Hi there, Juliet

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Osservai il mio riflesso nello specchio con insicurezza. I miei lisci capelli biondi erano legati accuratamente in una coda di cavallo alta, con qualche ciuffetto ribelle che ricadeva sul viso. I miei occhi dalle iridi azzurre paragonabili al ciel sereno, erano più scuri, turbati. Un po' come il tempo a Riverdale, in quella giornata uggiosa. Le labbra, invece, erano rosse come il sangue, tanto le avevo premute l'una contro l'altra, per scacciare indietro le lacrime.
Mia sorella, Polly, era stata costretta a passare il resto della sua gravidanza chiusa in una comunità per 'adolescenti con problemi'. Per lo più, dai nostri genitori. L'avevano tradita e sbattuta in quelle quattro mura grigie, che non erano la sua stanza. Perchè ? Perchè un piccolo essere si stava procreando all'interno della sua piccola pancia, la quale, piano piano, cresceva sempre di più, lasciando spazio ad una nuova vita. E non era questo che non andava bene ai miei genitori, anzi, magari, se il bambino non fosse stato di Jason Blossom, ne sarebbero anche stati felici. Sarebbero diventati nonni. Ma per nostra sfortuna, era proprio suo; deI ragazzo morto -pensato- annegato, scoperto da poco in realtà sparato e violentato. Non avevo avuto il coraggio di vedere il corpo, quando lo avevano trovato. Oltre a trovarlo un gesto irrispettoso, ero davvero tormentata dall'idea che i suoi occhi potessero improvvisamente spalancarsi. Ma Kevin ed Archie lo avevano visto. Me lo avevano narrato con voce tremante, nel modo in cui racconti una storia dell'orrore la notte di Halloween, con il solo scopo di spaventare. Ma quella non era una storia dell'orrore, e quella non era la notte di Halloween. Era il 12 Luglio, ed era la realtà.
Jason Blossom riportava enormi lividi violacei sulla pelle candida, dove prima, quando il cuore ancora pulsava, ed il sangue scorreva, non c'era nessuna imperfezione. Sangue ovunque, ed un grosso buco sulla fronte, avevano mirato e centrato il cervello. Poi lo avevano tenuto al freddo per 7 giorni, come per conservarne il corpo. Avevano proprio voluto assassinarlo.. Che grande male potrà mai aver fatto ? Quel ragazzo che aveva messo incinta mia sorella ? In quale enorme casino si era cacciato ?.
Polly, neanche sapeva cosa fosse capitato a colui con il quale sarebbe dovuta scappare la notte del 4 Luglio, prima che mamma e papà la facessero chiudere in uno stanzino della casa per tutta la notte, per trasferirla poi al centro. Glielo avevo dovuto dire io. "Jason è morto, Polly", le avevo annunciato con le lacrime agli occhi. Avevo sentito il suo cuore lacerarsi, mentre gli occhi così simili ai miei si spalancavano e si colmavano di lacrime di rabbia, confusione e tristezza. Lei lo amava, lo amava davvero. Mi aveva confidato che lo stava aspettando lì, per scappare da Riverdale. Pensava che sarebbe tornato, per lei. Non sapeva che lui non sarebbe mai più potuto tornare. Il suo corpo aveva ceduto, ed il suo cuore non batteva più.
Questo mi portò a pensare a quello che invece provocava un immenso vuoto a me, nel petto. A quella cosa che mi faceva salire quel fastidioso brivido lungo tutta la spina dorsale, che faceva scivolare strette linee d'acqua fuori dai miei grandi occhi.
I miei genitori non avevano tradito soltanto Polly, avevano tradito anche me. Mi avevano fatto pensare che Polly fosse riuscita a scappare, che fosse nascosta al caldo, al sicuro, da qualche parte. Ma la Polly che conoscevo io non faceva questo, non scappava, non si nascondeva. Lei affrontava i problemi.
Sarebbe scappata, sì. Ma non dai suoi problemi, da quelli di Jason Blossom. Lei avrebbe dato la vita per lui.
Mentre io vivevo la mia vita come una normale adolescente, lei era chiusa dentro ad una specie di manicomio, con un bimbo in grembo che non vedeva l'ora di uscire, di esplorare le meraviglie che il mondo ci riserva, senza mai badare alle cose negative, fino a quando non avrebbe smesso di guardarle dagli occhi di un bambino.
E i miei genitori sapevano.
Sapevano quanto io tenessi a Polly. Ma questo non gli frenò dal continuo mentirmi.
