The end

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Capitolo 1

Attesi quasi due minuti prima di entrare in casa dei fratelli Way, nei quali la temperatura fosse rapidamente calata e il mio corpo iniziò a tremare scosso da spasmi muscolari dovuti a fastidiose folate di vento; portavano con sé polvere e foglie e da lontano, forse, qualche disperata ninna nanna, simile ad una litania.
Varcai il cancelletto in parte arrugginito e arrivai fino alla porta, suonai il campanello ma nessuno venne ad aprirmi.
Rimasi perplesso, Mikey non mi disse che sarebbe uscito, strano, ma era solito lasciare una copia delle chiavi di casa sotto lo zerbino consumato dal tempo, in caso di necessità.
Mi chinai e presi la piccola chiave, poi aprii la porta d'ingresso.
Era sovente pensassi meritassimo qualcosa di più: quel quartiere, quella città e in generale quella vita non faceva per noi né tanto meno ci apparteneva realmente, si attaccava alle ossa succhiandone avidamente il midollo e la sua pesantezza si poggiò anni prima sulle nostre spalle vistosamente calate, con l'intenzione di schiacciarci, di ucciderci e probabilmente un giorno ci sarebbe riuscita.
Sentii una strana ansia nel petto, minacciosa di bloccarmi le costole comprimermi i polmoni, impedendomi di respirare, ebbi la gola chiusa da un groppo, sentii di star soffocando, presi un respiro profondo prima di spingere la porta, entrare e richiuderla alle mie spalle.
Tolsi lo zaino, facendolo scivolare dalla mia spalla a terra.
«Gerard»
Chiamai una volta.
Andai in cucina, la stanza più vicina all'ingresso, come al solito asetticamente ordinata, sembrava non mangiassero mai lui e Mikey, che quella stanza fosse solo una scelta facoltativa ma magari mangiavano altrove, in salotto ad esempio.
Scossi piano la testa, mi sembrò di star temporeggiando inutilmente.
Mi strinsi mollemente le braccia, non tolsi la giacca precedentemente, eppure un particolare freddo mi si adagiò sotto la pelle e non ebbi affatto un'idea di come avrei potuto fare per toglierlo, per riscaldarmi.
«Gerard.»
Dissi piano, se ci fosse stato qualcuno mi avrebbe comunque udito: quella casa era una tomba, mi fece rabbrividire l'idea di una tomba, non era probabilmente il momento più adatto, non lo sarebbe mai stato in realtà.
Chiamai il suo nome due volte, non era nemmeno in salotto.
Me lo immaginai nel letto, sotto le coperte ad ascoltare i Green Day, per questo non riuscì a sentirmi, sicuramente.
Poi entrai nella sua stanza, il letto era come d'abitudine disfatto, le veneziane abbassate nonostante fosse buio già da tre ore circa, accesi la luce  il suo telefono era sul comodino, ma non c'era lui, nessuna canzone dei Green Day.
«Gerard»
Chiamai più forte, quasi gridai.
Mi passai nervosamente una mano fra i capelli, scostandoli dalla fronte nonostante questi vi ricaddero quasi al medesimo modo qualche secondo dopo.
Percepii il cuore martellarmi nel petto, allora liberandomi della stretta che mi aveva infastidito inizialmente ma sempre inutilmente, visto che il fiato mi si fece talmente corto da farmi sentire un pesce fuor d'acqua.
Uscii dalla stanza scordandomi di spegnere la luce e salii di corsa le scale, inciampando persino al penultimo gradino.
Strinsi gli occhi per il dolore: si diffuse dal palmo destro e dal ginocchio sinistro al braccio, alla gamba, fino al resto del corpo.
Ma dov'era Mikey?
In cuor mio sapevo dove fosse Gerard.
Mi rialzai, notando dallo specchio appeso in corridoio, cui mostrava il riflesso della finestra, il vento che si alzava, eppure dentro casa non vi fu alcun rumore eccetto un lieve fischiar infiltratosi dagli spiragli di porte e finestre.
Fui spaventato.
Percorsi il corridoio tappezzato dal parquet vecchio e consumato fino alla fine, alla porta del bagno; poggiai istintivamente la mano sul pomello laccato di vernice dorata girandolo: si chiuse a chiave.
«Gerard!»
Gridai con insistenza, battendo il palmo della mano ripetutamente e con violenza contro la porta.
Sentii le labbra asciutte, la gola secca talmente da non riuscir a proferire parola, riuscii solo a fare un inutile casino con le mani.
Iniziò a pizzicarmi il naso e gli occhi iniziarono a bruciarmi, una volta offuscata la vista non sarei riuscito nemmeno a pensare lucidamente, ma mi giustificai pensando che forse nessuno pensava lucidamente piangendo.
«Gerard apri
Pronunciai il suo nome con tutta la disperazione che avevo in corpo, non sentii le mani bruciare né le nocche dolere nonostante la porta fosse stata addirittura scalfita da uno dei pugni che gli ebbi tirato.
