Capitolo 4: C'è un pesce tondo che quando se la vede brutta, va sul fondo.

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Giorno 13

Al largo della costa lenvare

Gli occhi di Caleb, gradualmente, si abituarono alla penombra, sottocoperta. Lo sciabordio dell'acqua contro lo scafo era attenuato: i rematori erano stati fermati. Presto qualcuno sarebbe venuto sottocoperta per il cambio turno: doveva sbrigarsi. Avanzò cercando di fare meno rumore possibile: nelle amache attaccate alle pareti, stavano sonnecchiando alcuni marinai e soldati. Quando tolse il chiavistello dalla porta di una delle stive, la porta cigolò. Si voltò: nessuno aveva udito. Scivolò dentro e richiuse con delicatezza la porta. Girò gli scuri della piccola lanterna che si era portato dietro e davanti a sé vide numerose casse, saldamente inchiodate. Forzarne una senza fare un chiasso tremendo era impossibile; c'erano dei barili però, decisamente più facili da aprire: erano soltanto legati con una corda. Tirò fuori il pugnale e la tagliò: tolse il coperchio e mise la mano dentro. Non tastò niente di granuloso: non c'era allume lì dentro. Invece, sentì qualcosa che lo punse. Tirò indietro di scatto la mano: sangue. Che diavolo stava trasportando il padre? Puntò la lanterna: dentro c'erano centinaia di frecce legate assieme e a bordo non c'erano così tanti arcieri da giustificarle. Doveva capire cosa trasportassero le altre casse e ne individuò una piccola. I chiodi con cui era chiusa erano piuttosto sottili, per cui mise il pugnale dentro una fessura e iniziò a far leva.

La porta della stiva si aprì con uno schianto.

Caleb si girò ma fu disarmato con un calcio poi un pugno lo scaraventò indietro. Si aggrappò al barile che però si rovesciò; le frecce si sparsero sul pavimento. "Adesso o mai più", pensò. Scattò su e colpì alla cieca: sferrò un calcio al suo aggressore e lo sentì lamentarsi. Nella penombra gli sembrò di vederlo chinarsi: Caleb si lanciò in avanti e lo agguantò. I due rotolarono, tirandosi i capelli e colpendosi come forsennati, finché l'assalitore non disse:

«Piantala, idiota, o prima ti castro e poi ti faccio buttare fuori bordo!»

La lanterna illuminò il viso di Avidan, col labbro spaccato. Il capitano si alzò, stremato, e chiuse la porta alle spalle.

«Contengono spade, lance, dardi, frecce e cotte di maglia, contento?» disse Avidan indicando le casse. «Perché non mi hai chiesto, invece di infilarti qui come un ratto di fogna?»

«Avevi detto che era allume! Ti sei messo a contrabbandare armi?» disse Caleb sedendosi sul barile rovesciato, ansimando.

«Non contrabbandiamo un cazzo: portiamo aiuti militari, regolarmente registrati.»

«Dove?»

«Andiamo verso Ajura, dove il Re di Selesia sta assediando il forte. Gli portiamo armi e uomini da parte della Repubblica, sua alleata. E lo aiuteremo nel blocco navale: ci aspettano un centinaio di fanti di marina là. E' meglio che l'equipaggio non lo sappia: tanto hanno firmato e devono eseguire i miei ordini qualsiasi essi siano. Se sapessero che andiamo in guerra, si ammutinerebbero alla prima occasione. Li ho pagati metà del salario normale e non ho potuto reclutare una ciurma scelta: per quel prezzo abbiamo preso degli avanzi di prigione, non te ne sei accorto guardandoli?»

«Sei un vecchio bastardo! Ora ho capito che cazzo volevi dire con quella frase sugli assentisti che si arricchiscono!» gridò il figlio.

«E tu sei un coglione, incapace di vedere al di là del suo naso; anzi qualcosa di più piccolo ancora: diciamo il tuo uccello!»

Assentista era un termine "elegante" per definire un capitano di nave al soldo di una potenza straniera: un mercenario sull'acqua, né più né meno. Avidan lo aveva già fatto, in passato: si era arricchito, ma a caro prezzo. Uno dei fratellastri di Caleb era morto per seguirlo, senza contare i compagni mutilati o uccisi.

Caleb SigàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora