Capitolo 1 - Il primo giorno

4 1 0
                                        

Il mare di Genova si vedeva appena, una striscia azzurra tra due palazzi, ma bastava per ricordare a Mirko Morello dove si trovava.
Ospedale Pediatrico San Giorgio & Carlo.
OPSGC.
Cinque lettere che da quel momento in poi avrebbero deciso la sua vita.
L'atrio era già pieno di voci: genitori stanchi, bambini assonnati, infermieri che si muovevano veloci come se ogni secondo fosse prezioso. Mirko si aggiustò il badge sul camice bianco, sentendo il peso di quel gesto più del previsto.
Accanto a lui, Valerio osservava tutto in silenzio.
— Respira — gli mormorò Mirko senza guardarlo.
— Sei tu quello che dovrebbe farlo, Grande Morello — rispose Valerio, accennando un sorriso.
Non fecero in tempo a dire altro.
— Specializzandi del primo anno?
La voce era ferma, sicura.
Davanti a loro c'era Zoe Bartoli.
Camice perfettamente stirato, capelli raccolti, sguardo di chi aveva già visto abbastanza da non farsi impressionare. Il badge diceva Specializzanda capo, ma il modo in cui stava in piedi diceva molto di più.
— Io sono Zoe Bartoli. Da oggi siete sotto la mia responsabilità.
Pausa.
— E questo significa che se fate una cavolata, ne rispondo io. Quindi fidatevi: non fatela.
Carmine Esposito alzò un sopracciglio.
— Iniziamo bene.
Zoe lo fulminò con lo sguardo.
— Tu devi essere Esposito. Ho letto il tuo curriculum. Brillante, ma disordinato.
Poi guardò Chiara.
— Zannino. Sei quella che sa tutto. Vediamo se sai anche ascoltare.
Infine si fermò su Mirko e Valerio.
— E voi due siete... i Morello.
— Mirko — disse lui.
— Valerio — aggiunse il fratello.
— Tranquilli, vi distinguerò. Prima o poi.
Li condusse lungo il corridoio principale. Vetri enormi, luce naturale, disegni colorati alle pareti. Bambini che ridevano. Bambini che piangevano. Bambini che aspettavano.
— Questo non è un ospedale qualunque — continuò Zoe mentre camminava. — Qui i pazienti hanno tra zero e diciassette anni.
Si fermò.
— Non potete permettervi di sbagliare. Non perché siete medici. Ma perché loro sono bambini.
Il cerca persone della Bartoli iniziò a suonare.
Zoe si voltò di scatto.
— Bene. Il battesimo del fuoco arriva prima del previsto.
Li guardò uno a uno.
— Seguitemi. E ricordate: osservate, imparate... e se vi chiedo di fermarvi, vi fermate.
Mirko sentì il cuore accelerare mentre correvano dietro di lei.
Il cerca persone portò fino al reparto di Pediatria d'Urgenza.
Le porte scorrevoli si aprirono con un sibilo secco e il caos li investì all'istante.
— Maschio, otto anni, trauma toracico! — gridò un infermiere.
— Saturazione in calo!
— Dov'è il chirurgo di guardia?
Zoe non rallentò.
— Fermi lì. Nessuno di voi tocca niente senza il mio via.
Mirko sentì le parole come un'ancora. Osservare. Respirare. Non farsi travolgere.
Il bambino era sul lettino, occhi spalancati, il respiro corto. Una donna — la madre — gli teneva la mano con una forza disperata.
— Mamma... — sussurrò lui.
Valerio fece un mezzo passo avanti d'istinto.
Zoe gli posò una mano sul braccio.
— Non ancora.
Un camice entrò nella stanza con passo deciso.
— Spostatevi.
La Dott.ssa Mirta Valentini non alzò la voce. Non ne aveva bisogno.
Lo sguardo rapido, clinico, si posò subito sul bambino.
— Trauma chiuso. Eco FAST, subito. — Poi si voltò verso Zoe. — Chi sono?
— Primo anno. Tutti. — rispose Zoe. — Sotto la mia supervisione.
Mirta annuì appena.
— Bene. Guardate e imparate. Qui non si gioca.
Mirko seguì ogni gesto: le mani sicure, le domande precise, il modo in cui Mirta parlava al bambino senza mai mentirgli.
— Ti farà un po' freddo, ok? Ma io sono qui.
Il monitor emise un bip più acuto.
— Versamento — disse Mirta. — Prepariamo la sala.
La madre impallidì.
— Mio figlio...?
— È in buone mani — rispose Mirta senza esitazione. — Ma dobbiamo muoverci.
Mentre portavano via il lettino, Zoe si voltò verso gli specializzandi.
— Questo è il punto. Qui non siete studenti. Qui siete medici in formazione.
Guardò Carmine.
— Esposito, che cosa hai visto?
— Probabile lesione interna, rischio emorragico.
— Bene. Zannino?
— Indicazione chirurgica urgente.
— Morello?
Mirko deglutì.
— La comunicazione con la famiglia è tanto importante quanto l'intervento.
Mirta si fermò un istante e lo guardò.
Un secondo appena. Ma abbastanza.
— Esatto — disse. — Non dimenticarlo.
Quando il corridoio tornò silenzioso, Mirko si accorse di avere le mani che tremavano.
Valerio lo guardò.
— Sei pallido.
— Tu no.
— Io ho paura dopo.
Zoe li osservava, braccia conserte.
— Se pensate che questo fosse il peggio... vi sbagliate.
Dal fondo del reparto arrivò un uomo con una cartellina sotto il braccio, sorriso stanco ma occhi attenti.
— Zoe, come va la nuova cucciolata?
— Dottor Buckley — rispose lei. — Benvenuto.
Robert "Bobby" Buckley scorse i loro volti uno a uno.
— Primo giorno?
Sospirò piano.
— Tranquilli. Non smette mai di fare paura. Si impara solo a conviverci.
Mirko fissò il corridoio che portava alle sale operatorie.
Il corridoio davanti alle sale operatorie era più silenzioso adesso.
Troppo silenzioso.
Zoe stava compilando qualcosa sul tablet quando si irrigidì all'improvviso.
— Ok — disse senza alzare la voce — adesso fate finta di essere invisibili.
— Perché? — sussurrò Carmine.
Non fece in tempo a rispondere.
Le porte dell'ascensore si aprirono e il reparto sembrò cambiare aria.
La Dott.ssa Bianca Costanzo avanzava con passo deciso, seguita da due specializzandi che facevano fatica a starle dietro. Alta, elegante anche sotto il camice, capelli chiari raccolti in modo impeccabile. Ogni medico che incrociava si spostava automaticamente.
— Cardiochirurgia pediatrica — mormorò Chiara, quasi in reverenza. — È lei.
Mirko la riconobbe subito.
Aveva visto i suoi interventi registrati. Letto articoli. Studiato i suoi protocolli.
— La migliore d'Europa — continuò Chiara a bassa voce.
Bianca Costanzo si fermò davanti alle vetrate della TIN, osservando un neonato collegato a mille macchine.
— Portatemi gli ultimi esami — disse. — E avvisate l'oncologia.
Quella parola fece gelare Mirko.
Pochi secondi dopo, una voce con un leggero accento inglese arrivò alle loro spalle.
— Sono già qui.
Mirko sentì il mondo rallentare.
Si voltò.
Dottor Harry Brown.
Camice semplice, sguardo stanco ma lucidissimo, mani in tasca come se fosse uno qualunque.
Ma non lo era.
Il medico oncologo più famoso al mondo.
Quello che aveva rivoluzionato protocolli.
Quello che aveva salvato centinaia di bambini.
Quello che aveva salvato lui.
Mirko sentì il cuore battergli nelle orecchie. Le immagini gli tornarono addosso senza chiedere permesso: luci accecanti, odore di disinfettante, una voce che gli diceva che sarebbe andato tutto bene.
Valerio si accorse subito che qualcosa non andava.
— Mirko...?
Zoe notò il suo viso pallido.
— Grande Morello, tutto ok?
Mirko non rispose.
Stava fissando Harry Brown come se fosse irreale.
Brown parlava con Bianca Costanzo, serio, concentrato.
— Se confermiamo il coinvolgimento cardiaco, dobbiamo rivedere il protocollo.
Bianca annuì.
— Non lascerò che questo bambino finisca in una statistica.
Brown fece un mezzo sorriso.
— Mai.
Poi, per un attimo, il suo sguardo scivolò su di loro.
Si fermò su Mirko.
— Tu sei nuovo — disse. — Specializzando?
Mirko sentì la gola chiudersi.
— S-sì. Mirko Morello.
Brown annuì, gentile ma distante.
— Piacere.
Solo quello.
Nessun riconoscimento.
Nessun ricordo.
Ed era giusto così.
Zoe intervenne subito.
— Dottor Brown, sono sotto la mia supervisione.
— Ottimo — rispose lui. — Avete scelto il posto più difficile possibile.
Poi si voltò di nuovo verso Bianca.
— Andiamo.
Quando si allontanarono, Mirko si appoggiò al muro senza accorgersene.
Valerio gli fu subito accanto.
— Mirko. Ehi. Che succede?
Mirko inspirò a fondo.
— È lui.
— Chi?
— L'uomo che mi ha operato.
Pausa.
— Cancro al cervello. Avevo sette anni.
Valerio lo guardò, sconvolto.
— Non lo sapevo che ti aveva operato un dio della chirurgia.
— Perché non volevo che passasse che faccio medicina solo per lui.
Zoe li osservava in silenzio. Poi disse solo:
— Benvenuto all'OPSGC, Morello.
Mirko fissò di nuovo il corridoio, le sale operatorie, il mare invisibile oltre i muri.
Zoe batté le mani una volta, secca.
— Ok, basta guardare i corridoi come se potessero rispondervi. Giro visite. Adesso.
Li condusse nel reparto di Pediatria e Chirurgia. Le stanze erano luminose, disegni alle pareti, adesivi sui monitor. Ma dietro ogni colore c'era una storia.
— Qui non entrate per "fare esperienza" — disse Zoe camminando davanti a loro. — Entrate perché questi bambini hanno bisogno di voi. Anche solo per spiegare cosa sta succedendo.
Si fermò davanti alla prima stanza.
Un bambino di cinque anni con il braccio ingessato stava colorando.
— Come va oggi? — chiese Zoe.
— Posso tornare a casa? — rispose lui.
Zoe sorrise.
— Presto.
Mirko osservava tutto: il tono, la distanza, il modo in cui Zoe si abbassava all'altezza del bambino. Non era solo una specializzanda capo. Era una guida.
Passarono da una stanza all'altra. Un'adolescente in oncologia che non voleva parlare. Una neonata in incubatrice. Un ragazzino che chiedeva se avrebbe potuto tornare a giocare a calcio.
Ogni porta chiusa lasciava qualcosa addosso.
Quando arrivarono al corridoio della Maternità ad alto rischio, Zoe si fermò di colpo.
— Ok. Qui ci separiamo.
Carmine sbatté le palpebre.
— Separiamo?
— Sì. Perché adesso vediamo chi sa camminare con le proprie gambe.
Zoe guardò Mirko.
— Morello. Grande.
Mirko alzò lo sguardo di scatto.
— Sì?
— Vai dal Dottor Tommaso Casagrande. Ostetricia.
Gli porse un foglio.
— Trentaquattro settimane. Gravidanza ad alto rischio. Tre gemelli omozigoti. Cesareo imminente.
Il cuore di Mirko fece un salto.
— Io?
— Sì, tu. Osservi, prendi appunti e non fai l'eroe.
Poi aggiunse, più piano:
— È una nascita delicata. E se qualcosa va storto, pediatria e cardiochirurgia devono essere pronti.
Mirko annuì, cercando di sembrare più sicuro di quanto si sentisse.
— E ricordati una cosa — concluse Zoe. — Qui non nascono solo bambini. Nascono anche medici. Vai.
