse all'interno della mia vita, tutto ciò era la chiave dell'inizio, il motivo valido per il quale partire l'indomani stesso, a costo di lottare per la sopravvivenza, con una certezza in mano: la libertà.

Uscii immediatamente dalla stanza, salutando in maniera cortese Meggie e la madre, facendo un cenno alla mia fedele amica, spiegandole che le avrei raccontato con calma, nonostante le lacrime che rigavano il mio volto, fossero tangibili e visibili anche ad un cieco. Aprii la porta, e non appena il vento colpì il mio volto, le lacrime e il bagnato sul viso sembrarono congelarsi. Il mio animo era gelido, le mie certezze erano crollate, ogni speranza di poter riacquistare l'1% del rapporto con mia madre era ormai esaurita.

"Io ho un altro uomo."

Questa era l'unica frase che continuava a frullarmi in testa, e che riuscì ad impossessarsi di me, fin quando non arrivai a casa.

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