Capitolo 5: Al posto degli anni, diciannove, si sono presi le mie braccia nuove.

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Giorno 48

Da qualche parte nel Mare del Sud

«Alle armi! Alle armi! Date le lance ai buonavoglia!» urlò il quartiermastro.

Era una situazione disperata, dunque: armare i buonavoglia era l'ultima spiaggia. Quei vogatori così disperati da accettare un magro salario per stare al remo non avrebbero mai retto contro i giannizzeri.

«Siamo di traverso!» gridò Caleb. « Dobbiamo virare e...»

L'ondata gli riempì le orecchie e la bocca. Si aggrappò a qualcosa ma non riuscì a tenere l'equilibrio. Quando l'acqua si ritirò, fradicio, si alzò e si accorse che il quartiermastro non c'era più: l'onda lo aveva spazzato fuori bordo. Corse al parapetto tentando di scorgerlo nell'acqua scura, invano. Il mare era agitato come un animale davanti al fuoco: sembrava che la nave galleggiasse in una pentola di acqua nera che ribolliva e schiumava. Soltanto un equipaggio di pazzi giannizzeri a caccia di bottino poteva averli seguiti in mezzo a quella tempesta.

La Spezzaremi emanava sinistri bagliori rossastri in lontananza, mentre la sua vela maestra bruciava nonostante la pioggia. Le urla degli uomini non si sentivano più, coperte dal suono dei tuoni incalzanti.

Caleb guardò la propria nave, a prua: era stata appena abbordata. "Speriamo che almeno ammazzino quello stronzo di Fidan", pensò. Si pentì immediatamente di quello che aveva immaginato: stava desiderando la morte di suo fratello. "E poi ammazzeranno anche me. Speriamo di essere separati almeno all'inferno."

Neanche il tempo di raggiungere il centro della nave che un rampino d'abbordaggio lo sfiorò, scintillando a un centimetro dalla sua guancia: si piantò saldo nel legno e si tese come la corda di un arco. E dopo quello un altro e un altro ancora: decine di furono lanciati dai khalimi. La Matrona era stata accostata da una seconda galea: i giannizzeri urlavano e scagliavano frecce addosso ai lenvari, che rispondevano al fuoco con le loro letali balestre.

Caleb tastò l'elsa della spada e pensò: "Due abbordaggi. Ce l'abbiamo nel..."

Fu un urto fortissimo: le due navi si erano infine accollate. Caleb cadde addosso ai rematori: neanche l'acquazzone aveva tolto l'odore di sudore, merda, piscio, vomito, piaghe e ascessi che emanavano quei poveri diavoli. Qualcuno lo spinse indietro e si rimise in piedi: lo attirò il clangore del metallo che proveniva da prua, dove si stavano consumando gli scontri più violenti.

Era dolorante, bagnato fino all'osso: ma non gliene fregava più niente. Si considerava morto ormai e il suo unico pensiero era portare all'inferno con lui più gente possibile. Guardò verso poppa: Avidan non c'era più. I giannizzeri, con le loro vesti verdi e le armature leggere e dorate, si erano aperti un varco nel sangue, senza fatica: già correvano verso il centro della galera, per raggiungere la stiva. Gli ultimi lenvari ancora in grado di combattere erano asserragliati a poppa: i balestrieri falciavano con precisione i giannizzeri privi di scudo, ma erano troppo pochi. Caleb era stato tagliato fuori e stava nel mezzo della Matrona, chiuso tra due schermaglie.

"Dove cazzo è mio padre?!" Pensò. Non era di certo lo slancio amorevole di un figlio ad animarlo: in quel momento, stare vicino al capitano era la sua unica occasione per venire catturato e non trucidato. I khalimi non erano sciocchi: Avidan era un nobile e la sua famiglia piuttosto nota. Con un po' di fortuna e il pagamento di un riscatto, entro qualche mese sarebbero stati rilasciati.

"Devo solo arrivare vivo a poppa".

Spada sguainata, Caleb avanzo sulle assi fradice. Infine, due khalimi lo notarono. Non erano giannizzeri, ma semplici fanti di marina: lo capì dalla povertà delle loro armature. Urlarono e corsero contro Caleb.

"Idiota" pensò il lenvare. Teneva la spada troppo alta, senza un minimo di guardia: era un cretino che non aveva mai combattuto. Caleb lo trafisse al cuore senza neanche parare il suo colpo. Il secondo però ebbe un'idea migliore: spinse addosso a Caleb il suo compare trafitto, impedendo al giovane di estrarre la spada dal corpo. Caleb non riuscì a tenere il corpo che si afflosciava e la sua spada finì sotto il cadavere. Allora il suo aggressore tentò di colpirlo alla testa: Caleb fece un salto indietro, mettendo un po' di distanza tra lui e la spada del khalimico.

