Cap. 6: La sfortuna è un avvoltoio, che gira intorno alla testa dell'imbecille.

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Giorno 75
L'ex palazzo Imperiale della Città di Dreniane

Caleb se ne stava in riga con gli altri prigionieri. Quel viaggio fino alla città di Dreniane era stato più che faticoso: era stato messo al remo, come gli altri lenvari, per giorni e notti. Alcuni dei vogatori erano morti durante la traversata e non dimenticò mai la puzza di piscio, merda, vomito e piaghe che impregnava i banchi di legno dei rematori.

Non era però toccato a suo padre: al capitano spettava lo status di "nobile" e i privilegi del caso. Avidan si era fatto tutta la navigazione ospite di Akhad Bey, il signore khalimico che li aveva catturati.

Dreniane era una delle tante città che il sovrano di Akhad Bey aveva conquistato. Il Sultano di Khalim non si sarebbe mai fermato: avrebbe conquistato tutto quello che un tempo apparteneva al Regno Imperiale di Essava e la sua dinastia ci stava lentamente riuscendo, decennio dopo decennio, sfruttando la decadenza della corte del Re Imperiale. La stessa Dreniane una volta, era una delle città più importanti dell'Impero Sabano, culla di cultura e sapere; il Sultano si era installato nell'ex Palazzo Imperiale, proprio per ribadire il suo scopo, e lo aveva fatto decorare secondo il costume khalimico. I mosaici e gli affreschi erano stati coperti da sfavillanti arabeschi e stucchi colorati, o anche da semplice intonaco bianco. Era così che a quel tempo una cultura si imponeva sull'altra: tentando di cancellarne le sue tracce, o meglio, di nasconderle sotto strati di vernice, stucco e malta.

Al centro della sala delle udienze del palazzo, sostava Akhad Bey. Caleb aveva imparato a conoscerlo meglio durante il viaggio. Il Bey gli aveva salvato la vita quando il giannizzero stava per strappargli i gioielli e buttarlo a mare, durante l'abbordaggio. "Idiota ottuso e irrispettoso", aveva urlato il Bey al suo soldato, prima di fargli infliggere 50 frustate e un mese a mezza razione, per aver tentato di ferire un nobile che andava riscattato, vivo e il più integro possibile: merce pregiata che non andava rovinata troppo, perché non perdesse valore.

"Ci siamo: è il momento", pensò Caleb. Era teso e curioso: quanto valeva la sua vita? Quanto valeva un re? Un contadino? Un mercenario, anzi... un "assentista" come lui?

Avidan se ne stava calmo, in piedi. Nessuno avrebbe mai indovinato che cosa stesse pensando.

«Quanto denaro tu offre?» chiese Akhad Bey ad Avidan, in lingua sabana, carica del forte accento khalimico.

«Trentacinquemila per me e dodicimila per mio figlio Fidan, il capitano della galea Puledra» rispose Avidan; ma lo disse nella lingua malica parlata dai khalimi. Oltre che a scopare, il padre di Caleb era parecchio bravo con le lingue: quest'ultima abilità, del resto, gli favoriva la prima. Anche il figlio conosceva quella lingua, come ogni bravo navigante, ma soprattutto per via della madre.

"Che stronzo. Non ha abbastanza soldi per riscattare tutti. Mi toccherà aspettare anni che raccolga i soldi anche per me" pensò Caleb.

Akhad Bey fissò un dignitario anzianotto che dettava ad uno scrivano sdentato e magro come un chiodo: i turbanti che indossavano li facevano sembrare buffi personaggi delle fiabe d'oriente. Il Bey fece un cenno impercettibile con la testa e poi si voltò di nuovo verso Avidan.

«Tu hai un altro figlio che combatte bene» disse indicando Caleb. «Cosa offri per lui?»

«Cinquemila» disse Avidan. «Lo sopravvalutate, Eccellenza: è giovane non vale molto.»

Piombò il silenzio nella sala: i khalimi rimasero sbigottiti. Caleb credeva di non aver udito bene. "Solo cinquemila. Vuole tirare giù il prezzo. E magari pure farmi cagare addosso", pensò, sperandolo dentro di sé.

Caleb SigàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora