shotgun

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TW
angst ; major character death
mentions of blood ; mentions of guns
mentions of violence ; mentions of death

-

on a spring day
together we fought
together we died
🥀


la cenere e la neve si mischiavano, diventando una cosa sola, mentre, lentamente, ricadevano gradualmente sui capelli pece e sul volto imperlato di sudore di jungkook, appostato dietro a una macchina, il fucile ben stretto tra le mani, deciso ad usarlo. quella sarebbe stata la volta buona, gli avevano mandato le coordinate in tempo reale, così la squadra era subito partita per la periferia, armati di tutto punto, intenzionati a catturare una volta per tutte la banda che ostacolava la pace della grande città da ormai mesi.
clic.
nel silenzio della notte, illuminata solamente dalla luna e i lampioni, oltre che le varie luci a led dell'edificio abbandonato, risuonò, tanto flebilmente quanto chiaramente, il suono di un'arma che veniva caricata. jungkook rizzò le orecchie, facendo segno agli altri di seguirlo, appiattendosi contro il veicolo, cominciando a camminare verso la fonte del rumore, il parcheggio davanti all'edificio, completamente vuoto, se non per un'unica figura, tranquillamente ciondolante in mezzo al nulla, una pistola nella mano destra e una bandana rossa tra i capelli biondo scuro.
i loro sguardi si incontrarono, e jungkook sentì il terreno mancargli da sotto i piedi. quello sguardo era stato la causa della sua distruzione, così profondo ed espressivo, sembrava continuamente scrutarlo nell'anima.
lo vide ghignare, perfettamente conscio delle posizioni dei suoi alleati e di quelli di jungkook.
il moro si girò, scontrandosi con una chioma rosa, quella del suo primo ufficiale, nonché il suo migliore amico.
«cristo, jimin!» sibilò «presto, vai dall'altra parte, qua ci pensiamo noi, portati dietro seokjin, se vedete che qua la situazione si complica tornate, se no rimanete la, okay?» lo vide annuire, prima di scivolare silenziosamente nella notte, al fianco del più grande, che lanciò un'ultima occhiata a jungkook, prima di sparire nell'oscurità.
una volta accertatosi che avessero ubbidito al suo ordine, il moro, tornò a prestare attenzione alla figura, che nel frattempo si stava guardando le unghie, aspettando un qualche suo segno, che non arrivò, costringendolo a parlare.
«aish jungkookie, anni di convivenza e non mi saluti nemmeno?» schioccò la lingua sul palato, in segno di disapprovazione. «non ti hanno insegnato le buone maniere? o il gatto ti ha mangiato la lingua? eppure quando eri con me di voce ne avevi eccome~» si lasciò scappare una breve risata, priva di ilarità, per poi tornare ad osservarlo, senza vederlo. «vorrà dire che dovrò insegnarti di nuovo tutto io.»
e da lì fu putiferio.
dall'ombra sbucarono i suoi compagni, le bandane in testa e le pistole nelle mani, cominciarono a sparare, venendo ricambiati da quelli del moro, saltati fuori da dietro le macchine, i giubbotti antiproiettile neri sporchi di neve e cenere, i mitra azionati ben stretti tra le mani.
ma taehyung voleva lui, e non avrebbe sprecato i suoi proiettili per nessun altro.
se ne stava lì, in un angolo, poggiato ad una macchina, che aspettava l'arrivo di jungkook, che non ritardò ad accontentarlo, sbucando fuori dalla macchina, gli occhi scuri puntati su quelli del più grande, che ricambiava il suo sguardo divertito ed eccitato, come un giovane sherlock holmes a cui viene presentato un caso stimolante dopo mesi di astinenza.
jungkook imbracciò il mitra, pronto a sparare, ma si bloccò, rendendosi conto dell'improvviso silenzio.
tornò improvvisamente alla realtà, lasciando cadere l'arma, cominciando a girare su se stesso, rendendosi conto di essere rimasto solo, i suoi compagni, venti, venticinque uomini coraggiosi come lui, giacevano a terra, il sangue che tingeva di cremisi la neve bianca.
in quel momento pensò che, se l'espressione "il cielo gli cadde addosso" esistesse veramente, allora gli starebbe veramente cadendo il cielo addosso.
crollò in ginocchio, sentendo le lacrime calde rigargli le guance, seguite da singhiozzi, che gradualmente si trasformarono in un ringhio sommesso, poi in un urlo.
urlò fino a farsi venire male alla gola, fino a perdere la voce, squarciando il silenzio notturno.
