Capitolo 2. La mia è restata dov'era...

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Giorno 104

L'ex palazzo Imperiale della Città di Dreniane

Quando l'eunuco batté le mani, tutti fecero silenzio. Caleb si sedette sul bordo della finestra interna e sbirciò attraverso la griglia. Gli infedeli come lui non potevano vedere la danza delle odalische da vicino: si sarebbe beccato cinque frustate per ogni occhio sano.

Un assolo ritmato di darbuka accompagnò l'entrata delle odalische, vestite di sensuali abiti colorati. Provenivano da tutte le parti del Continente e di Mali: bionde, castane, dalla pelle mora o pallida come il latte. Tutte schiave, catturate o vendute.

Caleb le osservò per un po', annoiato. Dapprima si esibirono tutte insieme, facendo danzare i loro ventri all'unisono. Poi l'eunuco batté nuovamente le mani: era il momento degli assoli, quello in cui le ragazze avrebbero dato il meglio. Ognuna voleva mostrare quanto valesse, affinché qualche Bey o Pascià potesse renderle le sue concubine o magari mogli.

Questa volta fu il rebab a suonare, con le sue note malinconiche che sapevano subito d'oriente. Dapprima entrò un'odalisca dalla pelle ambrata, vestita di una gonna lunga e scarlatta; indossava una fascia piena di sonagli che le copriva i seni e le lasciava scoperto l'addome e le spalle. Da una striscia di tessuto legata sulla fronte ricadeva un velo che le oscurava parzialmente il volto. Ballò con grande passione.

Poi venne una donna bianca, timida, che ballò in maniera davvero modesta. L'eunuco fece terminare anzitempo il suo numero, e lei scappò piangendo.

Finalmente, arrivò quella che Caleb aspettava: vestita di verde, dalla pelle pallida e i capelli colore del miele.

Era bella, anche se con il velo non si vedeva bene: ma lui l'aveva intravista in volto tre giorni prima. Ballava con grande sensualità: agitava il ventre come se non avesse mai fatto altro nella vita. E ad ogni movimento, Caleb sognava di rotolarsi tra le lenzuola con lei: sentiva gonfiarsi, laggiù in basso.

Ricevette un colpetto sulla spalla: Yusul, come sempre, doveva rompergli i coglioni sul più bello.

«Devi proprio?» gli disse Caleb.

«E' ora» disse l'eunuco.

Puzzava di vino. Yusul non poteva bere o lo avrebbero frustato. Ma lui se ne fregava: d'altra parte gli avevano già tagliato le palle, peggio di così che potevano fargli?

"Piscio di Sedune, è ora", pensò Caleb. Lo disse ad alta voce: "Piscio di..." poi si fermò: suo padre lo diceva sempre. Era un'espressione vecchia quanto l'invenzione della vela, e i marinai la usavano proprio da quei giorni, quando imprecavano contro la divinità pagana di Sedune, dio del mare. I più blasfemi s'immaginavano che Sedune bevesse birra fino a scoppiare e che, ubriaco, andasse a urinare in mare tonnellate di acqua, tanto da smuovere gli oceani e creare le tempeste.

Ma quello che importava a Caleb è che gli facesse schifo usare un'espressione di Avidan. "Il frutto non cade mai troppo lontano dall'albero", gli ripeteva suo nonno, quando voleva farlo incazzare. Caleb andava a confidarsi con lui, dicendo che odiava suo padre, e il nonno non faceva che ricordargli quando lui assomigliasse ad Avidan.

«E' ora» ripeté Yusul col suo accento khalimico.

Caleb avrebbe voluto alterare il tempo, come i maghi delle favole che ascoltava da bambino. Si sentiva come quel tizio che aveva venduto l'anima al demonio in cambio della conoscenza e stava per morire. "E' la fine di tutto, allora".

«Tu pronto?» ripeté Yusul, porgendogli le manette.

«No.»

L'uccello si ammosciò alla velocità del vento. "Tanto vale farla finità", pensò. "Porco cane, se me l'avessero detto un anno fa, che sarei finito così..."

Scappare per farsi ammazzare? Meglio vivere un altro giorno. Non fece resistenza e si fece incatenare. Si alzò e seguì l'eunuco.

Percorsero i corridoi di marmo: in quelle sale vi era ancora tutta la traccia del Regno Imperiale, A Caleb sembrò di vedere ancora gli strateghi, le ancelle, i sacerdoti dell'Ecclesia d'Oriente che passavano coi loro turiboli. Tutti i dignitari erano scappati quando l'assedio stava mettendosi male oppure erano stati uccisi dai khalimici. Caleb era un occidentale, ma ammirava i vincitori che ora vivevano nel Palazzo Imperiale, in attesa che il Sultano ne costruisse uno nuovo, tutto suo.

Ma per lui era facile: sua madre era proprio di Khalim. Era la figlia di un Bey. Avidan l'aveva catturata durante un abbordaggio, quando faceva il corsaro per la Repubblica di Lenvar, e l'aveva portata a casa, dove l'aveva fatta riconvertire alla fede matriana. Per sposarla, in principio; ma non lo fece mai. Avidan detestava l'adulterio: "che ti sposi a fare se poi vuoi scoparti tutte quelle che ti passano davanti? Io non ho sposato tua madre, quindi non l'ho mai tradita."

Caleb non voleva sentire quando il padre gli raccontava della prima notte con sua madre. Eppure, aveva l'impressione che Avidan l'avesse amata veramente. Forse per una settimana, forse per un mese ma... Cazzo! Faceva proprio schifo pensare di non essere figlio di un atto di amore. Non voleva pensare di essere uscito dall'utero di una baldracca da taverna come Fidan. Non che ci fosse qualcosa di male: nessuno sceglie la propria madre, ma... Aveva bisogno di pensare di essere stato voluto, desiderato. E di certo lo era stato da sua madre.

La porta in fondo al corridoio si aprì e, dentro la stanza, il sacerdote stringeva già il coltello in mano.

Spinsero Caleb dentro. Un fremito di ghiaccio gli percorse la schiena.

«Spogliati» gli dissero.

Caleb SigàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora