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"Affascinante."

Le luci soffuse, la musica sensuale seppur ritmica ed il lento movimento di un corpo più nudo che vestito. C'erano pochi rumori a circondare quell'ambiente ristagnante dei peccaminosi sudori di altri uomini, eppure in quel momento erano solo in tre ad essere lì. Un luogo chiuso, protetto dalle leggi di quella che veniva comunemente chiamata giustizia, sguardi che potevano vagare liberamente sulle pelli di coloro che non erano altro se non strumenti, oggetti, fonti di soldi. Danze sinuose come il fumo di una sigaretta che s'innalza per poi svanire, e proprio come quel fumo anche quel viso, quel corpo, presto sarebbero scompare dalla mente di coloro che guardavano, lasciando impresso solo un lontano ricordo di un'altra notte alla volta dei lascivi piaceri carnali.

Erano poche le regole all'interno di quel luogo, ferree perché non vi era perdono per coloro che le infrangevano. C'era tanto da guardare, ma nulla da toccare, nulla doveva essere rimosso o tutto si sarebbe rovinato, come un magnifico puzzle al quale manca un tassello. Ne bastava uno, una sola cosa fuori posto per rovinare il lavoro di una vita. Lo sapevano tutti, del resto, che giocare su un suolo instabile comportava dei rischi, si poteva cadere in un attimo e finire inghiottiti nelle profondità del terreno.

Quel corpo danzante era magnifico, indubbiamente, era la fonte principale dei guadagni negli ultimi mesi, era l'attrazione che più veniva acclamata dal pubblico, ma era ormai giunto il tempo di rinnovare, di estirpare le erbacce e disfarsi della frutta marcia prima che l'eden in cui nuotavano i capi venisse divorato dalla corruzione della legge dei tanto proclamati giusti.

Uno schiocco di dita, la musica cessò, rimase solamente il ticchettio di un paio di tacchi troppo alti per poter essere usati nella vita di tutti i giorni. Passi che si fermarono pochi secondi dopo l'interruzione del brano ed un lieve ansimare.

-Porta il borsone, abbiamo da lavorare.-

Una voce carismatica, fredda, priva di compassione. Un ordine rivolto alla persona alle proprie spalle ed un fruscio che accompagnò il rumore di scarpe eleganti che si allontanavano. Il corpo formoso e provocante tremava, le luci viola si rifletterono con piccoli bagliori simili a diamanti sulle lacrime, scivolarono lungo le guance e s'infransero sul lucido pavimento del palco. I singhiozzi che si poterono udire erano lievi, ma comunque fastidiosi.

Era tutto inutile, e quando il borsone giunse il lavoro poté iniziare, e persino le urla agonizzanti di quella notte si sarebbero disperse nell'aria, effimeri bagliori di un'esistenza che avrebbe cessato di avere importanza.



Era accecante il flash, avrebbe dato fastidio a chiunque averlo così vicino al viso, ma quella ragazza tenne gli occhi chiusi in un'espressione rilassata. Senza reagire lasciava che la fotografassero, lasciava che sfiorassero le sue mani ed il suo corpo, standosene dov'era. Non aveva modo di fare alcunché, nemmeno volendo, e forse era proprio per quel motivo che le persone che la circondavano si stavano prendendo tante libertà.

-Sin Jaeha. Femmina. Scomparsa sette mesi fa senza traccia dopo una serata con le amiche.-

Una voce calda, composta e seria leggeva le informazioni raccolte seppur non fosse difficile ricollegare il viso al database delle persone scomparse. Era solo una ragazzina, diciotto anni appena compiuti in chissà quale inferno fosse finita prima di essere spedita lì.

Ogni volta era la stessa storia, ogni diciassette del mese giungeva una telefonata anonima, ogni volta tramite un numero diverso ricollegabile a persone che il più delle volte nemmeno erano coreane. Una voce melliflua, un indirizzo ed una chiave per accedere ad un appartamento, uno di quelli di periferia dove si fanno poche domande, uno di quei luoghi squallidi dove nessuno si interessava di chi entrava e chi usciva. Era sempre nella camera da letto che trovavano adagiato il corpo di qualche ragazza, ogni volta con gli stessi segni, le stesse ferite, le stesse dinamiche. Ragazze sparite da sette mesi, comprese fra i diciassette ed i ventisei anni, capelli lunghi sotto le spalle e probabilmente fatti decolorare dal rapitore affinché assumessero una colorazione nocciola. Un modus operandi estremamente fisso, degno di un sociopatico, ma allora perché nessuno era ancora riuscito a fare niente?

TasteWhere stories live. Discover now