Prologo.

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4 Ottobre 2016.

A Gunsan era un periodo freddo. L’inverno era quasi alle porte, costringendo gli abitanti a tirar fuori i cappotti e, di tanto in tanto, persino gli ombrelli.

Quella sera faceva freddo più del solito, però, ed io, di uscire, non ne avevo proprio voglia. Avevo trascorso l’intero pomeriggio a studiare per il test che avrei avuto da lì a qualche giorno e questo, aggiunto allo stress a cui mi sottoponevano mamma e papà pur di vedermi eccellere, era sufficiente a farmi desiderare nient’altro che un letto ed un bel film in lingua originale.

Erano difatti quasi le otto di sera e, mentre mia madre cucinava qualcosa che emanava un delizioso profumo in tutta la casa, io aspettavo affamata chiusa in camera.

Fu a quel punto che i miei piani cambiarono.

Lo schermo del mio telefono si era illuminato seguito dalla solita suoneria, mostrandomi dritto davanti agli occhi un messaggio di Kai che palesava un invito a cena fuori.

Non mi restava altro che rifiutare, seppur a malincuore. Non avrei potuto accettare dal momento in cui mia madre mi avrebbe urlato in faccia di essere una figlia ingrata e, fra l’altro, la temperatura si stava abbassando ora dopo ora.

Non avrei potuto accettare, eppure lo feci senza esitazione nel momento in cui un secondo messaggio apparve sul display.

“Ho proprio bisogno di uscire di casa. Ti spiego dopo. Per favore.”

Kai non esprimeva mai le sue necessità a meno che non erano gli altri a fargliele uscire di forza dalla bocca, semplicemente perché non si metteva mai al primo posto. Dunque, se diceva di aver davvero bisogno di uscire di casa, qualcosa doveva essere accaduto.

Quindi, senza pensarci su due volte, presi la giacca dal mio armadio e, abbinandovi velocemente una borsa, uscii dalla mia stanza. Raggiunsi subito la porta di ingresso ed infilai le scarpe il più velocemente possibile, già pronta ad urlare qualcosa ai miei genitori, ma fui fermata ancor prima di poterci provare.

- Dove vai? - Mio padre mi colse di sorpresa alle spalle. Così mi voltai nella sua direzione e, trovandomelo di fronte a braccia conserte, non mi restò che sfoggiare un’espressione supplichevole nei suoi confronti.

- Ti prego, è un’emergenza. -

- Si tratta di Kim Jong-in, non è così?- Mi domandò con aria palesemente stufa, spazientita. Sapevo già cosa sarebbe accaduto da lì a qualche secondo, e proprio non ne avevo voglia. Mi limitai ad annuire silenziosamente. - Lo sai che non mi piace e che continuerò a ripetertelo ininterrottamente. -

- Papà, è ormai un anno che usciamo insieme. - Cercai di farlo ragionare ma, proprio come mi sarei aspettata, mi interruppe con un gesto della mano.

- Ma conosco bene mia figlia e so che è in grado di comprendere ciò che è bene per lei e ciò che non lo è. So bene che prima o poi ti renderai conto di meritare di meglio e che quindi finirà. -

A quel punto fui però io ad interromperlo. - Fai sul serio? -

- Quello che cerco di dirti è che non interferirò con la vostra relazione. Ma sai che tua madre non è paziente come me, sai che lei non se ne starà per sempre con le mani in mano. -

Sapevo bene cosa mio padre stesse cercando di dirmi. Mia madre non sopportava Kai, anzi, lo disprezzava. Le bastava conoscere il suo cognome per non ritenerlo alla mia altezza e, di conseguenza, una perdita di tempo. Perché il mio tempo era prezioso e non avrei dovuto sprecarlo con le persone sbagliate. Solo con persone di un certo rango che avrebbero potuto garantirmi una vita felice e, soprattutto, un’ottima carriera. E Kai che, di umile famiglia, a vent’anni non sognava altro che scrivere e comporre musica, di certo non rientrava nelle sue grazie. Conoscevo ormai a memoria il suo monologo e di riascoltarlo per l’ennesima volta proprio non ne avevo voglia. Perciò chinai leggermente il capo e salutai con educazione mio padre, uscendo a gambe levate subito dopo.

Won | Kim Jongin. Donde viven las historias. Descúbrelo ahora