Firenze, 1510.
La fresca aria primaverile gli sferzava il volto, lasciando che i suoi capelli corvini danzassero, liberi.
Permise ai suoi occhi di catturare ogni piccolo dettaglio di Via de' Cerretani, ogni volta che vi passava riusciva a scoprire qualche nuova, delicata ma interessante sfumatura in tutto ciò che lo circondava.
I suoi occhi s'incantarono dinanzi alla maestosa stupefacenza della cupola di Santa Maria del Fiore: quel giorno il sole splendeva in una maniera che poteva sembrare del tutto nuova e la sua luce veniva rifratta dai rossi mattoni dell'immensa calotta in uno mozzafiato tripudio di lucentezza.
Firenze era una città così intensa e lo aveva sempre colpito fin dentro al cuore. Ogni cosa, persino la più superflua, sembrava avere una propria identità.
Il rilassante scalpitio degli zoccoli dei cavalli cessò e l'uomo aspettò che la porta laccata gli venisse aperta dal cocchiere. Scese dalla carrozza e sconvolgenti ma interne furono le emozioni che lo assalirono, circondato dal Battiserio di San Giovanni con la sua verde e bianca marmorea poesia geometrica, dal Campanile di Giotto con la sua intramontabilità e dalla ricchezza della facciata di Santa Maria del Fiore.
Il suo volto però rimase impassibile: fin da piccolo suo padre gli aveva insegnato a non far trasparire emozion alcuna dal suo viso. Dentro ardeva, bollente ed inestinguibile.
Oltrepassato il portone principale e recatosi all'interno, la fiamma non fece altro che divampare dinanzi a quella maestosità. Percorse tutta l'ampia navata centrale, ammirando segretamente come le volte ogivali poggiassero sui pilastri a fascio e pregustando la magnificenza che lo aspettava al di sotto della cupola stessa. Vi arrivò ed i suoi occhi, scattanti ma veloci, studiarono il Giudizio Universale affrescato sulla calotta interna, come se fosse la prima.
Un'evidenza si pose dinanzi alla sua coscienza: amava l'arte.
La fama della Cupola del Brunelleschi, totalmente giustificabile, non aveva mai smesso di attirare l'attenzione degli uomini ma soprattutto quella degli artisti i quali prendevano note incomprensibili su fogli dopo esser stati anch'essi inevitabilmente rapiti dalla bellezza di ogni singola membratura architettonica e di ciascun affresco rinascimentale.
"Ciò la lascia del tutto indifferente, Signore?" Una voce attirò la sua attenzione ma non si girò verso il suo interlocutore, rimanendo a braccia conserte e con lo sguardo rivolto verso l'alto. L'uomo rispose: "Non è detto che un qualsiasi uomo sia capace di esterniare la propria ammirazione, così come non è detto che debba provarla."
Il silenzio discese improvviso tra i due e per un attimo l'uomo pensò di esser stato lasciato in pace, avendo bruscamente messo a tacere il misterioso interlocutore, probabilmente del tutto scoraggiato.
"Mi permetta di invitarla nel circolo d'arte di cui faccio parte, allo scopo di far cambiare il suo atteggiamento." Nell'uomo, una pesante consapevolezza di fece strada: quella di aver parlando irrispettosamente ad un artista. Quest'ultimo continuò: "È quello più vicino a questa Chiesa. Dubito che un fiorentino non ne abbia mai sentito parlare."
Impercettibilemente, l'uomo sgranò gli occhi mentre le sue pupille si rimpicciolivano.
"Leonardo di ser Piero da Vinci. " L'uomo non ebbe più nulla da dire, da pensare. Passarono lunghi secondi di silenzio fino a quando egli abbassò il capo e guardò in viso l'artista, memorizzandone le fattezze, mantenedo sempre un atteggiamento di totale distacco.
"Levi Ackerman." Fu tutto ciò che potè pronunciare mentre gli strinse la mano che l'altro gli poneva. Gli artisti erano esseri rari nella propria unicità.
Non poteva esser conscio del fatto che questo incontro avrebbe inesorabilmente sconvolto le sue certezze.
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Disteso sul suo giaciglio, molti pensieri lo assalirono nella notte di quello stesso giorno e in quelle a venire, prima di coricarsi. Con lo sguardo rivolto verso il soffitto chiaro, lasciò che le parole del celebre artista venissero riprodotte incessantemente nella sua testa.
No, ovviamente l'arte non lo lasciava indifferente. Quello che usava era uno scudo, suo padre lo aveva fermamente disciplinato alla diffidenza, il fatto che poi avesse tenuto tale atteggiamento fino ai suoi 26 anni era una sua personale e consapevole decisione.
Avrebbe ereditato l'attività di suo padre e sarebbe divenuto banchiere. Così era deciso, questa era la strada più razionale e pragmatica.
L'arte sarebbe stata posta in secondo piano. Sì, così doveva esser. Per il buon nome della famiglia.
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Amore Rinascimentale.
FanfictionFirenze, 1510. Levi Ackerman è cittadino fiorentino, innamorato della propria città e di tutta l'arte in essa racchiusa. Contempla ogni chiesa, dipinto o scultura dinanzi ai suoi occhi. Non sa però che quella stessa materia, da lui tanto elogiata...
