Chapter 29 - Eleonora Babbo & Vincenzo Galli

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Girano tante voci su di lui.

Si dice che da bambino sia stato campione mondiale di scacchi.

Che vesta sempre di azzurro ghiaccio e che fumi esclusivamente sigarette al mentolo.

Pare che abbia occhi e orecchie dappertutto, ma di cuore nemmeno uno.

E che nessuno gli si sia mai avvicinato abbastanza da scoprire il vero nome che si nasconde dietro Abraham.

«È da giorni che passo davanti a questo rudere».

Il capo del Cerchio trascina i passi fino all'ultimo scalino della torre.

«Un bel nascondiglio in piena vista, Abraham».

Le pale che ruotano lì fuori si mangiano parte delle sue parole, la notte si fonde con il colore della sua pelle. Ma ad Abraham non serve né vederlo né sentirlo per capire che si sta avvicinando. Perché riconoscerebbe il suo odore tra mille.

La puzza di disperazione.

L'unica cosa che lega tutti i colori di quei disgraziati del Cerchio.

La moneta di scambio su cui Abraham ha fatto leva troppe volte nel corso della sua vita, costruendo pian piano ciò che è.

«Sapevo che ti piace stare in alto» continua il Capo del Cerchio, «ma un mulino mi sembra un po' fuori dal tuo stile.»

Quante parole inutili, pensa Abraham alzandosi da una vecchia cassa ammuffita per poi abbottonarsi la giacca di lino.

Di solito le persone credono che chi si veste di chiaro lo faccia per apparire impeccabile. In realtà è il contrario: chi lo fa adora sporcarsi.

«È un buon posto per tenere tutto sott'occhio» ribatte Abraham.

«Visto qualcosa d'interessante?»

Abraham si accende una sigaretta ed esala il fumo fuori dalla rozza finestra scavata nella pietra.

In effetti di cose ne ha osservate da lì, negli ultimi giorni.

L'ha vista scendere da quella barca, ancora confusa su dove finisse il fratello e cominciasse lei.

L'ha studiata mentre guariva da tutti i lividi che negli ultimi mesi hanno decorato il suo corpo e il suo cuore più che delle medaglie.

E poi, finalmente, ha assistito alla fine degli ultimi strati di Dan che ancora aveva addosso e che si è grattata via.

Però il vero spettacolo è stato la sua resistenza. E non solo al virus. Non solo in quegli ultimi giorni.

Ma nessuna di quelle cose riguarda quel topo di fogna del Cerchio che aveva davanti.

«Ho saputo della tua ragazza, quella che stava con il ritardato» dice Abraham.

Gli occhi azzurri del Capo del Cerchio si allargano fendendo il buio. «Ava? Sapeva troppo e faceva troppo poco.»

Abraham aspira il fumo. Ed espira.

Questo è il brutto dei disperati, pensa. Credono di potersi sentire meglio sbarazzandosi di chi è più disperato di loro.

«Non ho avuto scelta» continua il Capo del Cerchio raggiungendolo alla finestra. La luce della luna danza su quel volto scuro al ritmo delle pale del mulino. «E comunque quello che succede tra me e i miei non ti riguarda.»

Povero illuso. Non sa quanto si è dato da fare perché ogni cosa lo riguardasse. Ad esempio, quelli che adesso stanno piantonando l'entrata del mulino lo riguardano. I disgraziati del Cerchio, o ciò che ne rimane. Nemmeno allunga l'occhio, Abraham, tanto sa che sono lì fuori. E lo riguarda il villaggio sonnacchioso in cui si trovano, e le persone che ci si trascinano ogni giorno, attaccate a quella terra con la stessa ostinazione con cui le sabbie olandesi si sottraggono all'acqua.

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