Capitolo 1

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Quella che sembrava una meta impossibile da raggiungere, distante da me e mai così tanto attesa, finalmente è arrivata.

«Signorina Cristine Johnson!» - pronuncia un vocione austero dall'interno dell'aula magna.

Ed eccomi qui, dopo le ultime 3 notti in bianco, dopo studio matto e disperatissimo, pronta (o almeno credo) a sostenere il mio esame. Ho un forte mal di testa, misto ad ansia e preoccupazione, tutti parlano degli esami di maturità come una corsa infinita, la cui fine è segnata da scoppi emotivi, distacchi interiori, ma più di tutto, l'inizio di una vita in cui a prendere in mano la situazione è la singola persona, pronta a plasmare il suo futuro, purché sia in grado di farlo.

Mi avvicino alla soglia della porta, le mie vans nere abbinate ad una magliettina nera con scollo a V e i jeans chiari con uno strappo sul ginocchio, fanno subito in modo che tutta la commissione abbia gli occhi puntati su di me, come se non avessero mai visto una 18enne. Mi siedo delicatamente sulla sedia, posta al centro dell'aula, frontalmente ad una fila di banchi, in cui vi sono i professori, pronti a uccidermi con chissà quali domande.
- Stai calma Cris, andrà tutto bene - dice la mia coscienza, mentre la gamba sinistra non fa altro che tremare, causando un fastidiosissimo rumore acuto che mi rende ancora più nervosa.

«Bene, iniziamo subito parlando della meiosi.» - rompendo il silenzio, la professoressa di Chimica e Biologia, apre le danze.

L'esame dura circa 45 minuti, che paragonati al mio status mentis, sembrano infiniti, ma per fortuna, l'ansia che appariva essere la matrice della mia distruzione mentale, si è dissolta non appena il commissario esterno mi ha invitato ad abbandonare quella dannata aula.

Non appena esco, la prima cosa che vedo è un ragazzo alto correre lungo il corridoio, con una maglia rossa e un giacchetto di jeans, abbinato a degli scarponcini color cammello e dei pantaloni neri.
«Cris!!» - dice ad alta voce, mentre le distanze tra di noi si accorciano sempre di più.
«Liam!!!» - rispondo di getto, tuffandomi tra le sue braccia.
Mi stringe forte a sé accarezzandomi i capelli ed ecco che ogni mia incertezza e ogni mio malessere si dissolve.
«Com'è andata?? Racconta tutto, immediatamente!!» - posso captare dalla luce dei suoi occhi che non aspetta altro, per cui decido di uscire da quella sede che ha logorato cinque anni della mia sanità mentale, e recarmi a casa.

Liam è l'unica persona che durante la mia vita c'è sempre stata, un amico di infanzia che conosce ogni parte di me e che ha condiviso momenti stupendi e tragici della mia esistenza. È l'essere immobile pronto ad aspettarti al freddo e al gelo pur di trascorrere del tempo con te, è l'amico che sa darti consigli in corrispondenza alle sue esperienze, il fidanzato che ogni madre desidererebbe per la propria figlia, il modello immutabile che tutto l'universo maschile dovrebbe imitare. Si, lui è Liam Payne, e non cambierei nulla del suo essere; è il fratello che non ho mai avuto e ho sempre desiderato, c'è e ci sarà: lui è la mia certezza.
Ricordo ancora il nostro primo incontro.
Le nostre famiglie si conoscevano già da tempo; i nostri padri lavoravano insieme come infermieri dell'ospedale di città, a Sydney.
Lui aveva 14 anni, io 10, quando passammo quello che ricordo come il pomeriggio più divertente della mia infanzia, prima che il mondo crollasse e tutto diventasse effimero, senza stabilità, senza la mia serenità, serenità che ogni bimba di 10 anni aveva bisogno e che io non ho mai avuto. Mi era sempre piaciuta l'idea che Liam avesse un ruolo di guida all'interno della mia vita, essendo un tantino più grande di me, e mi piaceva pensare che ci sarebbe stato in qualsiasi occasione, pronto a rimproverarmi, e ad indirizzarmi per il verso giusto. Il nostro legame era, sin da subito, diventato indissolubile, nessuno avrebbe mai interrotto il filo conduttore che legava me e lui, nemmeno un ragazzo, ed era questo che avevo apprezzato e ancorato a me: l'idea di guardare Liam con gli occhi di una sorella che non smetterà mai di dirgli 'grazie per esserci sempre stato'.