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime, ma nessuna varcò la soglia dei miei occhi, tastai nervosamente e febbricitante le tasche dei jeans alla ricerca del portafogli, era riposto nella destra delle tasche posteriori, lo presi e imprecai sonoramente quando per la mano tremante mi cadde a terra. Mi inginocchiai svuotandolo alla ricerca di una carta qualsiasi, tirai su col naso, temetti anche che mi stesse per esplodere il cuore o che fui sul punto di perdere i sensi, allora non avrei potuto fare nulla.
Presi la carta di credito e mi aggrappai al pomello per riuscire ad alzarmi, la infilai nella fessura della porta e dopo forse tre tentativi sentii la serratura scattare.
Spalancai la porta con un colpo e a quella vista il mio corpo reagì con minacciosi conati di vomito, forse avrei perso sul serio i sensi.
Vidi un corpo accasciato a terra, sul pavimento del bagno, con la schiena poggiata alla vasca.
Faceva così freddo, era Gerard, che stava facendo su quelle piastrelle gelide, perché non era a letto?
Il tempo, il mondo, si bloccò per un istante, magari un'eternità in un altro universo e fu come se guardassi la situazione in terza persona: solo uno spettatore, l'unico, allo spettacolo degli orrori.
Gattonai rapidamente verso il corpo di Gerard, sentii tutte le lacrime di prima solcarmi amaramente il viso, il mio petto si mosse aritmicamente, eppure non sentii l'aria entrare in circolo, il fiato mi mancava da troppo tempo.
Trassi a me il corpo di Gerard, più pallido e scarno, immerso nel suo stesso sangue, lo sentii penetrare i jeans impregnandoli.
«Gerard.. Gerard..»
Dissi fra rumorosi singhiozzi.
Poggiai la sua testa al petto stringendola.
Aveva i polsi segnati da tagli troppo profondi, lasciati mollemente ai fianchi, poggiai le dita su uno di essi, cercando di fermare l'emorragia, non smisi di piangere un solo secondo.
Gli baciai la fronte più volte, era freddo, troppo, non come al solito.
«Frank»
Bisbigliò Gerard ad un tratto.
Mi sorpresi tanto e serrai le labbra riducendole ad un filo, cercando di non far alcun rumore per sentirlo a pieno.
«Non preoccuparti».
«Come faccio a non preoccuparmi!?»
Dissi riprendendo a singhiozzare, non riuscii a trattenermi, tirai su col naso, portai una mano al suo viso, sporcandone la pelle di porcellana con il suo sangue bordeaux.
Sentii il mio cuore spezzarsi lentamente, come fosse una lastra di vetro ed al di sopra vi fosse poggiato un enorme peso, il dolore fu terribilmente lancinante.
«Andrà tutto bene.»
Disse, dipingendo sul suo viso un lievissimo sorriso, avrei voluto gridare, lui non pianse.
«Gee, Gee non lasciarmi..»
Lo pregai, avevo la vista offuscata, gli baciai la guancia, sporcandomi appena le labbra.
«Lo sai che ti amo»
Disse, cercò di alzare il braccio, forse per accarezzarmi, ma senza riuscirci.
Avrei voluto rimproverarlo di almeno una trentina di cose.
Per il fatto che la sua stanza fosse sempre un disastro ad esempio o avrei voluto dirgli che ero sempre stato più bravo di lui a Call of Duty, ma che il sorriso che si stampava sul suo volto dopo ogni partita non era equiparabile a nessuna di quelle banali vittorie.
Se mi amava perché mi stava facendo questo?
«Ti amo anche io».
Dissi, chinandomi sul suo viso, diventammo lacrime e sangue in quel momento.
Lo strinsi a me, come per difenderlo dal freddo, vidi le sue labbra diventar violacee, i suoi occhi svuotarsi, non sentivo più i suoi fievoli sospiri.
Mi sentii spezzato, distrutto, sulle piastrelle di quel maledetto bagno.
«Mi dai un bacio?»
Disse interrompendosi le prime due parole per riprendere fiato.
Mi chinai sul suo viso nuovamente, poggiai le mie labbra inumidite dalle lacrime sulle sue, eppure non fu affatto un atono bacio, non me lo seppi spiegare.
Quando riaprii in due piccole fessure gli occhi, Gerard aveva i suoi chiusi, i capelli corvini scompigliati fra le mie mani.
«Gee.. Gee»
Chiamai a vuoto, scoppiando in un pianto di disperazione.
Strinsi il suo corpo a me, al mio petto ancora.
Gridai anche aiuto, numerose volte e con tutto il fiato che ebbi in corpo, perché mi sembrò la cosa più logica da fare anche se in realtà fu palesemente inutile.
Mi chinai sul suo petto, poggiando la fronte, immerso nel mio dolore, sentii la morsa di una buona cosa persa per sempre.
Quella notte morii anche io.

DRAMACLYDE:
Wow... Sto ancora immaginando, ho bisogno di un minuto per riprendermi.
Innanzi tutto, questa é una Frerard, se non si fosse capito.
Vorrei specificare anche che non é conclusa, quindi che questo é solo il primo capitolo.
Ringrazio chiunque sia arrivato qua, fino in fondo; non penso che tutti i successivi capitoli saranno così lunghi.
Spero di avervi incuriosito.
Inoltre mi autospammo: seguitemi e aggiungete Switch Trip alle vostre liste  per tenervi aggiornati.
Alla prossima.

Switch Trip || FrerardWhere stories live. Discover now