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Prologo

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Il forte odore di cloro sulla pelle era l'unica cosa che detestavo del nuoto, ma il riscaldamento dell'auto lo rendeva quasi sopportabile. La brezza fresca di metà settembre già si faceva sentire e indossare una felpa era ormai necessario. Quel pomeriggio si era aperto alla pioggia, inaugurando una lunga e umida stagione autunnale a Maple Valley. Appoggiai la mia testa bagnata contro il finestrino, guardando le luci della città che si riflettevano sulla superficie scura del fiume Mirror. Stavamo attraversando il vecchio ponte ad arco, la solita scorciatoia per raggiungere il liceo.

Ero in ritardo, come sempre, con i capelli ramati ancora bagnati e scarruffati che mi scendevano lunghi sulle spalle larghe. Amavo i miei capelli lunghi, ma odiavo asciugarli dopo essere uscita dalla piscina. Mamma lo sapeva, per questo aveva accesso il riscaldamento dell'auto pur non essendo necessario. Adoravo quando lo faceva: mi avvicinavo alla bocchetta dell'aria e la usavo come asciugacapelli. Era il nostro piccolo segreto, così almeno diceva lei. Non potevamo di certo dire che Adelaide Fox, la dottoressa più rinomata della città, faceva uscire sua figlia con i capelli ancora fradici, rischiando di farle venire la cervicale. Intanto la voce di mia madre mi risvegliò dai miei pensieri e mi voltai a guardarla mentre continuavo ad agitare le dita alla base dei miei capelli per provare a togliere un po' di umidità.

«Sei sicura di non voler ripassare chimica stasera?», mi guardò con un sopracciglio alzato mentre reggeva il volante con la solita presa fissa alle dieci e dieci.

«Miranda dice che il test di domani sarà un massacro», aggiunse e io sbuffai, accennando un sorriso.

«Mamma, ti prego. Miranda non sa nemmeno quello che fa sua figlia e io ho appena fatto due chilometri di vasche. Poi Cameron ha la prima partita di campionato, sai quanto ci tiene. Non posso avere la testa sugli elementi della tavola periodica», alzai gli occhi al cielo e continuai ad asciugarmi i capelli, adesso leggermente meno umidi.

«Hai ragione, scusa» alzò le mani dal volante per un attimo, come in segno di resa. Poi rise voltandosi a guardarmi con una dolcezza che mi parve fin troppo protettiva.

«È solo che non mi sembra vero che tu sia già al primo anno e che Cameron sia già all'ultimo. Dici che Matthew si presenterà alla partita? O rimarrà bloccato a sistemare le scenografie?» mi chiese con un tono ai limiti del preoccupato.

D'altronde come potevo aspettarmi il contrario? Mia madre amava tutti e tre i suoi figli, ma senza alcun dubbio aveva un preferito, anche se non lo avrebbe mai ammesso, e quello era sicuramente Matthew, il ragazzo prodigio per eccellenza.

Mio fratello aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e limpidi come il cielo; era sempre sorridente e affabile con tutti e riusciva in tutto ciò che faceva. Era il capitano della squadra di basket, perché sì, la natura è stata talmente gentile con lui che lo aveva fatto pure alto un metro e novantadue. In realtà entrambi i miei fratelli erano molto alti; Cameron, infatti, era un metro e novanta. Solo io li salutavo dal basso del mio metro e sessantotto. Matt faceva parte del club di teatro e probabilmente sarebbe stato ammesso in anticipo di un anno alla Juilliard con un programma speciale per studenti prodigio. Amo mia fratello ma a volte sono solo un po' invidiosa di lui.

Comunque, ripresi a guardare la mamma e risposi sinceramente «Conoscendo Matt, preferirebbe ingoiare un chiodo piuttosto che perdersi la partita di Cam».

Mio fratello, oltre ad essere un prodigio, era anche il miglior fratello del mondo, non si sarebbe mai perso la prima partita di campionato di quell'altro casinista. Smisi di parlare un attimo perché uno dei miei anelli si era impigliato nei capelli.

Mentre cercavo di liberarmi dal nodo sempre più grande che si stava formando sulla mia testa, continuai «Papà mi ha mandato un messaggio prima: sono già tutti lì. Matt lo sta aiutando a sistemare l'aula di fisica per i colloqui di domani, poi si spostano sugli spalti».

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