una volta recuperato un minimo di lucidità, alzò lo sguardo, iniettato d'odio, sul biondo, che lo guardava, provando quasi compassione per quel bambino che aveva appena perso tutta la sua squadra.
gli si avvicinò, poggiandogli gentilmente la canna della pistola sotto al mento, seguita da una mano sulla spalla.
gli sollevò il volto con l'arma, facendo sfiorare i loro nasi, deglutendo, cosciente del fatto che ciò che stava per fare avrebbe solo complicato la situazione, ma incapace di trattenersi.
poggiò dolcemente le labbra sulle sue, in un bacio che presto sfociò nella disperazione e nella rabbia, lasciando il più piccolo in uno stato confusionale totale, senza togliergli però la capacità di ricambiare il contatto, smettendo per un attimo di pensare alla situazione, ritornando a quando erano due liceali completamente normali, a quando erano dalla stessa parte e il loro problema più grande era che film andare a vedere il sabato al cinema.
chiuse gli occhi, deglutendo, sentendo le lacrime macchiargli le guance di quel liquido trasparente e caldo, pensando che, se quella era la sua fine, allora sarebbe potuta andare peggio.
clic.
l'aura magica di quel momento venne squarciata da un sibilo, seguito da un sussulto, poi dal sangue.
le braccia di jungkook tremarono, stringendosi di slancio attorno al busto del più grande, nel tentativo di sorreggerlo, il volto attraversato dal panico di chi non aveva ancora mai affrontato quella situazione, non in prima persona.
cominciò a chiamare aiuto senza nemmeno accorgersene, tenendo tra le braccia il corpo del biondo, che nel frattempo lo guardava, attraverso le ciglia, il volto contratto in una smorfia di dolore.
allungò una mano sulla sua guancia, asciugandogli una lacrima, facendola poi scendere alle sue labbra, liberandole dalla presa dei denti.
«aish, quante volte ti ho detto di non morderti le labbra? così te le rovini e basta.»
la sua voce risvegliò un po' di lucidità in jungkook, che spostò lo sguardo offuscato dalle lacrime su di lui, che rispose allo sguardo, la smorfia che veniva lentamente sostituita da un leggero sorriso.
«bravo»
il moro fece per parlare, non riuscendo però a far uscire nessun suono, mentre sentiva in lontananza le sirene della polizia, incapace però di pensare ad altro, se non il corpo che andava mano a mano raffreddandosi tra le sue braccia macchiate di rosso.
«h-hyung?» disse, con voce tremolante, ricevendo come risposta un segno positivo dal volto di lui, che, ormai a fatica, annuiva.
«si jungkookie, sono io mh, me lo fai un sorriso? me...me lo merito no? se proprio devo morire, voglio portarmi nell'aldilà il tuo bellissimo sorriso.»
ma jungkook non ci riusciva, per quanto si sforzasse non riusciva a sorridere, lo sentì prendergli la mano e lo vide posarsela sul petto.
lo vide alzare lo sguardo sul cielo notturno, prima di sentirlo parlare di nuovo, la voce ridotta ad un flebile sussurro.
«non è bellissima?»
il minore alzò lo sguardo, incontrando quello impassibile della luna, che li osservava silenziosamente dalla volta celeste.
annuì, ammaliato.
«si...si, lo è, è bellissima»
poggiò inconsciamente la testa sul petto del maggiore, sempre più freddo, sentendo il mento tremare e lacrime silenziose bagnare il tessuto ormai completamente cremisi su cui poggiava la testa.
senti le palpitazioni del petto del maggiore rallentare sempre di più, fino a ridursi ad un movimento impercettibile.
poi ogni rumore cessò, nel momento in cui il biondo dischiuse le labbra violacee, facendosi uscire un ultima parola, di cui gli aveva spiegato il pieno significato anni prima, e che era rimasta sospesa tra loro due per anni.
«saranghae.»
e morì.
silenziosamente, mentre attorno a loro la battaglia infuriava, e jungkook piangeva silenziosamente, senza sapere che, in lontananza, c'erano altre persone che stavano facendo la stessa cosa, tra cui namjoon, che era stato per anni come un padre per taehyung, e non riusciva a capacitarsi di averlo perso così, affiancato da hoseok e yoongi, i quali, rispettivamente, singhiozzavano e osservavano la scena marmorei, le guance bagnate.
e così, in quella fredda notte di febbraio, la luna fu resa silenziosa partecipe di un massacro, la cui perdita peggiore fu senza alcun dubbio l'amore di due ragazzi, vittima del destino, sconosciuto quanto crudele.