Il reparto di ostetricia aveva un odore diverso. Più caldo. Più carico di attesa.
Il Dottor Tommaso Casagrande stava già pronto, guanti indossati, sguardo concentrato.
— Sei lo specializzando della Bartoli? — chiese senza voltarsi.
— Sì, dottore. Mirko Morello.
Casagrande annuì.
— Bene. Tre gemelli identici non sono uno spettacolo. Sono una responsabilità.
Si voltò verso di lui.
— Tutto pronto?
Dall'altra parte del vetro, una donna respirava a fondo, stringendo la mano del compagno.
— Sala operatoria pronta — disse un'infermiera.
Casagrande inspirò.
— Andiamo.
Mirko infilò la cuffia e la mascherina, sentendo il battito accelerare.
La sala operatoria era già pronta.
Luci bianche, fredde.
Il suono metallico degli strumenti.
Il monitor che scandiva il tempo con un battito regolare.
Mirko prese posizione contro la parete, come gli era stato detto. Osservare. Respirare. Non intervenire.
La donna sul tavolo tremava.
— Andrà tutto bene — disse Casagrande con voce ferma. — Ci siamo.
Il primo taglio.
Silenzio assoluto.
— Pressione in calo — disse l'anestesista.
— Muoviamoci — rispose Casagrande.
Il primo gemello nacque rapidamente. Un pianto debole, ma presente.
— Uno è fuori — annunciò l'ostetrica.
Il secondo arrivò pochi secondi dopo. Più silenzioso.
Mirko sentì il nodo allo stomaco stringersi.
— Saturazione bassa — disse qualcuno.
Poi il monitor cambiò suono.
— Emorragia.
Il sangue era troppo. Troppo in fretta.
— Utero atono — disse Casagrande, teso. — Non risponde.
Il terzo gemello era ancora dentro.
— Pressione che scende! — gridò l'anestesista.
Mirko sentì qualcosa scattare dentro di sé.
Non pensò.
Ricordò.
— Dottore — disse, la voce più ferma di quanto si aspettasse — se non si riduce l'emorragia li perdiamo tutti. La madre e i bambini.
La sala si fermò per mezzo secondo.
Casagrande lo guardò.
— Proposta, specializzando.
Mirko deglutì.
— Compressione manuale immediata e ossitocina ad alte dosi. Ci dà tempo. Non risolve... ma rallenta.
Silenzio.
Poi Casagrande annuì.
— Fatelo.
Il tempo riprese a correre.
Le mani si muovevano veloci.
Il sangue diminuì, non abbastanza, ma abbastanza per respirare.
— Terzo fuori! — gridò l'ostetrica.
Il pianto arrivò tardi. Ma arrivò.
Mirko sentì le gambe cedere quando tutto si stabilizzò quel tanto che bastava.
Non era una vittoria.
Era una tregua.
Casagrande si tolse i guanti e si voltò verso di lui.
— Non hai salvato la situazione.
Pausa.
— Ma se non avessi parlato, avremmo contato i morti.
Mirko annuì, incapace di rispondere.
Uscì dalla sala operatoria con il camice macchiato di rosso.
Nel corridoio, si appoggiò al muro. Il respiro corto. Le mani che tremavano.
E fu allora che lo vide.
Un bambino seduto su una sedia a rotelle.
Testa rasata.
Cappellino troppo grande.
Gli stessi occhi che vedeva ogni mattina allo specchio quando aveva sette anni.
Il bambino lo guardò.
— Sei un dottore?
Mirko annuì lentamente.
— Sì.
— Anch'io voglio guarire — disse il bambino, con una semplicità devastante.
Mirko sentì qualcosa spezzarsi e ricomporsi nello stesso istante.
— Guarirai — rispose.
E per la prima volta non lo disse per dovere.
Lo disse perché ci credeva.
Il mare di Genova si intravedeva di nuovo, lontano.
E Mirko capì che quel posto non gli aveva solo salvato la vita.
Gli stava chiedendo di restituirla.

KIDS MEDGeschichten, die süchtig machen. Entdecke jetzt