Cap. 6: La sfortuna è un avvoltoio, che gira intorno alla testa dell'imbecille.

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«Tu hai deciso che vale dodicimila tuo figlio codardo che ha abbandonato la nave durante la battaglia e cinquemila quello che combatte bene?!» chiese Akhad Bey con fare scandalizzato. Sia che trattassero la vendita di un tappeto che quella di uno schiavo, i khalimici usavano grande teatralità: ampi gesti, timbro di voce alto, sguardo rivolto al resto della platea a cercare approvazione.

«Perdono se le mie parole non sono state chiare: tuttavia il vostro udito è ottimo, Eccellenza» rispose Avidan con un mezzo inchino.

Un altro sguardo del Bey al dignitario: questa volta l'anziano alzò le spalle e spalancò gli occhi.

«Io credo che le cifre per i tuoi figli andranno invertite, capitano Avidan» disse il Bey.

«Rispettosamente no, Eccellenza: quest'altro mio figlio non vale per me che cinquemila. In caso non vi soddisfi, fatene ciò che riterrete opportuno» disse Avidan.

"Che cazzo ha in mente?!" pensò Caleb cercando di catturare lo sguardo del padre, senza risultato.

«Quarantasettemila per te e il tuo figlio codardo, capitano, è comunque troppo poco. Sua Luce il Sultano dice che tu deve pagare settantamila per te e tutti i tuoi tre figli» ribatté Akhad Bey.

Chissà come fa a parlare con "Sua Luce", pensò Caleb. Il Sultano non era presente nella sala: era offensivo per un monarca partecipare a quelle trattative da usuraio, ma era sufficientemente nobile arraffare il riscatto, a cose fatte.

«Non ho quella somma» rispose fermamente Avidan. «Posso arrivare a cinquantacinquemila per me e Fidan, ma mi servono due mesi di tempo.»

Akhad Bey si accarezzò il curato pizzetto. «Cinquantacinquemila è un prezzo accettabile, ma avrai solo un mese per ottenerlo. Se vorrai due mesi, la cifra è settantamila. E ti riprenderai anche tuo altro figlio Caleb.»

«Non credo che sarà possibile, in così poco tempo» ribadì Avidan. «E ribadisco che non ho interesse per Caleb.»

Akhad Bey guardò il figlio abiurato. Anche Caleb lo fissò: non aveva più quel sorriso da principe del deserto di quando aveva catturato la loro nave. E quello che disse dopo quel momento di silenzio, convinse Caleb ancor di più che la nobiltà forse albergava nel suo titolo, ma non nel suo animo. Akhad Bey riadoperò il sabano: voleva essere ben compreso da tutti.

«Bene. Dato che voi infedeli non avete tempo o soldi per pagare riscatto, noi faremo di tuo figlio Caleb un eunuco: sarà reso schiavo al servizio di Sua Luce il Sultano. Sta bene, capitano Avidan Sigà?»

«Potete anche usare i suoi testicoli come sonaglino, per ciò che mi riguarda» rispose Avidan.

«Moderate i termini in presenza della corte!» disse fermo Akhad Bey. «Assisterete allora alla sua castrazione. Yusul!»

Un gigantesco eunuco dalla pelle nera prese per le spalle Caleb che, incredibilmente, non oppose resistenza: continuava a guardare incredulo suo padre. Avidan non lasciava trasparire emozione, al contrario di Fidan che ghignava soddisfatto.

«Dopo la castrazione di Caleb, se tu non accetterai di pagare il riscatto di cinquantacinquemila in un mese, metteremo a morte l'altro tuo figlio; e dopo anche te, Avidan Sigà. Sta bene?»

«Rracimolare la somma richiede il tempo di mandare messaggi in patria ai miei familiari e spedire qui il denaro necessario!» disse Avidan alzando la voce. Si rese conto che la forza era inutile, e cercò di rimediare: «rispettosamente, non credo che un nobiluomo come voi, abituato a questioni di maggiore importanza, sappia come funziona la nostra macchinosa burocrazia lenvare, Eccellenza! Fidatevi di me, che frequento ambienti ben più modesti dei vostri.»

«Fidarmi di un infedele che trasporta armi per i nemici di Sua Luce? L'eccellentissimo illuminato Sultano non ha tempo di aspettare i comodi degli infedeli» rispose Akhad Bey battendo le mani.

Altri eunuchi portarono due ceppi di legno e un'ascia, e li posizionarono al centro della sala. Poi fecero inginocchiare Avidan e Fidan.

"Avevano già tutto bello e pronto dietro le quinte, per il loro spettacolino" pensò Caleb.

Akhad Bey parlò nuovamente: «prima ti faremo vedere come tuo figlio diventa un eunuco. Poi faremo tagliare la testa dell'altro tuo figlio e faremo uscire dal suo corpo tutto il sangue impuro di infedele.»

Fidan a questo punto aveva smesso di ghignare: si stava pisciando addosso.

I servi portarono acqua e riempirono una vasca di rame. Poi, con grande stupore dei lenvari, due di loro buttarono due secchiate di ghiaccio triturato, fatti arrivare da chissà quale angolo del mondo, dritti nella vasca. Spogliarono Caleb completamente e lo fecero stare in piedi nell'acqua gelata. Il ragazzo rabbrividì mentre osservava il padre.

«Ti consiglio di sederti giù nell'acqua fredda. Molto sangue esce quando si taglia: il freddo aiuta a fermarlo» disse Akhad Bey al giovane.

Caleb riservò al padre uno sguardo della stessa temperatura dell'acqua. Avidan non lo osservava.

«Dunque sei sicuro che non il hai denaro per pagare il riscatto?» disse Akhad Bey.

Il castratore si avvicinò con i suoi strumenti di metallo scuro, ben più impressionanti della già malsana idea di sterilizzare qualcuno.

Avidan ribadì il silenzio. Caleb fu legato mani e piedi. Il padre infine gli diede un'occhiata che Caleb non seppe interpretare e poi rimise guardò fisso davanti a sé.

Il castratore arroventò il coltello su una fiamma, lentamente, passando entrambe le facce della lama in maniera rituale. Attorno, gli eunuchi intonavano un canto lugubre che fece rizzare a Caleb tutti i peli del corpo. Era una nenia profonda, bassa, imponente e spaventosa, ma c'era della sacralità in essa.

«Tu combatti bene; sopporta il dolore con coraggio» disse Akhad Bey.

Il coltello si avvicinò. E ci fu un urlo.


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