"Sai sognare?"

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Nella fredda Londra,in una tormentata giornata invernale ,la pioggia si abbatte spensierata sulla città.
Le goccioline cadono dal cielo,cosparso di nuvole pesanti di colore grigio e scivolano susseguendosi sui vetri trasparenti delle auto e delle finistre.
Le persone girano per le strade della quasi deserta città,con ombrelli che possano riparale dalla pioggia momentaneamente,ma che nulla potranno dinnanzi alla tempestosa perturbazione che i meteorologi avevano previsto arrivasse a Londra per quella giornata.
Una delle più devastanti e distruttrici degli ultimi 10 anni,almeno così veniva definita da molti giornalisti,i quali raccomandavano  ai telespettatori di non uscire dalle proprie abitazioni per nessun motivo e di fare provviste da almeno una settimana.
Sono le 16:10 e la tempesta si riverserà furiosa sulla città tra circa un'ora e venti minuti,per le 17:30.
E da allora,per altri 3 giorni è stato sconsigliato di lasciare le proprie case se non in casi di estrema urgenza.
Ma nulla è questo,in confronto alla tempesta che si sta per abbattere in Baker Street.
Certamente non è una tempesta fisica,con vento gelido che iberna il viso e con piogge che bagnano i vestiti e scivolano sulla pelle.
Se è possibile una forma peggiore,una forma di tempesta che potrà devastare ben più di qualche casa e albero,che non può più essere fermata,è una tempesta che va affrontata ,un punto fisso nello spazio tempo.
Una tempesta che rivoluziona,che potrebbe portare ad una piacevole primavera a Baker street o un perenne Inverno gelido.
Precisamente tra le sicure ,ancora per poco,mura dell'appartamento 221 b si svolge la nostra storia.
Lì,John Hamish Watson abitava solo.
Adesso non condivideva più lo spazio vitale con Sherlock Holmes,ma avrebbe desiderato vederlo a casa.
Nuovamente seduto in posizioni improponibili,immerso nei suoi pensieri e con lo sguardo fisso nel vuoto mantenendo un silenzio sovrumano.
John aveva sempre odiato il suo essere taciturno,non glielo aveva mai detto,ma i suoi silenzi erano strazianti e odiosi,
sopratutto quando l'alternativa a quella uggiosa quiete era vederlo esaltarsi,gesticolare,parlare,saltare da una parte all'altra e esprimere le sue idee ,con quella voce che alle orecchie del dottore era meglio di qualunque opera che Vivaldi ,Mozart,Verdi,Bach, Beethoven e Puccini avrebbero mai potuto comporre.
Insomma,John avrebbe voluto vederlo vivere.
E adesso che il detective non c'era più , il silenzio stava inghiottendo John,lo stava fagocitando nel buio e nella tristezza.
Le sue giornate erano fredde,buie e vuote.
Il tempo trascorso in clinica sembrava non passare mai,differentemente da quando egli guardava costantemente l'orologio con frenesia,aspettando solo il ritorno a casa e consapevole che lì avrebbe trovato Sherlock pronto a coinvolgerlo in un caso e a estinguere la sua noia.
Adesso continuava a fissare l'orologio,ticchettare incessantemente,con le stesse sensazioni e la stessa voglia irrefrenabile di tornare a casa,ma molto spesso dimenticava che Sherlock lo aveva abbandonato,che non c' era più, e quindi quell'impazienza era insensata e ingiustificata.
Gli mancavano tutti quei particolari di Sherlock,le osservazioni al microscopio sul tavolo della cucina,i suoi ricci castani ribelli,i suoi occhi del colore del mare in tempesta e tutte quelle piccole azioni volontarie e involontarie che caratterizzavano la sua eccentrica personalità,il suo essere fuori dagli schemi e tutt'altro che normale.
Gli mancava anche il suo respiro,che spesso si confondeva con quello dell'ex soldato in quell'appartamento.
I loro battiti erano sincronizzati e duettavano insieme, finché quello di Sherlock ha cessato di  esistere, lasciando a quello di John il compito di solista perenne.
Nonostante fossero passati due anni dalla sua scomparsa il medico non ci aveva ancora fatto l'abitudine,continuava ad apparecchiare per due,convinto che il suo migliore amico avrebbe fatto ritorno.
Passava molto tempo a camminare per le strade di Londra,ma tutte lo portavano al St.Barts hospital ,dove Sherlock lo aveva abbandonato con un "Addio John" e si era tolto la vita.
Quando passava di lì e percepiva anche il minimo rumore si voltava  pensando,o meglio sperando , che Sherlock sarebbe spuntato dietro di lui e avrebbe fatto ritorno con una delle sue solite battute che irritavano il medico militare.
Ma questa era solo una vana speranza ,una speranza che si stava affievolendo in maniera drastica e decisiva.
John si avvicinò alla cucina,afferrò il bollitore ,lo riempì d'acqua e attaccò la spina nella presa.
Poi prese due bustine di tea tradizionale,le posizionò con delicatezza in due tazzine di ceramica bianca,prese una zuccheriera leggermente scheggiata sul fondo e aspettò che l'acqua raggiungesse l'ebollizione.
Solo dopo aver versato l'acqua bollente e le solite 2 zollette di zucchero anche nella seconda tazzina si accorse dell'inutilità di essa e si maledisse mentalmente.
Quell'innocente gesto gli aveva ricordato Sherlock,di nuovo.
Avvertì un malore e si lasciò scivolare sulla poltrona più vicina per poi scoppiare in un  pianto disperato,isterico e amaro, i singhiozzi si susseguivano senza sosta, mozzando il fiato al dottore e rendendogli impossibile anche solo respirare.
Aveva bisogno di Sherlock,stava vivendo nuovamente un attacco di panico causato dalla mancanza della persona che gli aveva migliorato l'esistenza,non avrebbe continuato a vivere ancora a lungo senza di lui.
I singhiozzi erano sempre più frequenti e il fiato si stava facendo tremendamente corto,le lacrime sgorgavano incessanti e amare dagli occhi lucidi e rossi del dottore,rigando e bagnandogli le guance rosee.
John Watson,un medico militare,sembrava adesso un bambino indifeso.
Dentro di sé una frase aveva acquisito il monopolio dei suoi pensieri,continuava a ripetersela per cercare di calmarsi,cercava di aggrapparsi a quella frase,ad essa aveva aggrappato tutta la sua vita:

||JOHNLOCK IN PILLS||Where stories live. Discover now