Chapter 11 - Giada Pavesi

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Attraverso l'occhio di vetro di una massiccia porta antincendio osservo la mia prossima pessima decisione. Prima e dopo di noi c'è un lungo corridoio illuminato a chiazze da neon biancastri. Pareti grigie gonfie di muffa, intervallate da porte tutte uguali. E, a una trentina di metri da noi, una scatoletta di tonno abbandonata a terra.

Eppure, in pratica questa porta segna un confine ben preciso.

Tra ciò che è logico e cos'è invece assurdo.

Logico sarebbe andarcene di corsa da questo magazzino-rifugio-del-Cerchio, quel che è.

Assurdo è scendere nelle sue viscere per cercare i due stronzi che mi vogliono uccidere.

E indovinate cosa sto per fare?

Anzi, stiamo. Perché, in ogni folle impresa che si rispetti, c'è bisogno di un paio di compagni altrettanto poco affezionati alla propria pelle.

«Che foto profilo volete mettere sulla vostra tomba?»

*

Già, ci siamo addormentati, alla fine. Cioè, prima siamo rimasti sconvolti per la sparizione dell'Olandese e del Plato. Poi, quando quelli del Cerchio hanno capito che scucire il codice ad Alberto è impossibile, ci hanno portati al loro accampamento.

Oddio, accampamento. Somigliava più a un enorme castello con ponti di reti e vasche di palline colorate, tipo quelli che si trovavano da McDonald's. Solo che questo si trovava in un enorme magazzino polveroso dal soffitto altissimo ed era formato da un paio di container sormontati da enormi cassoni per rifiuti industriali. E il bello doveva ancora venire: il tutto era unito da un groviglio di cavi elettrici e prolunghe sospese. Nient'altro. Ah, delle vasche di palline colorate nemmeno l'ombra.

Ci hanno trascinato al terzo livello della struttura e cacciato in un bidone maleodorante. L'unica uscita era attraverso una passerella presidiata da Ava e dalla sua semiautomatica. Se non altro, per terra c'erano un paio di materassi malconci e io e Albe ci siamo crollati praticamente all'istante.

Mi ha svegliato un insistente raggio di sole premuto in faccia, ma il vero dolce buongiorno era ai miei piedi: un paio di lattine di lenticchie.

Colazione a letto, che lusso.

Le ho ingurgitate come fossero una tazza di tè, disgustoso liquido di conservazione compreso, pensando a che cazzo di situazione mi toccava affrontare.

Un momento.

«Albe?»

Il materasso di fianco al mio era vuoto e le sue lattine ancora sigillate.

«Merda» ho biascicato alzandomi di corsa, insieme a una galassia di puntini bianchi e una fitta alle tempie. Maledetta ipertensione ortostatica.

Avevo ancora la vista appannata, quando mi sono lanciato verso la passerella e ho visto Alberto e Ava che limonavano. Mi sono dovuto stropicciare gli occhi per sicurezza. No, stavano proprio limonando di brutto, e lei gli stava seduta sulle cosce mentre lui le tirava indietro i capelli scuri.

«Cosa cazzo succede?»

Lo so, non è granché come battuta ma era la più sensata nel groviglio di cose che avevo in mente.

Loro sono schizzati in piedi.

Poi però mi hanno spiegato tutto.

Ci siamo rintanati nel bidone così ho anche finito le mie lenticchie dato che prima, alzandomi di fretta, ne erano rimaste. Le ho pinzate una a una con le dita.

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