Arrivati a casa l'aria che si respirava era quella che ero ormai solita vivere da decine e decine di anni; una casa deserta, senza amore, senza calore, una casa in cui mancava un padre, strappato dalla mia vita per colpa del cancro. Una realtà difficile da accettare, ma che in un modo o nell'altro aveva portato il mio essere ad una sicurezza esteriore, che tutti credevano fosse sbalorditiva per una ragazza della mia età, nonostante all'interno del mio animo ci fosse un mix di emozioni che in pochi riuscivano a comprendere profondamente.

«Accomodati.» - dissi a Liam, indicando lo spazio vuoto sul divano.

Ed eccoci di nuovo quì, l'ennesima pagina della mia vita, dove l'unica cosa a farmi sentire completa sono i miei dialoghi con Liam, che seppur sciocchi per molti, erano quanto di più prezioso potesse esistere.

Dopo ore di discussione dettagliata sul mio esame orale, ad interrompere il mio sfogo con Liam fu la vibrazione del suo cellulare; ho capito subito che si trattasse di una ragazza, non appena il suo sguardo si addolcì alla lettura di chissà quale nome sullo schermo del suo iPhone.

«Devo scappare, Cris. Sai che, come sempre, amo starti ad ascoltare, ma ho un sacco di lavoro da fare per l'Uni.» - disse con tono dispiaciuto, lasciandomi un bacio sulla guancia e dirigendosi all'ingresso.

«Stai tranquillo. Grazie per tutto, ci sentiamo eh, non svignartela così!» - risposi sorridendo di rimando.

La porta si era appena chiusa, il mio mondo si era appena chiuso.

Mi domandavo come avrei potuto affrontare la realtà. Il mondo di responsabilità, ruoli importanti, battaglie continue da compiere, adesso si era palesato anche per me. Non ero più la bambina di 10 anni che, chiusa nella sua cameretta, sognava l'arrivo del principe azzurro, o forse non lo ero mai stata, perchè la vita che il destino mi aveva riservato, era fin troppo cruda per poter ideare i pensieri delle bimbe comuni. Mia madre mi aveva sempre detto che tutto ciò che ci circonda, con il passare del tempo avrebbe fortificato l'anima e la mente, anche se nel mio caso, non avevo ancora percepito questa forza, non avevo mai assaporato la più totale completezza, non mi ero mai sentita amata da qualcuno, nemmeno da colei che mi aveva messo al mondo. Avevo appena concluso i miei esami di maturità, avevo appena raggiunto una tappa fondamentale, la mia vita stava per evolversi, stava cambiando, e mia madre, in tutto questo trambusto di eventi, sembrava assumere una posizione neutra. Non un messaggio, una chiamata, un gesto che mi facesse realmente capire il suo appoggio morale. Per quanto possa sembrare ridicolo ed infantile, io avevo bisogno di tutto questo, come ogni persona avente un cuore su questo pianeta.

Prendendo il telefono in mano, digitai il numero dell'ufficio in cui lavorava, sperando almeno che avrebbe ricordato di avere una figlia.

«Pronto, Marianne Gray.» - rispose dopo 10 squilli.

«Mamma, hey.» - dissi con voce fioca, sperando di essere travolta da miliardi di interrogativi sull'esame.

«Oh, sei tu, dimmi.»

Il tono freddo con il quale rispose, bloccò ogni tentativo da parte del mio sangue di continuare a circolare regolarmente. Il mio cuore si fermò, e dopo aver compreso la reazione di quella che fino a qualche giorno reputavo essere mia madre, decisi di non risponderle, riattaccando di riflesso, con la consapevolezza che al suo rientro le avrei parlato della decisione appena presa.

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