Presi a tastare con tristezza il piccolo ciondolo in argento posizionato intorno al collo. Era un gesto che facevo quando ero nervosa, e, dato che le lacrime minacciavano di uscire istericamente su tutto il viso come su uno scivolo di un parco per divertimenti, ero piuttosto nervosa. Sospirai, cacciandole indietro. Non fermai le mie dita neanche quando un rumoroso 'tic' proveniente dalla finestra rimbombò per tutta la mia camera, peró mi girai. E mai, provai tanta felicità in un tale momento. Guardai attentamente al di fuori della grande vetrata, e si, era proprio lui. Era Jughead Jones, uno dei ragazzi più belli, ma sottovalutati, della scuola. Era estremamente intelligente, e lo trovavo in un certo senso molto sensuale. Ma quello che mi piaceva davvero tanto di lui, era il suo nascondersi dietro al sarcasmo. Lui era il sarcasmo fatto a persona, era affascinante. Era così riservato ed allo stesso tempo così curioso. Incredibile. Il suo aspetto fisico, era il tocco di classe; aveva due occhi color oceano scuro, esattamente come l'oceano in tempesta, scavati da due cerchi violacei sotto ad essi, tanto grossi da farmi domandare se dormisse mai. Aveva un naso perfettamente regolare, era leggermente appuntito e largo sulle narici. Per non parlare delle labbra. Aveva due labbra carnose e rosee, che mi meravigliavano. Il labbro superiore era curvo, se si fosse messo il rossetto solo al centro delle labbra, avrebbe formato un cuoricino vero e proprio, date le spigolose linee della bocca. Era davvero bellissimo, nonostante quei quattro nei sparsi per la faccia, che continuavano poi sul collo.
Feci una smorfia stranamente sorpresa, non riuscivo a capacitarmi di tale arrivo senza preavviso. Lanciai uno sguardo di controllo alla porta imbiancata da poco, per evitare che i miei genitori entrassero.
Ero così curiosa di sapere il motivo per cui avesse tutta questa urgenza di vedermi, tanta da bussare alla finestra per non farsi vedere i miei. Ed io nel profondo speravo. Speravo che fosse venuto soltanto per placare il bisogno di vedermi. E, chi lo sa ? Magari era proprio così.
Senza esitare, posai le mie lunghe mani dalle dita affusolate sulla finestra, per poi tirare su la vetrata, con l'aiuto di una delle due mani del ragazzo con gli occhi in tempesta.
"Ciao, Giulietta" mi salutò, non appena poté guardarmi negli occhi senza la vetrata luccicante -pulita poco prima da mia madre, maniaca del controllo e pure del pulito-, senza nascondere il microscopico sorrisetto amaro, che si era fatto spazio trai suoi lineamenti ormai da uomo. "L'infermiera è in pausa ?" Domandò con il suo solito sarcasmo nella voce. Io non riuscì a levarmi quel sorriso spontaneo dal viso, non ci riuscivo proprio. Ma lo invitai lo stesso ad entrare, non potevamo indagare sull'omicidio di Jason Blossom sul davanzale della mia finestra.
"Non ti stai isolando in stile 'carta da parati gialla', vero ?" Chiese ancora, cercando di rassicurarsi, mentre poggiava la mano sui cuscini posati sul davanzale della mia finestra. Jughead ed il sarcasmo erano una cosa sola, un bruco dentro ad un bozzolo. Quando mi affiancò, un'improvvisa sicurezza mi pervase. Sapevo che con lui mi potevo confidare, e così feci. "Sono pazzi." Gironzolai per la camera a passo svelto. "I miei genitori.. sono pazzi" ammisi con consapevolezza e disperazione a Jug, con le mani dritte e rigide puntate verso il basso.
"Sono genitori.." cominciò con tono di comprensione. Ed io mi girai, pronta a tranquillizzarmi per ciò che mi stava per dire. "Sono tutti pazzi." Concluse, con la stessa naturalezza di quando si racconta ai propri amici di aver portato a spasso il cane, poco prima di raggiungerli. Nonostante questo abbassò lo sguardo, con tristezza. Si stava riferendo a lui, alla sua relazione coi genitori, che anche se non ne aveva parlato mai, si lasciava intendere.
"No, ma se..." cominciai a valutare la situazione, pezzo per pezzo, porgendomi solo altre mille domande per la testa. "E se lo fosse anche Polly ? Il modo in cui.." con la mente mi riportai alla mattinata, di fronte a me c'era Polly, che parlava e parlava, senza fermarsi. "Mi parlava.. il modo in cui mi guardava.." mi vennero i brividi al solo pensiero di avere dei genitori ed una sorella pazzi. E se lo fossi anch'io ? No, io non sono pazza. Sono pazza solo se penso di esserlo. Giusto ? Come posso dubitare di me stessa, Elizabeth Cooper ? "Riesco a pensare solo, 'magari sono pazza come loro'" blaterai, ipotizzando tutto. Una sicurezza tale non l'avevo mai provata. Con Archie, non mi sentivo mai abbastanza. Mi sentivo piccola e poco all'altezza. Era meraviglioso, quel filo pesante che ci univa.. era più di semplici corde; un ponte di ferro. Non si poteva rompere, non come le corde.
"Ehi.." mi posò una mano sulla spalla. Rabbrividì. Volevo di più. Volevo di più di lui.
Chiusi gli occhi e feci un respiro profondo. La mano di Jug scivolò via dalla mia spalla, così aprii gli occhi, e ciò che mi trovai costretta ad ammirare, erano quelle due gemme blu del ragazzo dai capelli corvini. "Siamo tutti pazzi." Disse con voce flebile e serietà. Ridacchiai, ed abbassai il viso, con improvviso imbarazzo.
"Non siamo i nostri genitori, Betty." Alzai lo sguardo. E mi accorsi con piacere che non aveva smesso un attimo, di guardarmi all'altezza degli occhi. Annuì leggermente, incitandolo a continuare e mostrandogli di aver capito, che aveva ragione. "Non siamo le nostre famiglie." Era preoccupato per me, lo era davvero. Sembrava che avesse preso parte della mia disperazione, sembrava che la stessimo condividendo. Stavamo provando la stessa sensazione, neanche questo mi era mai successo, nemmeno con Archie. Con Jughead provavo solo ed unicamente emozioni, sensazioni ed esperienze nuove.
Ci fissammo negli occhi, in silenzio. I miei occhi caddero sulle sue labbra, mentre i suoi occhi preoccupati erano concentrati sui miei.
"E poi.." Aveva abbassato lo sguardo. Si era innervosito. Io lo guardai con pazienza, in attesa di sapere cosa volesse confidarmi. Ma nulla, non parlava. Nessuno dei due lo faceva. Non era un silenzio fastidioso, non c'era nessun tipo di ansia nell'aria, nessun sentimento negativo. C'era soltanto della curiosità, che vagava per la stanza ed entrava nelle nostre bocche, evaporando nel corpo ed uscendo dalle orecchie. Ma era quasi piacevole, quel silenzio.
"Che c'è ?" Sussurrai. Adesso entrambi ci guardavamo le labbra, come calamite. Le sue labbra erano calamite, ed io ero il magnete, attratto disperatamente da esse. L'insana voglia di poggiare le mie labbra delicate, sulle sue carnose, era micidiale, ma non avrei mai avuto il coraggio di baciarlo.
Alzai un sopracciglio. "Cosa ?" Lo guardai accigliata, sorridendo dall'imbarazzo per il suo sguardo insistente. Avrei voluto leggergli nella mente, sarebbe stato molto più facile. Avrei potuto capire che cosa volesse dirmi, ma preferii aspettarlo, dargli tempo. Non avrei tirato fuori il dente con la pinza, come dal dentista. L'avrei aspettato, per sempre. Dove sarei potuta andare, senza di lui ?
Con uno scatto si avvicinò, prese il mio viso tra le mani, e posò le sue labbra rosee sulle mie.
Eccola.
Era questa, l'emozione che aspettavo di provare da anni. Era questa l'emozione che avevo tanto desiderato da bambina, quando la nonna mi raccontava le favole. La principessa sentiva le farfalle nello stomaco, al tocco delle labbra del principe. Io sentì  gli elefanti ballare, i leopardi rincorrere le prede e le scimmie lottare per la dominanza. Sentì un'emozione mai provata prima salire dallo stomaco su per il petto, la sentì crescere e colpirmi al cuore, come una freccia conficcata in esso. Ma non doleva. Non doleva affatto. Era una freccia in seta senza lancia. Era Jughead, che mi entrava nel cuore, sempre di più. Ci staccammo lentamente, e sorrisi. Sorrisi perchè lui era tutto ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere a Riverdale, per sopravvivere nel mondo. I nostri nasi si sfiorarono ancora per un po', e mi resi conto della differenza per ciò che avevo provato per Archie, e ciò che provavo per Jughead.
Pensavo davvero di aver amato Archie. Ma solo con Jughead, il mio primo vero amore, realizzai che non ero mai stata innamorata di Archie come credevo, ero innamorata del sentimento dell'amore. Ero innamorata della sua affascinante idea, delle sensazioni. E solo quando le provai per davvero, mi resi conto di quanto fosse bello amare, ed essere amati. Era questa, la differenza tra Archie e Jughead; Archie era la mia prima cotta, Jughead il mio amore.
Ed ora sono pronta, per viverlo al massimo.

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