"Pensa, idiota, pensa!" ripeté a sé stesso. Estrasse il pugnale. Il khalimico scavalcò il corpo del suo conterraneo e fu quello il momento in cui Caleb ne approfittò. Col pugnale lo colpì alla gamba e lo fece sbilanciare. Ma la spada del nemico si abbatté comunque su di lui e gli squarciò la spalla. Caleb finì in ginocchio ma non cedette: balzò addosso al khalimico e lo trafisse all'addome. Poi lo colpì al viso e gli strappò la spada di mano, ma... cadde sui rematori: questa volta era stato strattonato. La pelle di quel forzato se la ricordò perché ci affondò letteralmente dentro: era nera come la notte. La sua catena si avvolse attorno al collo di Caleb e strinse, strinse con tutta la forza e l'odio che un prigioniero poteva esprimere al suo padrone, ora che aveva la possibilità di strangolarlo senza pietà. Gli altri forzati iniziarono a prendere a calci il lenvare, in un tintinnio di catene.

Il giovane abbrancò nuovamente il coltello e menò stoccate alla cieca, finché non sentì mollare la presa. Si alzò, barcollando e non guardò nemmeno il forzato.

Il khalimico che lo aveva assalito era carponi e sanguinava come un maiale ferito. Caleb lo fini piantandogli la lama nella nuca. Poi rovesciò il cadavere del primo aggressore e recuperò la sua spada. Cercò di stare lontano dai vogatori ancora incatenati: molti lo imploravano di liberarli mentre andava verso la poppa. "Col cazzo, non ho tempo per voi: mi spiace ragazzi ma se vi siete fatti catturare come degli idioti, forse ve lo merit..."

Ma che stava dicendo? Sarebbe stato catturato anche lui di lì a pochissimo: che diritto aveva di giudicare quei poveri diavoli? Magari avevano lottato, magari erano solo usciti dalla fica sbagliata. Non c'era tempo per la filosofia, però. "D'accordo, Caleb, ora concentrati: tra te e il cassero di poppa c'è una battaglia. Come puoi passare là in mezzo?"

Non dovette neanche escogitare un piano, perché un giannizzero pensò a tutto per lui, mentre lo colpiva alla nuca. Concentrato su quello che succedeva a poppa, Caleb non si era accorto che a prua la resistenza era crollata e i khalimi avevano ormai invaso la nave.

Il sangue gli colava sugli occhi e gli impiastricciava il volto e i capelli. Cercò a tentoni la spada ma non la trovò. Attorno a lui, tutto era offuscato, come in sogno. Gli ronzavano le orecchie, ma poteva udire nettamente il clangore del metallo, le urla, annusare l'odore del legno bruciato. Bocconi, con il viso schiacciato sul ponte, si voltò: qualcuno lo prese per le ascelle, lo strattonò e lo tirò su in piedi.

"Ora mi fa secco", pensò Caleb. Ma quando la vista smise di essere foschia, vide Degro.

«E' perduta! La nave è perduta!» gli urlò il nostromo in faccia, sputacchiando mentre lo diceva. «Buttati a mare o...»

Caleb lo vide sgranare gli occhi e lasciare di colpo la presa. Un fiotto di sangue sprizzò dalla gola di Degro. La lama si abbatté sul suo collo altre quattro volte finché la testa non fu staccata. Dietro, un giannizzero sfoggiava lunghi baffi neri, mentre la celata gli copriva gli occhi lasciando intravedere solo un bagliore: Caleb ebbe la sensazione che lì dentro ci fosse il demonio in persona. Il corpo senza testa di Degro franò a terra come un sacco di patate.

Il giannizzero afferrò il polso di Caleb e guardo gli anelli e il braccialetto che portava.

Caleb gli sferrò un pugno, fregandosene dell'elmo e ferendosi la mano.

Il pomo dell'elsa gli si schiantò sulla tempia. La testa gli girò per un istante, poi i suoni divennero un'eco lontano e la pace, finalmente la pace, si impossessò di lui.

"Sto morendo" pensò Caleb. "Allora non è poi così male".

E poi quel sorriso: lo vide prima di chiudere gli occhi. Il giannizzero se n'era andato e ora c'era una specie di principe khalimico col turbante sopra di lui, che gli puntava la spada contro. Era formidabile, splendido come quegli eroi delle fiabe e sorrideva con tutti i denti. Era un capitano, come suo padre.

E quel giorno aveva vinto.

Caleb SigàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora