CAPITOLO 45

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"Ci sono giorni che sembrano un punto.
E invece sono solo il primo segno di una nuova equazione."

L'ultima mattina a Oxford non aveva niente di clamoroso.
Niente fanfare, niente fuochi d'artificio. Solo una luce chiara che filtrava dalle tende sottili e il rumore lontano di valigie trascinate sulle scale del college.

Juliet aprì gli occhi con una lentezza diversa da quella dell'ospedale. Quella volta non c'era panico, né bip di macchine. C'era calore.
E un respiro regolare, proprio sotto il suo orecchio.

Liam.

Era sdraiato dietro di lei, un braccio passato con naturalezza attorno alla sua vita, la mano appoggiata piatta sul tessuto della maglietta, proprio sopra la cicatrice. Non la stringeva: era solo lì, come a ricordare che quella parte di lei esisteva ancora, ma non la definiva più.

Juliet rimase immobile qualche secondo, godendosi il peso di quel gesto semplice. Poi, con cautela, si voltò quanto bastava per vederlo in volto.

I capelli arruffati, la barba di un paio di giorni, l'espressione rilassata di chi, per una volta, non stava correndo verso nessun campo.

Si sentì ridicola e infinitamente adulta allo stesso tempo, per il modo in cui le si strinse il petto.

«Stai fissando,» mormorò lui, senza aprire gli occhi.
«Sto valutando se restituirti al mercato,» ribatté lei sottovoce. «Non so ancora se sei stato un buon investimento.»

Un angolo della sua bocca si sollevò, ancora mezzo addormentato. «Peccato che il reso non sia più accettato dopo aver condiviso un numero imbarazzante di notti.»

Lei gli diede una spinta leggera con la fronte. «È l'ultima mattina di scuola. Sii romantico almeno per cinque minuti.»

Liam aprì finalmente gli occhi. La guardò con una calma che, qualche mese prima, non lo avrebbe mai rappresentato.

«Va bene,» cedette. «Sei la migliore decisione sbagliata che io abbia mai preso.»

Poi, senza preavviso, le sfiorò la bocca con un bacio lento, da mattina. Senza urgenza, senza difese.

Juliet chiuse gli occhi, lasciando che quella sensazione annodasse ancora di più il filo che aveva tenuto insieme tutto, anche quando sembrava spezzato.

Quando si staccarono, lui sospirò.

«Dovremmo alzarci,» disse a malincuore. «Tra due ore tua madre arriva col suo senso del tempo diplomatico e con la macchina che deve contenere le tue valigie. Tutte.»
«Parli come se non avessi visto le tue,» ribatté Juliet, sedendosi lentamente. «Hai portato più scarpe tu per due settimane che Sophie per un anno intero.»
«Io ho standard estetici,» si difese lui. «Tu hai libri di matematica. È più inquietante.»

Lei sorrise, ma il sorriso le tremò un po' agli angoli. Non per dolore. Per quello strano nodo che arrivava ogni volta che pensava alla parola fine.

Non era davvero una fine, se lo ripeteva. Era solo... un cambio di capitolo. Ma l'ultima mattina di qualunque cosa faceva sempre un po' male.

Liam la guardò infilare con pazienza i piedi nelle scarpe comode, controllando istintivamente che ogni movimento fosse fluido, che nessun muscolo protestasse troppo.

«Ti fa male?» chiese piano.
«Solo quanto basta per ricordarmi che sono viva,» rispose lei. «Il resto... è solo paura di andare via da qui.»

Liam si avvicinò, sedendosi accanto a lei sul bordo del letto.
Le prese il volto tra le mani, obbligandola a guardarlo.

«Non stai andando via da qui,» disse. «Stai solo cambiando scenario. Oxford è come un brutto tatuaggio: una volta che ce l'hai, non te lo stacchi più di dosso.»

Programmata Per Non PiangereWhere stories live. Discover now