E dunque ecco che la fine era arrivata. C'era stato vicino così tante volte, scampandola all'ultimo, volte in cui era preparato a morire, perché sapeva che probabilmente sarebbe stato un viaggio di sola andata. Ma non quella volta.
Ora era stato colto completamente alla sprovvista e aveva scelto di agire. Aveva scelto di agire perché non farlo non era un'opzione, non per lui.
Se non fosse stato per il dolore lancinante all'addome e ai polmoni ad ogni suo respiro, che gli costava sempre più fatica, gli sarebbe quasi venuto da ridere.
Fece un debole sorriso in direzione della ragazza che gli stava accanto, mentre le lacrime scendevano sul viso di lei, infrangendosi poi sul suo.
«È ora di andare, Raven. Non è sicuro restare qui per te».
«Non ti lascio» disse lei, spezzando la frase per via di un singhiozzo involontario.
«Ascoltami... potrebbero arrivarne degli altri».
Ma la ragazza scosse con vigore la testa, le labbra serrate l'una sull'altra per tentare di contenere quegli spasmi che le squassavano il petto.
«Mi dispiace» disse con un filo di voce, gli occhi quasi liquidi per via delle lacrime, la fronte increspata, le mani tremanti.
Mani ricoperte di sangue. Sangue non suo, ma di Bellamy, che inesorabile continuava a sgorgare dalla ferita procurata da una lancia. Il proprietario di quella lancia ora era riverso a terra, in una pozza di sangue e con un buco in testa, opera di Raven.
«Bell...».
«Sssh...» la interruppe lui «... è tutto ok, Reyes. Va bene così, era così che doveva andare».
Un altro singhiozzo, Raven chinò il capo, strizzando gli occhi in un'espressione addolorata.
Bellamy ricordava bene quando l'aveva tenuta tra le braccia la notte della morte di Finn, ricordava lo straziante grido di dolore della ragazza e il modo in cui si era aggrappata a lui come se ne andasse della propria vita. Lo ricordava come se fosse ieri. E ricordava come, da quel momento, il loro rapporto fosse cambiato.
«È stata colpa mia, Bellamy».
«No» disse lui.
Ironico, pensò, erano riusciti a sfuggire un mucchio di volte alla morte. Erano perfino riusciti a sconfiggere madre natura, trovando una soluzione alle radiazioni, ma d'altra parte Bellamy l'aveva sempre saputo: non c'era niente peggio degli esseri umani e gli esseri umani sarebbero stati la fine dell'umanità stessa.
Lui e Raven erano semplicemente usciti per un giro di ricognizione, ora che non avevano più il peso del problema delle radiazioni ad incombere sulle loro teste, dovevano pur riprendere la vita di tutti i giorni.
Caccia, rifornimenti, insomma... la solita routine. Un paio di giorni prima Kane era tornato con una squadra dicendo che in un bunker avevano trovato del materiale di ricambio che per Arkadia sarebbe stato utile, d'altra parte qualche guasto c'era sempre, così Raven e Bellamy erano andati a controllare e Raven si era detta entusiasta di aver trovato quella roba. Il ragazzo non aveva capito molto, se non la parte in cui la sua amica aveva detto che avrebbe potuto utilizzare alcuni filtri in quel bunker per purificare l'acqua contaminata dalle radiazioni.
Quella in effetti era un'ottima notizia perché i loro rifornimenti iniziavano a scarseggiare e l'acqua era vitale.
Sembrava perfino essersi instaurata una sorta di pace con i terrestri, quand'ecco che tutto ad un tratto il rover era stato accerchiato da un gruppo di cinque uomini.
Un piccolo clan di ribelli, nemici di Azgeda che non aveva affatto apprezzato la coalizione tra Roan e popolo del cielo.
Era stata questione di un secondo: Raven si era ritrovata contro un albero, senza vie di fuga e Bellamy si era frapposto tra lei e la lancia di quel terrestre.
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Last breath
FanfictionStoria pubblicata anche su Efp. "«Bellamy... » lo chiamò piano, accarezzando lievemente una guancia del ragazzo. Nel sentire la sua voce il ragazzo aprì appena gli occhi, due fessure scure come l'ossidiana, si infransero dritte nel cielo azzurro che...
