Un buon non compleanno (I)

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Così tra gli allenamenti di basket, la scuola e le lezioni di Massimo, è un miracolo se io e Marco riusciamo a vederci due pomeriggi in settimana.

Dicono che dall'ozio e dalla tranquillità nascano i troppi pensieri, che sia il dolce far niente la causa di ogni male. Più pensi, più stani le insoddisfazioni della vita; più rifletti, più comprendi di essere infelice, cogli le pecche e le imperfezioni che, se sei di corsa, sfuggono alla vista. L'ozio è dannoso, diceva Catullo, per l'ozio ti esalti, per l'ozio smani. L'ozio in passato ha mandato in rovina re e ricche città.

Per me è lo stesso: il dolce far niente mi è tutto fuorché dolce. Se leggo, mi perdo nei pensieri. Se studio, evidenzio le frasi senza coglierne il senso. Se guardo la televisione, immagino che i protagonisti dei film, dentro lo schermo, siamo io e Marco, ma il nostro finale, mai come adesso, mi è sembrato un'incognita. La promessa che ho fatto a Biagio è la miccia che ha innescato la bomba dell'infelicità.

Promettimi che ci proverai.

Prometto.

Ho parlato senza riflettere, tanto per dare aria alla bocca e inizio al tormento. I miei sentimenti sono un gomitolo di lana annodato, mischiato a mille e mille altre matasse, un groviglio che non consente al filo di scorrere nel telaio. Non è libero, lineare, chiaro.

Appena penso a Marco e cerco di definire il binomio, un tappo blocca la mente e mi trovo a fissare il vuoto. È amicizia? Biagio dice che non lo è. Sii sincera, Nina. Inizia con una domanda, fattene un'altra e un'altra ancora. Stila un questionario immaginario, procedendo con ordine. Se ragioni, capirai quel che provi, scioglierai i nodi della matassa e potrai sistemare il filo sulla stola.


1. Marco potrebbe essere qualcosa di più di un amico?

24 ottobre 2006

Domenica scorsa Violante, la sorella maggiore di Anatolia, si è sposata e Marco è stato trascinato al matrimonio. Ha dovuto mettere la cravatta e le scarpe eleganti, superare il suo odio per ogni capo di abbigliamento che non sia sportivo. Inutile il tentativo di convincere Massimo a portare anche me.

«Beh ma se saresti venuta anche tu, mi sarei divertito!» protesta Marco. Siamo al parco giochi dietro il liceo. Sono sull'altalena e Marco mi spinge.

«Se fossi venuta anche tu, Marco!»

Lui si vendica dandomi una spinta troppo forte. Le catene che tengono sospesa l'asse di plastica si storcono e rischio di schiantarmi contro il palo. Marco recupera la sella dell'altalena prima dell'impatto.

«Scusa, Nanà! Per il verbo e per la spinta. Ma comunque è stata una noia mortale. Ti rendi conto che perfino la torta faceva schifo? Al mio matrimonio altro che alla frutta. Vorrò un minimo di sette strati di panna e crema pasticciera!»

Un giorno come un altro lo insulterei per avere attentato alla mia vita e poi riderei a crepapelle, immaginando la smorfia schifata di Marco, alla vista della tanto attesa torta nuziale. Ma questo non è un giorno come un altro. È un giorno del periodo riflessivo, dettato dall'ozio e dalla promessa fatta a Biagio. Io e Marco, qui, a parlare di matrimonio, sembriamo due bambine piccole prese a fantasticare sul gran giorno, a descrivere i vestiti da sposa, con la sola differenza che lui, maschio, descrive il menù, anziché l'abbigliamento.

Quando provo a immaginare il viso della donna alla sua sinistra, sento un groppo attanagliare lo stomaco. Striscio le suole delle scarpe a terra per fermare l'altalena.

«Nanà, scusa. Ho spinto troppo in fretta?»

Scuoto la testa.

«Solo un giramento» lo rassicuro.

Immagino Marco scostare il velo dal viso della sposa e intravedo una ciocca di capelli rosso sbiadito. Dovrei ridere. Io e Marco. Sposati. Dovrebbe essere la barzelletta più divertente del mondo, invece è imbarazzo quello che provo, la vergogna di ammettere che in un futuro molto lontano potrei esserci io, in quel vestito bianco. Non mi sembra poi tanto sbagliato.

Risposta al questionario: potrebbe essere più di un amico.




2. Che cosa ti piace di Marco?

28 ottobre 2006

Quando a Viacampo inizia a piovere, non smette per almeno una settimana.

Notizia buona: in questi giorni io e Marco riusciamo a passare più tempo insieme.

Notizia brutta: siamo a casa sua, nel mezzo della classica maratona di film horror che lui tanto adora. Basterà sommare più fattori – il mio odio per gli horror, i tuoni che rombano al momento meno opportuno, Rita che di tanto in tanto strilla contro Massimo – per capire che non sto affatto bene. The Grudge procede. Sarah Michelle Gellar apre l'armadio sigillato con il nastro adesivo, il bambino con il gatto nero sbuca fuori all'improvviso. Marco mi prende le caviglie sotto le coperte. Grido, come se non ci fosse un domani.

«Sei un idiota! Un coglione! Uno stupido! Io ti uccido!»

Gli salto addosso e lo riempio di pugni, mentre lui mi immobilizza i polsi per difendersi.

«Scherzo riuscito, scemo. Ho rischiato l'infarto!»

Quando la lotta finisce, mi stampa un bacio sulla fronte.

«Scusa, Nanà, ma avevi una faccia!»

Mi cede l'ultimo popcorn della confezione. Mi piace come scherza. Mi piace come si preoccupa. Mi piace sentire le sue mani sul mio corpo.




3 novembre 2006

Ha smesso di piovere e vado a scuola in bici. Non incrocio più Nicola al semaforo e mi convinco che lui parta cinque minuti prima del nostro vecchio orario, io cinque minuti dopo.

Quando arrivo al liceo e inserisco la ruota nella rastrelliera, la gomma scivola sul bagnato, troppe pozzanghere che il sole d'inverno non ha ancora asciugato. È un'impresa reggere lo zaino di scuola e intanto smanettare con il lucchetto. Un ragazzo ride, circondato dai suoi amici, i soliti bulletti dell'ultimo anno.

«Ehi, rossiccia! Qualche problema?» Lo ignoro e alla fine riesco nell'impresa, ma la vittoria contro il lucchetto non equivale a una vittoria contro l'idiozia. «Ehi, Anna dai capelli rossi, ma che shampoo usi?»

I suoi amici ridono da più di cinque minuti. Procedo a testa bassa verso il portone d'ingresso. Tutti gli studenti del cortile guardano verso di me. È un attimo. Marco sbuca dietro il ragazzo, in mano una coroncina di Big Bubble masticate.

«A quanto pare non è la sola con i capelli super colorati ora!»

La voce precede l'azione. Appiccica la coroncina sulla chioma castana, preme con forza e scappa quando rischia che un pugno lo atterri.

«Io ti ammazzo, coglione!» grida il mio derisore, strappando pezzi di chewing-gum dai capelli.

«Così impari!» Marco mi prende sottobraccio e corriamo nell'atrio del liceo, lasciandoci alle spalle le risate degli studenti nel cortile.

Risposta al questionario: mi piace che nessuno riesca a farmi stare bene quanto lui.

Binomio - 1Where stories live. Discover now