XLIII

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Il tocco della notte passata bruciava sulle loro labbra.
Ancora una volta tra le tenebre avevano riscritto la storia, ed ora la tenevano stretta tra le lenzuola.

Dormivano profondamente, con la serenità spiaccicata sulla bocca, dopo settimane di angoscia tribolante.

Incastrato a lei come un puzzle, Joseph aveva la fronte posata contro il suo ventre piatto, mentre le gambe gli penzolavano giù dal materasso, vittime di quella posizione tanto scomoda quando bisognosa.

Lei fu la prima a risvegliarsi, intontita dal calice di emozioni da cui aveva bevuto. L'amore aveva il sapore di una sbornia adolescenziale, la trascinava verso lo sconosciuto senza che lei riuscisse a riprendere possesso del raziocinio.

L'aveva baciato, agognante di quel contatto da giorni e alla sua domanda aveva temuto il rifiuto.
Poi un sospiro di sollievo quando, anche lui, aveva deposto le armi riprendendosi tutto quello che aveva malvolentieri lasciato andare.

Matilde era lì, bella da impazzire, con lo sguardo insoddisfatto dal contatto non approfondito e lui non poteva fare nient'altro se non acconsentire alle passioni e lasciarsi travolgere da esse.

Che abbaglio che era stata e quanto era bello riassaporare la felicità tutta d'un bacio.

La barba di lui le solleticava il ventre scoperto dalla maglietta, sollevatasi più dell'immaginabile tra i movimenti in volontari della notte.
Le dita esili si toccarono le labbra, sentendole irragionevolmente bruciare, come a ricordarle che no, non era stato un sogno. E se un sorriso si depositò sul suo volto al ricordo, Joseph non avrebbe mai potuto saperlo.

«'Giorno» la voce ovattata di lui la dissolse dai pensieri.
«Buongiorno» arrossì immediatamente, incerta sul passo successivo da compiere.
Fu lui, che restando in quella posizione le diede un silenzioso consenso per far scivolare la mano tra i capelli chiari.
«Quanto m'è mancato svegliarmi 'co te» ammise sincero, posandole un delicato bacio sul ventre.
«Pure a me Jo', da morire» abbassò lo sguardo per raggiungere il suo.

«Ti sei pentito per ieri notte?» chiese dopo qualche minuto di familiare silenzio.
«Ma che scherzi? Manco pe' niente» con uno slancio si ritrovò a sovrastarla con il suo corpo, avvicinandosi disperatamente al suo viso.
«Nemmeno io, nel caso te lo stessi domandando» specificò incerta.
«Te vojo vive' Mati', t'ho sempre voluta vivere» prese a parlare.
«Però c'ho sta cosa, che 'o so, devo affronta'. C'ho sta cosa che all'improvviso 'n me sento più io. Nun me comando, scatto pe niente, so 'n randagio» le consegnò a cuore aperto il piatto secco delle sue paure, parlando a un centimetro dalla sua bocca.
«Pensi che ce la possiamo fare Jo'?» domandò con un filo di voce.
«Ce possiamo prova', 'nte dico riprova' perché non abbiamo mai smesso d'amacce io e te» rispose senza dubbi.
«Se me fai male 'sta volta, la colpa è la mia» ammise più a se stessa che a lui, senza dargli modo di rispondere perché le sue labbra si appiccicarono avidamente alle sue.

Che bramosia che avevano, nel lasciare che le mani si intrufolassero ovunque, ma mai oltre il velo del proibito.

Riscoprendosi ancora una volta, si dissero implicitamente che sì, avrebbero ricominciato.

A piccoli passi, sarebbero caduti aggrappati.

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