—una settimana dopo.

si guardò allo specchio, sistemando lo smoking, abbottonando gli ultimi bottoni della camicia e infilandosi la giacca, sistemando la cravatta.
sospirò, passandosi un dito sulle occhiaie, lasciate da quella settimana lunga quanto pesante.
sospirò facendosi mentalmente un discorso d'incoraggiamento.
«jungkook, ce la puoi fare.
ce la devi fare.»
poi uscì, trovandosi davanti al cancello la macchina scura di seokjin, che lo salutò leggermente, seguito da un ampio sorriso di jimin, la chioma rosa pettinata col gel.
«andiamo hyung, parti o faremo tardi!»
jin mise in moto, senza aspettare nemmeno che il maknae si allacciasse la cintura, diretto al cimitero.
ebbe l'idea intelligente di mettere su un po' di musica, distraendo il più piccolo da tutti i pensieri che lo assillavano, rendendo quel tragitto ingiustamente spensierato.
parcheggiò in silenzio davanti al cancella scuro, togliendo le chiavi dalla macchina e scendendo, seguito dal rosa e per ultimo dal più piccolo, che, titubante e un po' riluttante, abbandonò il tepore dell'auto per immergersi nell'aria fredda di marzo, infilando le mani nelle tasche e chiudendo la portiera, raggiungendo con poche falcate l'entrata del cimitero, osservando i due colleghi che, avendolo preceduto, erano già a metà strada che confabulavano tra loro.
si perse a guardare tutte le lapidi percorse dall'edera, che saliva fino si tronchi degli alberi, senza accorgersi di essere arrivato a destinazione.
a risvegliarlo dai suoi pensieri ci pensò l'improvvisa apparizione di altre tre figure, eleganti quanto loro, che gli si avvicinavano, la bandana sostituita da una pettinatura elegante tenuta col gel.
«buongiorno.»
il più alto dei tre, quello che jungkook ricordava chiamarsi namjoon, gli concesse una breve occhiata, piena di significato, prima di affiancare seokjin e jimin, seguito dal ragazzo coi capelli color menta, yoongi, e quello dalla chioma rosso fuoco, hoseok.
rimasero li, in silenzio, aspettando l'arrivo del settimo componente, che jungkook si ritrovò a trasportare in testa alla fila, deglutendo, cercando di rimanere impassibile fino all'arrivo alla buca, dove poggiarono il contenitore color mogano a terra, prima che venisse sotterrato.
a quel punto, stretti nei loro completi, i sei ragazzi, troppo giovani per dover passare tutto quello, si sciolsero in singhiozzi e pianti, lasciando jungkook da solo, in balia dei suoi pensieri.




— 25 dicembre 2028

la neve cadeva dolcemente sui tetti della città, decorata da luci colorate e ravvivata da canti natalizi, che accompagnarono jungkook, stretto nel suo cappotto nero, fino al luogo dove si ritrovava puntualmente ogni natale.
si inginocchiò accanto alla lastra marmorea, ripulendola dalla neve e poggiandoci un mazzo di rose nere, le più rare che si potessero trovare.
deglutì, stringendosi nella lana.
«h-hey hyung, è da tanto che non ci si vede mh? mi manchi sai, aish, ovvio che lo sai, te lo ripeto da ormai otto anni, ma sai, non è facile smettere di farsi mancare qualcuno, anzi, e io...io proprio non riesco a smettere di sentire la tua mancanza. come stai? ti trovi bene lì dove sei adesso? hai una famiglia? hai trovato qualcuno con cui condividere il tuo destino? spero di sì, perché, sai, io ci ho provato, ho una famiglia adesso, certo, non è come eri tu, però bisogna accontentarsi no?» sospirò, sentendosi stupido. «aish, ti ricordi quella promessa che ci eravamo fatti? avremmo camminato insieme fino alla fine, beh, eccomi, sono qui, anche se non puoi rispondermi, io sono qui che cammino accanto a te....buon...buon natale hyung, saranghae.» deglutì, alzandosi, spolverandosi via la neve dalle ginocchia, avviandosi al cancello, ignaro di una figura che lo osservava da dietro un albero, le labbra traslucide piegate in un sorriso intenerito e malinconico, gli occhi pieni di lacrime immaginarie di chi non aveva smesso di sognare, di chi non aveva mai smesso di amare.






𝐅𝐢𝐧𝐞.

shotgunWhere stories live. Discover now